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Lauree professionalizzanti, il no degli agrotecnici

Una bocciatura totale al decreto del Miur: gli agrotecnici chiedono il ritiro del provvedimento in autotutela

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C’è chi dice no alle lauree professionalizzanti per le professioni tecniche: è il Collegio nazionale degli agrotecnici e degli agrotecnici laureati. Una bocciatura su tutta la linea al nuovo percorso che il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca ha avviato per rendere più competitivi sul mercato del lavoro i titoli di studio universitario.

Il collegio ha inviato un parere motivato a questa bocciatura al ministro, Valeria Fedeli ed al sottosegretario Gabriele Toccafondi, referente della cabina di regia che l’8 settembre ha ripreso i lavori sulla regolamentazione delle lauree professionalizzanti.
Troppa confusione, poca riconoscibilità sociale dei nuovi titoli di studio e una sovrapposizione con i titoli di istruzione superiore, sono le motivazioni principali addotte dal Collegio nazionale degli agrotecnici e degli agrotecnici laureati nel parere inviato il 5 settembre scorso all’attenzione della cabina di regia del ministero.

Nel documento c’è il plauso alla sospensione dell’attuazione del decreto da parte dell’attuale ministro Valeria Fedeli ma dall’albo degli Agrotecnici arriva la contestazione per il mancato coinvolgimento a monte, in sede di redazione del decreto di istituzione delle lauree professionalizzanti, dei vari stakeholder del mondo delle professioni tecniche.
I responsabili dell’albo evidenziano anche un vizio formale: il Decreto che istituisce le lauree professionalizzanti, firmato dall’ex-Ministro Stefania Giannini il 12 dicembre 2016, è nullo, perché il ministro era in quella data dimissionario a seguito del nuovo incarico di governo affidato all’attuale premier, Paolo Gentiloni.
Con il Decreto 12 dicembre 2016 n. 987 recante “Autovalutazione, valutazione accertamento iniziale e periodico delle sedi e dei corsi di studio” l’allora Ministro dell’Istruzione Stefania Giannini ha istituito le lauree professionalizzanti – spiega in una nota l’albo degli Agrotecnici- nuovi corsi di studio ad ogni effetto, che hanno la caratteristica di essere realizzati dalle Università “in convenzione con imprese qualificate ovvero loro associazioni, o ordini professionali”, ai quali viene affidata la realizzazione fino a 60 CFU-Crediti Formativi Universitari (che rappresentano il 33% di quelli necessari per laurearsi).
In altri termini, posto che la nuova laurea professionalizzante è di durata triennale, composta da 180 CFU (60 per anno di studi), la stessa si consegue con due anni di studi tradizionali più un anno di tirocinio presso imprese o loro associazioni oppure ordini professionali, che si trovano così a gestire direttamente i nuovi corsi di laurea.

Ecco nel dettaglio le ragioni del no alle lauree professionalizzanti da parte del Collegio nazionale degli agrotecnici e degli agrotecnici laureati.

Ragioni di legittimità

  • Il Collegio Nazionale degli Agrotecnici e degli Agrotecnici laureati ha chiesto che il Ministro Fedeli, valendosi del potere di autotutela di cui alla legge n. 241/90, proceda all’annullamento del DM n. 987/2016.
    Il Governo Renzi (di cui il Ministro Giannini faceva parte) si dimise il 7 dicembre 2016 rimanendo in carica per l’ordinaria amministrazione sino al 12 dicembre seguente, quando si insediò il Governo Gentiloni; al momento delle dimissioni il Presidente del Consiglio dei Ministri emanò la Direttiva n. 8798 (con la quale si faceva divieto ai singoli Ministri di adottare “regolamenti governativi o ministeriali, salvo che la legge imponga termini per la loro emanazione o quest’ultima sia richiesta come condizione di rispetto degli obblighi derivanti dall’appartenenza all’Unione europea”: dunque il 12 dicembre l’ex-Ministro Giannini non aveva più i poteri per adottare il DM n. 987/2016, e ciò a prescindere dall’evidente scortesia istituzionale dell’adozione di un Decreto di siffatta importanza il giorno stesso dell’insediamento del nuovo Ministro.

Ragioni di merito

  • L’offerta di titoli di studio superiori (lauree e corsi post-diploma) di carattere professionalizzante è già oggi ridondante: sono infatti presenti, nello stesso segmento di mercato, compreso quello degli Albi professionali, ben 10 titoli di studio superiori. In un tale contesto, che richiede una forte sintesi ed un coordinamento per ridurre le già molte sovrapposizioni, appare illogico ed irragionevole istituire una ulteriore tipologia di laurea (la “laurea professionalizzante”) che aumenterebbe ancora di più la confusione.
  • Per le loro caratteristiche intrinseche (titoli di studio da realizzarsi dalle Università in convenzione con le imprese ed ordini professionali) le “lauree professionalizzanti” si sovrappongono perfettamente agli attuali ITS-Istituti Tecnici Superiori, che rilasciano i titoli non accademici con il più alto grado di occupabilità in assoluto (oltre l’80%), ciò in ragione della elevata flessibilità dei corsi e dello stretto rapporto della didattica e della docenza con il mondo del lavoro.
  • Gli ITS però, essendo di recente costituzione, non godono ancora di una evidente riconoscibilità sociale e pertanto la diretta concorrenza delle nuove “lauree professionalizzanti”, considerato il maggior appeal e la maggiore autorevolezza del mondo universitario, avrà l’effetto di drenare a favore delle nuove lauree le risorse e le disponibilità che le imprese e gli ordini professionali attualmente destinano agli ITS nonchè a prosciugarne il bacino di utenza studentesca, che solo adesso inizia a sedimentarsi, distruggendo così l’unico esempio di titolo superiore non accademico che funziona e dà occupazione.
  • Le nuove lauree professionalizzanti, per le loro caratteristiche (un anno di “studio” su tre è di fatto demandato al sistema delle imprese o degli ordini professionali), non possono essere inserite nell’attuale sistema di formazione universitaria, che è basato sulle classi di laurea che hanno tutte lo stesso valore legale.
  • Le nuove lauree professionalizzanti, non potendo essere comprese in quelle attuali, andranno a costituire nuove classi di laurea, scollegate dal sistema generale, con la conseguente impossibilità della prosecuzione degli studi per l’eventuale conseguimento della laurea magistrale da parte dei giovani che le frequenteranno, venendo così a determinare un sistema formativo totalmente ingessato, incapace della pur minima flessibilità e con un unico sbocco formativo: quello dell’industria o dell’ordine professionale “convenzionato” con l’Università.
  • Uno degli assunti su cui il MIUR basa la necessità di costituire le nuove “lauree professionalizzanti”, e precisamente quello dell’esistenza di obblighi e raccomandazioni dell’Unione Europea che imporrebbero il possesso della laurea per accedere ad una professione ordinistica, è del tutto infondato, in quanto non esistono “raccomandazioni” ovvero Regolamenti o Direttive dell’Unione Europea in tal senso.

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