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Ingegneri: quali leggi sono a rischio se il Governo cade?

Dal sismabonus all’aggiornamento delle Norme Tecniche, se cadrà il Governo prima della fine dell’iter molte tematiche legate al mondo dell’ingegneria potrebbero subire un brusco stop. Facciamo il punto

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Sono tante le questioni aperte per gli ingegneri. Leggi e decreti attuativi che attendono solo l’ok dell’Esecutivo per diventare operativi e per dare risposte importanti alle esigenze della categoria. Eppure l’incertezza governativa, con le probabili elezioni di un nuovo Governo alle porte, potrebbero bloccare tutti gli iter parlamentari attualmente in vigore, rimandando i provvedimenti ai prossimi anni. Vediamo, in estrema sintesi, quali sono le cosiddette “questioni aperte” di maggior urgenza e che invece potrebbero non trovare più riscontro.

Innanzitutto, l’aggiornamento delle Norme Tecniche delle Costruzioni Iperammortamento, Faq del Mise: tutti i requisiti tecnologici dei macchinari, che dopo la fase di consultazione a Bruxelles lo scorso 8 maggio, dovrebbe trovare pronta attuazione entro l’estate, al massimo entro il mese di settembre. Come ha già sottolineato Giovanni Cardinale, Vice Presidente del Consiglio Nazionale degli Ingegneri, “Il testo ha avuto un lungo dibattimento, durato oltre quattro anni ed è sicuramente un passo in avanti rispetto a quello licenziato nel 2008. Certo, tutto è perfettibile e migliorabile e serviranno proprio a questo le revisioni biennali previste. In ogni caso, a questo punto mi aspetto l’emanazione della Circolare Illustrativa da parte del Consiglio superiore dei lavori Pubblici da affiancare alle Norme e renderle dunque operative”. Tra le questioni aperte, le osservazioni relative ai laterizi, alle indagini geologiche e ai prefabbricati in calcestruzzo. In particolare Francesco Peduto, Presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi, sottolinea che l’aggiornamento delle Norme tecniche presuppone “l’esclusione della componente geologica dal processo di costruzione dei progetti di opere che interagiscono con il suolo e il sottosuolo. Il lavoro fatto dal Consiglio superiore dei lavori pubblici ha finito per vanificare l’approccio multidisciplinare al progetto e ha fallito in quella che è la finalità primaria della norma tecnica: la sicurezza delle opere e del territorio”. Tutto ciò, insomma, penalizzerebbe le indagini geologiche, come il Cng va ripetendo da diversi mesi. Ora, se il Governo cadrà, c’è il serio rischio che l’aggiornamento delle Norme (e le necessarie revisioni) sarà rimandato, come si suol dire, a “data da destinarsi”.

Altra questione aperta, quella del sismabonus “allargato” ai Comuni delle zone classificate in zona 1. La novità contenuta nella Manovra correttiva dei conti pubblici è proprio in questi giorni in discussione alla Camera. La domanda sorge spontanea: ci sarà il tempo materiale per far sì che, per ottenere le detrazioni fiscali, i lavori, effettuati da imprese di costruzione o ristrutturazione, consistano nella demolizione e ricostruzione dell’edificio? Il Governo ha previsto per l’attuazione di questa misura un finanziamento complessivo di 137,5 milioni di euro. E’ dunque una vera e propria corsa contro il tempo.

Tecnicamente, l’impresa avrà diciotto mesi di tempo, dalla fine dei lavori, per vendere gli immobili in questione. Gli acquirenti avranno la facoltà di scegliere se avvalersi della detrazione o se cedere il credito di imposta corrispondente all’impresa che ha realizzato i lavori o ad altri soggetti privati, tranne che ad istituti di credito e intermediari finanziari.

Infine, rimane ancora aperto il confronto tra Consiglio Nazionale degli Ingegneri e Governo in merito al decreto correttivo del nuovo Codice dei contratti – decreto legislativo 19 aprile 2017, n. 56 recante “Disposizioni integrative e correttive al decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50”. Un decreto che ormai è legge dal 20 maggio scorso ma che prevede ancora un confronto serrato tra Esecutivo, Ingegneri e Rete delle Professioni Tecniche proprio per l’inserimento nel testo di alcune raccomandazioni delle professioni. Tra le questioni aperte:
– Da rivedere “la possibilità di ricorrere all’appalto integrato e, in particolare, per le opere i cui progetti siano stati validati prima dell’entrata in vigore del nuovo Codice Appalti”. Tutto ciò relegherebbe il progetto ad un ruolo marginale nel processo di esecuzione delle opere pubbliche.
– Il Codice prevede che le attività di progettazione debbano essere firmate da dipendenti delle amministrati abilitati all’esercizio della professione. La RPT aveva chiesto anche di prevedere in capo ai professionisti l’obbligo di iscrizione al relativo albo professionale. Il non accoglimento di tale indicazione è visto in maniera negativa, in quanto l’iscrizione all’albo sottintende una “garanzia circa il comportamento deontologico del progettista dipendente pubblico, l’obbligo della sua formazione continua, l’assenza di condanne che impediscano l’esercizio della professione”.
– Infine, oltre a non condividere l’impossibilità di affidare direttamente la progettazione definitiva al vincitore del concorso di progettazione, la RPT esprime il suo disappunto per la mancata previsione di un fondo di rotazione per la progettazione, “che consentirebbe di separare il momento della progettazione da quello di esecuzione”.

Tutte tematiche, come si può facilmente, constatare, di notevole importanza per il futuro di migliaia di ingegneri e professionisti del settore. Percorsi legislativi ora messi in forte dubbio dalle vicende turbolente della politica, che rischia di far saltare tutti i tavoli aperti.

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