Equo compenso: perché gli ingegneri manifestano il 30 novembre | Ingegneri.info

Equo compenso: perché gli ingegneri manifestano il 30 novembre

Armando Zambrano spiega le ragioni di #sevalgo1euro, la manifestazione evento del 30 novembre in cui i professionisti si riuniranno per chiedere l'equo compenso come "diritto", e non come "privilegio"

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Il prossimo 30 novembre il mondo dei professionisti italiani si mobiliterà per una manifestazioneevento dedicata all’equo compenso: #sevalgo1euro. Armando Zambrano, Presidente del Consiglio Nazionale Ingegneri, ne illustra le motivazioni.

“Su questo tema – dice – per i professionisti si sta consumando l’ennesima pantomima italiana in cui viltà, incompetenza ed ignoranza tentano di impedire un atto di giustizia e di civiltà sociale. Questa volta, però, una pluralità di attori, non potendo non riconoscere la giustezza della richiesta di assicurare il rispetto di un diritto costituzionale valido per tutti i lavoratori, cioè la determinazione di un compenso giusto per i professionisti, si aggrappa a valutazioni giuridiche del tutto incongrue, che però finiscono per far presa sui tanti incompetenti della materia.

“La novità recente è la clamorosa sentenza del Consiglio Di Stato che ha riconosciuto la congruità di un bando di gara per l’assegnazione, per un compenso simbolico di un euro, di un incarico di redazione di un importante piano urbanistico di una città del Sud. L’idea del Consiglio di Stato è che il lavoro possa essere ricompensato con ‘l’economia dell’immaginario’, cioè con vantaggi non ben determinati ed ipotetici, costituiti da ‘altri vantaggi, economicamente apprezzabili anche se non economicamente finanziari, potenzialmente derivanti dal contratto oppure per ‘altro genere di utilità’. Dimenticando che a tutela dell’anticorruzione si è garantiti solo con un corrispettivo economico chiaro e trasparente. Per questo abbiamo definito la sentenza ‘criminogena’ e credo che qualche perplessità sia ampiamente giustificata”.

“Il precedente – prosegue Zambrano – è pericoloso: qualunque impresa, artigiano, impiegato pubblico, gli stessi giudici del Consiglio di Stato, i parlamentari, i docenti scolastici potrebbero essere chiamati a lavorare praticamente gratis in cambio di corrispettivi di ‘immagine’. Ci saremmo aspettati una posizione quantomeno critica da parte del Governo ma un sottosegretario del Ministero delle Infrastrutture sostiene che sia possibile un corrispettivo in ‘altro genere di utilità’ generata dal contratto. Ma è il parere del sottosegretario alle politiche europee che raggiunge il culmine della mistificazione, confondendo tariffe minime ed equo compenso, ma soprattutto dimenticando che  le tariffe obbligatorie (che comunque non costituiscono la nostra richiesta) per i professionisti sono regolarmente previste  in paesi come la Germania, perché tutelano soprattutto il consumatore, dando un opportuno riferimento circa i costi minimi a fronte di prestazioni che non sempre sono chiaramente definibili e quantificabili per la intrinseca complessità.

“Ma quello che lascia più basiti è la convinzione dei professionisti come privilegiati, come avversari della libera concorrenza, come soggetti interessati solo alle proprie utilità e non agli interessi dei clienti, come categoria di parassiti e non di lavoratori, per cui bisogna evitarne le proposte e le idee.  È l’ennesima dimostrazione dell’ignoranza o della malafede di chi la pensa così. Le professioni italiane, in particolare quelle tecniche, sono eccellenze di cui il Paese dovrebbe essere orgoglioso, sia per le riconosciute competenze tecniche e scientifiche, sia per gli obblighi nei confronti dei committenti, pubblici e privati, anche per effetto della recente riforma degli anni 2011 e 2012, che ha trasformato, pur in un periodo di profonda crisi economica, le nostre strutture ordinistiche.

“Non abbiamo, di fatto, barriere all’accesso. Abbiamo l’obbligo del preventivo dettagliato della prestazione e dei costi, di recente in forma scritta; dell’assicurazione per i danni provocati; della formazione continua. Siamo assoggettati a precise regole deontologiche, applicate da consigli di disciplina terzi; al segreto professionale; abbiamo obblighi di onorabilità ma anche regole e garanzie non scritte, che si basano sulla ‘reputazione’ e la conoscenza reciproca dei comportamenti tra iscritti agli Albi che, di fatto, ne verificano costantemente la correttezza; abbiamo regole fiscali ad hoc che in caso di inadempienze comportano la sospensione dall’albo. Ci confrontiamo sul mercato con le società di capitali. Per l’affidamento di incarichi della P.A. partecipiamo a bandi pubblici con ribassi sui corrispettivi posti a base di gara. Manteniamo da soli la nostra previdenza, con l’obbligo della sostenibilità a 50 anni e quindi con i relativi costi.

“Ci sostituiamo allo Stato in tante attività che la sua burocrazia non riesce a svolgere, in base a principi di sussidiarietà che abbiamo sempre propugnato, tanto da chiedere ed ottenere che fosse ufficialmente riconosciuto con l’art.5 dello Jobs act del lavoro autonomo. E lo facciamo pur consci dei rischi che possiamo correre in un Paese dove le norme spesso si interpretano, con conseguenti problemi di natura amministrativa e penale.

“Abbiamo la nostra organizzazione auto gestita, con regole elettorali democratiche che vietano la rielezione dei consiglieri dopo due mandati, con il rispetto delle norme anticorruzione e trasparenza e gli altri obblighi cui sono sottoposte le pubbliche amministrazioni, la collaborazione allo Stato ed agli altri enti con pareri, proposte normative e di semplificazione, presenze in commissioni di studio e tanto altro ancora. Sosteniamo tutti questi impegni, che comportano costi obbligatori di migliaia di euro, oltre a quelli del mantenimento degli studi professionali, che non esistono per nessun altro professionista in nessuna altra nazione al mondo, non avendo più tariffe minime e sostegni sociali di nessun genere ma avendo, purtroppo, redditi in fase calante e per alcune categorie prossimi alla soglia di povertà. Anche perché abbiamo accolto nei nostri Albi migliaia di colleghi espulsi dalle aziende e dalla P.A. per la crisi e che hanno deciso di iscriversi per svolgere attività libero professionale, in un mercato già saturo. Abbiamo, di fatto, svolto anche una funzione di ammortizzatore sociale”.

Zambrano conclude così: “Chiedere, dopo tanti anni di crisi, il riconoscimento, dettato da principi costituzionali, di un equo compenso va nella direzione della tutela del committente, come peraltro hanno riconosciuto anche associazioni di consumatori. Da qui la nostra campagna, insieme al CUP ed ad Inarcassa,  #sevalgo1euro, cui hanno risposto migliaia di iscritti ed associazioni. Da qui la nostra manifestazione, insieme alle altre professioni ordinistiche, del 30 novembre in Roma, cui inviteremo i partiti e la politica a dare una risposta chiara, avvertendo che questa volta andremo uniti e non ci fideremo delle promesse. L’equo compenso è un diritto, non è un regalo”.

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