Compenso a Ingegneri e Architetti: il professionista può (anche) rinunciarvi | Ingegneri.info

Compenso a Ingegneri e Architetti: il professionista può (anche) rinunciarvi

Secondo la Corte di Cassazione, il compenso di un professionista può anche essere oggetto di rinuncia

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Nel dibattito inmerito all’equo compenso dei professionisti, s’inserisce la sentenza n. 14293 del 4 giugno 2018 della Corte di Cassazione in cui si stabilisce che il compenso per le prestazioni professionali va determinato in base alla tariffa e adeguato all’importanza dell’opera, solo nel caso in cui esso non sia stato liberamente pattuito e può anche formare oggetto di rinuncia da parte del professionista, salva resistenza di specifiche norme proibitive.
Il fatto
Una società conveniva in giudizio un professionista, per sentirlo dichiarare responsabile dei danni ad essa arrecati in conseguenza di errori compiuti nell’esercizio della sua attività professionale di architetto e relativi alla progettazione e direzione dei lavori per la costruzione di un immobile, previa demolizione di un fabbricato preesistente.
Il convenuto si costituiva, domandava il rigetto della domanda attrice e il pagamento dei suoi compensi, nonché di essere autorizzato a chiamare in causa una compagnia di assicurazioni per essere manlevato. La compagnia si costituiva e chiedeva il rigetto della domanda risarcitoria. Da notare che le parti si erano accordate per il compenso professionale  con l’atto di affidamento dell’incarico; solo al momento della costituzione in giudizio, il professionista aveva reclamato un compenso professionale assai superiore secondo tariffa.

Il Tribunale accoglieva sia la domanda attrice che la riconvenzionale, disponendo, previa compensazione, che la società corrispondesse al convenuto una somma. La società proponeva appello. La Corte di Appello respingeva tutte le impugnazioni. La società presentava ricorso per cassazione, sostenendo che la corte territoriale avrebbe errato nel ritenere che i minimi tariffari relativi alla professione di architetto non possano essere derogati con un accordo fra le parti; questo perché minimi non sono dettati per tutelare un interesse generale della collettività e che l’ordinamento non prevede la sanzione della nullità in caso di patti derogatori.

Il compenso per prestazioni professionali va determinato in base alla tariffa ed adeguato all’importanza dell’opera

La Corte di Cassazione ha ritenuto fondato il motivo della ricorrente, in base alle seguenti considerazioni:

Il compenso per prestazioni professionali va determinato in base alla tariffa ed adeguato all’importanza dell’opera, solo nel caso in cui esso non sia stato liberamente pattuito, in quanto l’art. 2233 c.c. pone una garanzia di carattere preferenziale tra i vari criteri di determinazione del compenso, attribuendo rilevanza in primo luogo alla convenzione che sia intervenuta fra le parti e poi, solo in mancanza di quest’ultima, e in ordine successivo, alle tariffe e agli usi e, infine, alla determinazione del giudice, mentre non operano i criteri di cui all’art. 36 Cost., comma 1, applicabili solo ai rapporti di lavoro subordinato.
La violazione dei precetti normativi che impongono l’inderogabilità dei minimi tariffari non importa la nullità del patto in deroga, in quanto trattasi di precetti non riferibili ad un interesse generale, cioè dell’intera collettività, ma solo ad un interesse della categoria professionale (Cass. n. 21235 del 2009; Cass. n. 17222 del 2011; Cass. n. 1900 del 2017). L’inderogabilità non si applica agli onorari a discrezione per le prestazioni tra privati.
Nella disciplina delle professioni intellettuali, il contratto costituisce la fonte principale per la determinazione del compenso, mentre la relativa tariffa rappresenta una fonte sussidiaria e suppletiva, alla quale è dato ricorrere, ai sensi dell’art. 2233 c.c., soltanto in assenza di pattuizioni al riguardo e pertanto le limitazioni al potere di autonomia delle parti e la prevalenza della liquidazione in base a tariffa possono derivare soltanto da leggi formali o da altri atti aventi forza di legge riguardanti gli ordinamenti professionali.
Il primato della fonte contrattuale impone di ritenere che il compenso spettante al professionista, ancorché elemento naturale del contratto di prestazione d’opera intellettuale, sia liberamente determinabile dalle parti e possa anche formare oggetto di rinuncia da parte del professionista, salva resistenza di specifiche norme proibitive che, limitando il potere di autonomia delle parti, rendano indisponibile il diritto al compenso per la prestazione professionale e vincolante la determinazione del compenso stesso in base a tariffe.
Nella normativa concernente le professioni di ingegnere ed architetto manca una disposizione espressa diretta a sanzionare con la nullità eventuali clausole in deroga alle tariffe e, sul piano logico, le norme sull’inderogabilità dei minimi tariffari sono contemplate non a tutela di un interesse generale della collettività ma di un interesse di categoria, onde per una clausola che si discosti da tale principio non è configurabile – in difetto di un’espressa previsione normativa in tal senso – il ricorso alla sanzione della nullità, dettata per tutelare la violazione d’interessi generali.
Il principio d’inderogabilità è diretto ad evitare che il professionista possa essere indotto a prestare la propria opera a condizioni lesive della dignità della professione (sicché la sua violazione, in determinate circostanze, può assumere rilievo sul piano disciplinare), ma non si traduce in una norma imperativa idonea a rendere invalida qualsiasi pattuizione in deroga, allorché questa sia stata valutata dalle parti nel quadro di una libera ponderazione dei rispettivi interessi (Cass. n. 15786 del 2013).

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