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Ingegneri senza frontiere per “curare” i vecchi computer

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Si chiama trashware (derivato dalla parola inglese trash, spazzatura) ed è la pratica di recuperare vecchio hardware, mettendo insieme anche pezzi di computer diversi, e di renderlo di nuovo funzionante ed utile.

È quello che i volontari di “ingegneri senza frontiere” in collaborazione con Legambiente si occupano all’Ospedale vecchio di Parma. Qui, infatti, i pazienti sono fatti di cpu, schede madri, memorie ram ed hard disk. Sono i PC condannati a prendere polvere in uno scantinato o peggio gettati nella spezzatura, producendo rifiuti ed inquinamento. Buttati via perché, nella frenesia che spesso rasenta il delirio del mondo informatico, li abbiamo considerati oramai vecchi e inutili, in una parola obsoleti.

Eppure per i poveri computer ci potrebbe essere un destino diverso: quello di essere ancora utili. Senza contare che a beneficiarne sarebbe anche l’ambiente.

L’iniziativa parte da motivazioni ecologiche: per realizzare un PC, spiegano i responsabili del progetto nel loro opuscolo “Trashware for dummies” sono necessari 240 kg di combustibile fossile, 22 kg di prodotti chimici e 1500 litri d’acqua, componenti che insieme superano di almeno 10 volte il suo peso finale. A questi vanno aggiunti i costi di smaltimento, molto elevati. I Raee (i rifiuti di apparecchiature elettroniche) sono per altro in rapida crescita, almeno del 3-5% su base annua. Secondo le Nazioni Unite ogni anno vengono prodotti dai 20 ai 50 milioni di tonnellate di rifiuti tecnologici.

Il progetto a Parma è ancora giovane, ma come spiega Stefano Morselli, responsabile del laboratorio dove i computer rinascono “quest’anno abbiamo già raccolto 100 macchine, e 50 di queste sono già pronte per essere utilizzate”.

Ma come funziona il trashware? Un’azienda od un privato possono donare il loro vecchio PC all’associazione, che dopo aver sottoposto a test l’hardware provvede a ricondizionarlo, installando sul disco il nuovo sistema operativo, in genere software libero, come Linux. “Noi installiamo Ubuntu” spiega Morselli. Ubuntu è appunto un sistema operativo basato su Linux. “A seconda della destinazione provvediamo poi inserire altri applicativi, sempre liberi, come Open Office, Mozilla. Una volta verificato che la macchina funziona, la consegniamo” dice Morselli.

I “nuovi vecchi” computer finiscono ad associazioni di volontariato, ma anche a scuole, come quella di Colorno dove “ abbiamo installato due postazioni informatiche” spiega Annalisa Berzioli, presidente di Ingegneri senza frontiere.

Ma non solo, il trashware fa bene all’ambiente. Il riutilizzo di un solo computer ed un monitor permettono il risparmio di 13 kg di rifiuti pericolosi, 35 kg di quelli solidi e materiali, 80 litri di acqua e 32 tonnellate di aria inquinate, 605 kg di emissione di anidride carbonica e 7.719 chilowatt di energia. Numeri positivi questa volta.

E poi il trashware può avere anche risvolti solidali: i computer rimessi in sesto possono, infatti, essere donati ad ong umanitarie e a progetti internazionali per consentire ai paesi in via di sviluppo di superare il cosiddetto “digital divide” vale a dire il divario tra chi può accedere alle nuove tecnologie, come internet e chi invece, come in molte nazioni africane, viene privato di queste opportunità.

E per chi proprio non riesce a porre un freno al suo appetito di hardware sempre nuovo e potente, vale sempre la pena di ricordare un vecchio adagio informatico di autore anonimo: “siamo arrivati sulla Luna con la potenza di calcolo di due commodore 64.” Perciò, prima di condannare a morte il vecchio e obsoleto PC pensiamo dunque al trashware.

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