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Il Decreto dignità è legge, cosa cambia per aziende e lavoratori

In meno di un mese il decreto promosso dal vicepremier Luigi Di Maio è stato convertito in legge: voucher per alberghi e decontribuzione fino al 2020

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Conversione flash e senza fiducia per il Decreto dignità, primo provvedimento del vicepremier con delega allo Sviluppo economico Luigi Di Maio: dopo il via libera della Camera dei Deputati il 27 luglio scorso, il Senato ha approvato nella giornata del 7 agosto con 155 si, 125 no e un’astensione e senza nessuna modifica, il testo approvato a Palazzo Montecitorio. Oltre all’obbligo della tessera sanitaria per giocare alle slot machine e la proroga dei contratti al 30 giugno 2019 per le maestre diplomate, vediamo cosa è cambiato rispetto al decreto Disposizioni urgenti per la dignità dei lavoratori e delle imprese, entrato in vigore il 14 luglio scorso.

Lavoro, obiettivo indeterminato

Nel Decreto dignità proposto dal governo Conte il titolo 1 a cominciare dall’articolo 1, puntava a limitare l’utilizzo dei contratti di lavoro a tempo determinato, favorendo i rapporti a tempo indeterminato. Con questo provvedimento si andava a modificare il decreto legislativo 81/2015. L’obiettivo era di ridurre il lavoro precario, riservando la contrattazione a termine ai casi di reale necessità da parte del datore di lavoro. A questo scopo, si prevedeva che, fatta salva la possibilità di libera stipulazione tra le parti del primo contratto a tempo determinato, di durata comunque non superiore a 12 mesi di lavoro in assenza di specifiche causali, l’eventuale rinnovo dello stesso fosse possibile esclusivamente a fronte di esigenze temporanee e limitate. Per incentivare i datori di lavoro ad utilizzare i contratti a tempo indeterminato al posto dei rinnovi a tempo determinato, il decreto prevedeva l’aumento dello 0,5% del contributo addizionale – attualmente pari all’1,4% della retribuzione imponibile ai fini previdenziali, a carico del datore di lavoro, per i rapporti di lavoro subordinato non a tempo indeterminato – in caso di rinnovo del contratto a tempo determinato, anche in somministrazione. Le proroghe dei contratti a termine nel decreto ministeriale erano quattro mentre per i lavoratori licenziati senza giusta causa l’indennità poteva raggiungere i 36 mesi al posto dei 24 ed essere aumentata del 50%.

Con la conversione in legge del Decreto dignità quindi:

  • si modifica la disciplina del contratto di lavoro a tempo determinato, con riferimento ai limiti di durata, ai limiti e ai presupposti per i rinnovi e le proroghe, alla forma del contratto, al termine di decadenza per l’impugnazione del contratto medesimo. In particolare, viene ridotta la durata massima del contratto di lavoro a termine prevedendo un limite di 12 mesi, e vengono definite alcune ipotesi (causali) in cui il contratto può avere una durata superiore, nel rispetto di un limite massimo di 24 mesi;
  • queste modifiche si applicano ai contratti stipulati successivamente alla data di entrata in vigore del decreto (14 luglio 2018), nonché ai rinnovi ed alle proroghe dei contratti a termine successivi al 31 ottobre 2018;
  • si dispone l’applicazione, ai contratti di somministrazione a tempo determinato, di alcune norme sui contratti a termine, in precedenza escluse. Sul punto, in sede referente, ne sono stati disciplinati i limiti quantitativi applicabili ed è stata configurata l’ipotesi di somministrazione fraudolenta;
  • si modificano i limiti minimi e massimi dell’indennità di licenziamento illegittimo, incrementando, in alcune ipotesi, il contributo previdenziale addizionale concernente i rapporti di lavoro subordinato a termine.

Una novità rispetto al decreto nel nuovo testo approvato da Camera e Senato è la riduzione dei contributi previdenziali, in favore dei datori di lavoro privati, con riferimento alle assunzioni con contratto di lavoro dipendente a tempo indeterminato (a tutele crescenti), effettuate nel biennio 2019-2020, di soggetti aventi meno di 35 anni e che non abbiano avuto (neanche con altri datori) precedenti rapporti di lavoro a tempo indeterminato. La riduzione è applicata su base mensile, per un periodo massimo di 36 mesi; la misura massima della riduzione è pari a 3.000 euro su base annua.

Novità sui voucher per le imprese alberghiere

Con la conversione in legge del Decreto dignità sono state introdotte alcune disposizioni in materia di prestazioni occasionali, cioè sui voucher, modificando la disciplina dettata dall’articolo 54-bis del D.L. 50/2017 prevedendo, tra l’altro:

  • che il divieto di ricorrere al contratto di prestazione occasionale non si applichi alle aziende alberghiere e alle strutture ricettive che operano nel settore del turismo e che hanno alle proprie dipendenze fino a otto lavoratori;
  • che i prestatori autocertifichino la propria condizione all’atto della registrazione presso la piattaforma informatica INPS e che, nel settore agricolo, autocertifichino la non iscrizione, nell’anno precedente, negli elenchi anagrafici dei lavoratori agricoli;
  • l’ampliamento del novero dei soggetti  tenuti a comunicare la data di inizio e il monte orario complessivo presunto, comprendendovi non solo l’imprenditore agricolo (come attualmente previsto), ma anche l’utilizzatore l’azienda alberghiera o la struttura ricettiva che opera nel settore del turismo, nonché gli enti locali e stabilendo che per i suddetti soggetti l’arco temporale di riferimento della durata della prestazione non deve essere superiore a 10 giorni (in luogo dei 3 attualmente previsti);
  • esclude l’applicazione della sanzione prevista in caso di violazione accertata di uno dei divieti di ricorso al contratto di prestazione occasionale, nel caso in cui la suddetta violazione derivi da informazioni incomplete o non veritiere contenute nelle autocertificazioni rese da talune tipologie di prestatori

