Indicazioni per una riforma delle libere professioni del comparto tecnico | Ingegneri.info

Indicazioni per una riforma delle libere professioni del comparto tecnico

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La necessità irreversibile di addivenire a effettive trasformazioni del sistema Italia, la peculiarità del ruolo del nuovo Governo nella assunzione di misure direttamente incidenti su nuovi modelli di sviluppo, ci impone di intervenire su temi che coinvolgono non solo le categorie rappresentate quanto l’intero Paese.

E’ in riferimento ad intangibili principi costituzionali, e quindi morali, che il lavoro è assunto quale valore prioritario, per tutti, e, che vanno rimossi “gli ostacoli di natura economica e sociale che, nel limitare la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono lo sviluppo della persona e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale”.

Orbene, è innegabile che tale definizione sia in prevalenza stata intesa nella formulazione riferita al lavoro dipendente, e, circoscrivendo l’analisi al comparto delle libere professioni tecniche, il lavoro autonomo venga considerato come forma residuale e marginale. Sappiamo che la realtà è ben diversa, che ogni giorno il Paese vive per l’azione di centinaia di migliaia di liberi professionisti quali referenti ed interpreti dei bisogni della collettività e della sua stessa immagine.

Il costante inserimento, negli anni, di misure legislative non congruenti con le reali funzioni e con le responsabilità gravanti sulle libere professioni tecniche, ne ha determinato l’emarginazione: la crisi economica ne ha quasi sancito la cancellazione e ogni prospettiva di sviluppo libero e democratico.

Affinché un siffatto processo, negativo per il Paese, abbia un’inversione di tendenza, non occorrono risorse, là dove, di nuove, possono esserne prodotte, ma provvedimenti dei quali rappresentiamo alcune tracce, e sui quali sollecitiamo la loro attenzione:

Prima incongruenza
Difetto di rappresentanza: non paritetico.

Il lavoratore dipendente ha riferimento, per la esposizione dei propri diritti, nelle rispettive OO.SS. tutelate e strutturate, nella P.A. come nel mondo imprenditoriale, con costi conseguenti che tutti abbiamo obbligo di sostenere. Per i liberi professionisti, in particolare per l’area tecnica, la rappresentanza sindacale è eventualmente tollerata, ma senza che alcun meccanismo, ordinistico, previdenziale o contributivo, ne autorizzi una qualche forma di sostegno diversa da quella volontaristica.

Seconda incongruenza
Ruolo degli Ordini (architetti e ingegneri nello specifico): fallimento dei compiti istituzionali

E’ sotto gli occhi di tutti il fallimento dei loro attuali compiti istituzionali a tutela della collettività: non c’è stato controllo sul rispetto delle norme deontologiche, non sono stati difesi quei “minimi tariffari” di fatto non riconosciuti dalla committenza pubblica e privata ben prima della legge Bersani, non s’è difeso il cittadino dalle distorsioni procedurali, né svolta una funzione di particolare utilità ai liberi professionisti pur assumendone spesso impropri compiti di tutela. Paradossalmente, i costi di tale aleatorio ruolo di controllo pubblico sono a carico degli iscritti, spesso aggravati da oneri per ulteriori enti (le Fondazioni ordinistiche) non previsti dalle leggi. Nel contempo, l’attuale livello strutturale delle libere professioni italiane e le subentrate nuove esigenze delle committenze, è tale che, per perseguire obbiettivi di crescita delle strutture professionali al fine di favorirne la qualità delle prestazioni e la capacità di implemento del problema occupazionale, sia possibile trasformare radicalmente i compiti e le finalità degli Ordini professionali, sempre nell’ottica dell’interesse allo sviluppo generale.

Si ipotizza pertanto una riconversione a nuovi compiti degli stessi, opportunamente ridotti per numero, (uno o due per Regione) in AGENZIE di SOSTEGNO (AGENSOS) e Controllo allo Sviluppo, per far fronte a pressanti esigenze, atte a:

a. monitorare la corretta e trasparente applicazione delle procedure di affidamento, bandi e concorsuali, delle istituzioni locali, anch’esse rese operative in forma omogenea in “Centrali di Committenza” a livello provinciale o regionale

b. supportare le strutture professionali, mediante “sportelli di indirizzo” che forniscano tutti i supporti alle procedure degli affidamenti di servizi professionali nei Paesi esteri, incluso il susseguente svolgimento, fornendo specifici supporti tecnico-legali e commerciali con evidente implemento all’inserimento della cultura italiana nel mondo oltre che all’espansione delle opportunità di lavoro

c. esercitare un controllo sui legittimi requisiti delle realtà professionali estere operanti in Italia, secondo i rispettivi protocolli tra Paesi. Tale ruolo appare estremamente significativo e conforme ad ogni generale interesse di sviluppo. Nel contempo sgombrerebbe l’equivoca interpretazione di tutela degli interessi delle categorie, che non possono che essere sostenuti, nelle loro valutazioni critiche, dalle legittime e libere rappresentanze associative a carattere sindacale.

Terza incongruenza
Servizi tecnici pubblici: posizione predominante in contrasto al libero mercato

Una errata e strumentale interpretazione delle distorsioni operative della Prima Repubblica ha attribuito alla P.A., nello specifico agli Uffici Tecnici, pur in assenza di adeguate strutture e formazione, compiti e ruoli da sempre esercitati all’esterno, con il risultato di abbassare il livello delle prestazioni istituzionali, fronteggiare con stratagemmi vari i nuovi compiti, in un marasma di funzioni dove spesso si sovrappongono forme di controllore e di controllato, con pregiudizio economico, della qualità e dei tempi di esecuzione e abbassamento della soglia di trasparenza. La gestione delle OO.PP., conferma tale assunto in tutta la sua drammaticità, confermando essere del tutto errato risolvere il problema del buon andamento e della qualità dei servizi professionali con la distribuzione di un “obolo” del 2% agli uffici tecnici, quasi a considerare tali funzioni normali “compiti interni”.

Ci opporremo sempre ad ogni concetto di architettura “Municipale”o “Istituzionale” che sia! I costi dei servizi tecnici pubblici, nei loro compiti istituzionali di programmazione, istruzione e valutazione degli atti, andrebbero valutati complessivamente, con specifico capitolo di spesa, dal quale si evincerebbe la possibilità di affidarli interamente, o in gran parte, al libero mercato, così come già avviene per i servizi sanitari. Inoltre, le attività degli stessi, oltre i compiti specifici, andrebbero assorbite nella revisione del patrimonio dell’Ente, con obbligatori piani di manutenzione. Federarchitetti ha spinto nella direzione di individuare misure che portino ad un lavoro sinergico, con reciprocità di interessi tra tecnici interni ed esterni alla P.A., con evidente ricaduta positiva nei risultati e nei costi.

Quarta incongruenza
Servizi tecnici in-house: evasione IVA

L’ampia maggioranza delle prestazioni professionali in-house è svolta senza versamento dell’IVA, con ingente danno erariale, da soggetti non svolgenti la libera professione. L’acquisizione della posizione IVA, individuale e/o societaria, deve costituire un obbligo prioritario per i troppi “evasori autorizzati”. L’acquisizione della stessa a scopi professionali deve prevedere chiare forme di incompatibilità con l’attività di servizio pubblico.

Quinta incongruenza
Tariffe: esclusivo privilegio dei parametri economici

La soppressione dei minimi tariffari, senza indicazione di procedure di valutazione, ha generato un abbattimento del costo dei servizi professionali al di sotto di qualsiasi rapporto con il valore intrinseco della prestazione. Da ciò sono derivati commistioni con componenti ed interessi diversi, lievitazione del lavoro in nero, massimo sfruttamento dei giovani all’interno delle Facoltà universitarie. Appare del tutto opportuno che sia prioritariamente valutato il costo di un servizio professionale anche in base a parametri soggettivi rispetto alle caratteristiche del progetto, (valutazione di congruità), e siano individuate soglie oggettive oltre le quali la prestazione non può essere eseguita in termini di correttezza e trasparenza, (soglia di anomalia).