Semplificazione fiscale, addio split payment

Nel Decreto dignità sono state introdotte misure in materia di semplificazione fiscale, attraverso:

  • la revisione dell’istituto del cosiddetto redditometro in chiave di contrasto all’economia sommersa,
  • il rinvio della prossima scadenza per l’invio dei dati delle fatture emesse e ricevute (cosiddetto spesometro),
  • l’abolizione dello split payment  per le prestazioni di servizi rese alle pubbliche amministrazioni dai professionisti i cui compensi sono assoggettati a ritenute alla fonte a titolo di imposta o a titolo di acconto.

L’articolo 10 contiene disposizioni finalizzate a modificare l’istituto dell’accertamento sintetico del reddito complessivo (cd.redditometro), introducendo il parere dell’Istat e delle associazioni maggiormente rappresentative dei consumatori. Contestualmente viene abrogato il decreto ministeriale contenente gli elementi indicativi necessari per effettuare l’accertamento.

L’articolo 11 reca disposizioni sulla trasmissione dei dati delle fatture emesse e ricevute (c.d. spesometro) da parte dei soggetti passivi IVA. Esso stabilisce che la comunicazione dei dati relativi al terzo trimestre 2018 non debba essere effettuata entro il mese di novembre 2018 (in applicazione dell’art. 21, comma 1, del decreto-legge n. 78 del 2010), bensì entro il 28 febbraio 2019. Qualora si opti per la trasmissione con cadenza semestrale, i termini temporali sono fissati al 30 settembre per il primo semestre, al 28 febbraio dell’anno successivo per il secondo semestre.

Con le modifiche in sede referente è stato eliminato lo spesometro per tutti i produttori agricoli assoggettati a regime IVA agevolato.

L’articolo 12 prevede l’abolizione del meccanismo della scissione dei pagamenti, split payment, per le prestazioni di servizi rese alle pubbliche amministrazioni i cui compensi sono assoggettati a ritenute alla fonte (in sostanza, per i compensi dei professionisti).

Sulle novità relative allo split payment ecco l’approfondimento a cura di Stefano Setti.

L’articolo 12-bis, introdotto nella conversione in legge, estende anche al 2018 le norme che consentono la compensazione delle cartelle esattoriali in favore delle imprese titolari di crediti commerciali e professionali non prescritti, certi, liquidi ed esigibili, maturati nei confronti della pubblica amministrazione, con riferimento ai carichi affidati agli Agenti della riscossione entro il 31 dicembre 2017.

Da segnalare inoltre che nel testo di legge che ha convertito il Decreto dignità c’è anche il rinvio al 1° gennaio 2019  dell’obbligo, previsto dalla legge di bilancio 2018, della fatturazione elettronica per la vendita di carburante a soggetti IVA presso gli impianti stradali di distribuzione, in modo da uniformarlo a quanto previsto dalla normativa generale sulla fatturazione elettronica tra privati.

Stop alle delocalizzazioni con il Decreto dignità

Il Decreto dignità puntava a salvaguardare i livelli occupazionali e contrastare la delocalizzazione delle aziende che abbiano ottenuto aiuti dallo Stato per impiantare, ampliare e sostenere le proprie attività economiche in Italia. Per le aziende che delocalizzano, era scritto nel decreto, “entro cinque anni dalla data di conclusione dell’iniziativa agevolata” sono previste multe da 2 a 4 volte il beneficio ricevuto: un provvedimento che vale, si legge nella relazione illustrativa del Decreto dignità, sia per delocalizzazioni extra Ue o in paesi dell’Unione europea. Le imprese che delocalizzano dovranno anche restituire il beneficio con interessi maggiorati fino a 4 punti percentuali. Nel corso dell’esame del decreto per la conversione in legge, è stata introdotta la previsione per cui le somme disponibili derivanti dalle suddette sanzioni applicate dalle amministrazioni centrali dello Stato, sono finalizzate al finanziamento di contratti di sviluppo ai fini della riconversione del sito produttivo in disuso a causa della delocalizzazione, eventualmente anche sostenendo l’acquisizione da parte degli ex dipendenti. Da segnalare che nel provvedimento convertito in legge, l’articolo 7 subordina l’applicazione dell’iperammortamento fiscale alla condizione che il processo di trasformazione tecnologica e digitale delle imprese, su cui si fonda l’agevolazione, riguardi strutture produttive situate nel territorio nazionale, ivi incluse le stabili organizzazioni di soggetti non residenti. Nel corso dell’esame alla Camera sono stati esclusi i beni agevolati che per loro stessa natura sono destinati all’utilizzo in più sedi produttive e pertanto possono essere oggetto di temporaneo utilizzo anche fuori del territorio dello Stato.

L’articolo 8 invece esclude dal credito d’imposta per attività di ricerca e sviluppo (previsto dal decreto-legge n. 145 del 2013) alcuni costi di acquisto – anche in licenza d’uso – di beni immateriali connessi ad operazioni infragruppo: in particolare, si tratta di spese relative a competenze tecniche e privative industriali.

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