Federarchitetti ha pubblicato puntuali indicazioni metodologiche sulle possibili soluzioni. Negare la obbligatorietà di rapportare comunque un valore ad un bene di interesse pubblico, sta a vanificarne la sua stessa esigenza.

Le rappresentanze sindacali a carattere nazionale delle professioni, in confronto con i soggetti della committenza pubblica, devono concertare le valutazioni di riferimento in base a parametri reali di complessità dell’impegno tecnico, dei tempi e dei costi integrativi, del coinvolgimento dei professionisti: anche in analogia con l’auspicata flessibilità, entro limiti generali, del costo individuale del lavoro nella contrattazione dipendente. La qualità delle prestazioni tecniche, per tendere alla migliore qualità dell’architettura, necessita tempi al di sotto dei quali il risultato non può che essere stereotipato e assemblato.

Sesta incongruenza
Accesso alla professione: assenza di tirocinio

Allo stato attuale un architetto o ingegnere abilitato, iscritto all’Ordine, può accedere immediatamente alla professione. Nella nostra professione coesistono aspetti tecnici e responsabilità sociali (per la sicurezza, per l’ambiente, per il benessere) che obbligano ad una continua formazione culturale ed operativa. Auspichiamo che il lavoro nel nostro settore preveda forme di tirocinio post-universitario da svolgersi presso gli studi dei liberi professionisti, ma i cui oneri siano equilibrati rispetto alle esigenze del lavoro. Data l’attuale situazione sociale, può anche essere previsto un salario minimo di sostegno, se certificato da collaborazione svolta in studi professionali: in tal modo non andrebbe disperso in mero assistenzialismo, ma finalizzato alla formazione dei giovani ed alla crescita degli stessi studi. Inoltre, andrebbe a bilanciare il ruolo formativo svolto dai liberi professionisti all’interno dei propri studi. Per ogni forma alternativa di formazione e di aggiornamento professionale, è essenziale la piena facoltà di soggetti terzi ad operare in regime di libero mercato. Appare del tutto inopportuno che forme di tirocinio professionale, propedeutiche all’accesso alla professioni, possano essere svolte all’interno delle Facoltà, con ulteriori vantaggi per i docenti nel campo dell’attività professionale, comunque da condurre entro regole di compartecipazione con i liberi professionisti.

Per concludere

Gli indirizzi riportati sono proiettati verso un sistema che operi per ridurre le disuguaglianze sociali con misure atte a limitare il prevalere attuale, fino alla prevaricazione, di interessi diparte. Un sistema aperto di liberalizzazioni non può prescindere da una burocrazia aperta alla società e consona dei propri limiti, da un settore Universitario che comprima forme di duplice o triplice lavoro, dalla attività autoreferenziale di alcuni Enti o dalla soggettività di iniziative di Casse di Previdenza di dubbia opportunità. Ed ancora, ciò senza poter escludere improprie interferenze di parte rappresentativa del mondo imprenditoriale, interessato ad appropriarsi del controllo della qualità e costi dei servizi professionali nell’abbattimento di ogni regola. Trattasi di elementi di una riforma possibile, tesa a generare sviluppo ed una migliore qualità della vita, senza richiedere costi pubblici ma, comportando vantaggi sociali ed economici. Quanto necessita al settore libero professionale tecnico per rispondere alle esigenze del Paese; dove, per i ritardi accumulati, a pagarne le spese è stato e continua ad esserlo l’intero“paese Italia”.

 Scarica la Lettera a Monti con indicazioni per una riforma delle libere professioni del comparto tecnico

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