Maurizio Miccolis, l’ingegnere che gira il mondo per guardare le stelle | Ingegneri.info

Maurizio Miccolis, l’ingegnere che gira il mondo per guardare le stelle

Un racconto sulle possibilità che il mondo offre a chi ha voglia di mettersi in gioco. Ora Maurizio è in Gran Bretagna e sta vivendo sulla propria pelle la Brexit, scopriamo la sua esperienza diretta

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Ingegnere Elettronico laureato al Politecnico di Milano nel 1997, ha lavorato per dodici anni in un’azienda nell’hinterland milanese (che nel frattempo è diventata parte del gruppo Thales Alenia Space Italia) nel settore aerospazio. Qui si è occupato del progetto, realizzazione, integrazione e verifica di strumenti scientifici per satellite, tra cui il satellite Planck dell’Agenzia Spaziale Europea. Dopodiché, con la sua famiglia, ha cominciato un’avventura da espatriato. Prima in Cile, per 3 anni, lavorando come System Engineer per lo European Southern Observatory, al progetto ALMA, un radiotelescopio costruito a 5.000 metri di quota nel deserto di Atacama. Finito il progetto, il trasferimento negli USA, dove per quasi 4 anni ha ricoperto la posizione di Integration and Verification Manager per il progetto NEON, un osservatorio ecologico costituito da siti sparsi su tutto il territorio statunitense. Nel frattempo ha conseguito la certificazione di Professional Project Manager (PMP) del PMI (Project Management Institute) ed ora, da quasi un anno, è in Inghilterra. Qui lavora per lo sviluppo del software di SKA, un altro radiotelescopio in fase di progetto, che verrà costruito nei prossimi 5-7 anni, parte in Sudafrica e parte in Australia.

Oggi assistiamo al fenomeno dell’emigrazione 2.0, sempre più professionisti laureati e ricercatori decidono di espatriare dall’Italia attratti dalle migliori retribuzioni e dalla giusta valorizzazione della propria professionalità. Qual è la sua esperienza e opinione in merito al fenomeno?

Purtroppo assistiamo proprio a questo fenomeno. Laureati giovani e meno giovani decidono di rischiare, di allargare i propri orizzonti e provare a vivere altrove che nel “Bel paese”. Certo l’attrattiva dello stipendio più alto è del tutto reale, ma quello che vale di più è l’apertura, la sensazione di stare in un mondo che è fatto di tante culture, diverse aspettative e diverse priorità. Per esempio quello che più mi ha impressionato del vivere in Sudamerica (Cile) è stato l’ottimismo della gente, la netta impressione che “il prossimo anno sarà migliore di questo e del precedente”. Sensazione che in Europa non si respira più da un po’… Rispetto alla valorizzazione della professionalità, credo che la situazione sia più varia. Quando arrivi in un nuovo paese, devi, nella maggior parte dei casi, ripartire da zero. La credibilità professionale è tutta da (ri)costruire. Bisogna dare il meglio, sul lavoro e nella società civile, per potersi assestare nella nuova realtà. Questo modo di fare è certamente apprezzato e fa risaltare quel valore che vorremmo vedere riconosciuto, di solito chi cerca talenti sul “mercato internazionale” è anche sensibile a questi valori.

E’ vero che chi rimane in Italia “si accontenta”? Dalla sua esperienza in vari paesi nel mondo, ritiene che la figura dell’Ingegnere si maggiormente valorizzata altrove?

Ritengo che non ci sia bisogno di accontentarsi, anche in Italia ci sono ampi spazi per valorizzare la professione dell’ingegnere. Talvolta questa va nella direzione della crescita verticale in azienda, altre volte nell’approfondire e fare sempre meglio il proprio lavoro quotidiano.
Se queste strade però sono chiuse, per mille motivi, il “non accontentarsi” non passa necessariamente per l’emigrazione. Penso che un ingegnere possa essere in grado di trovare soluzioni creative a questo problema.

Dopo alcune importanti collaborazioni come con ALMA (il radiotelescopio nel deserto di Atacama, Cile) e NEON (l’osservatorio ecologico negli USA) da meno di un anno si è trasferito in Gran Bretagna. Ci racconta in cosa consiste ora il suo lavoro?

In questo momento il mio ruolo ha come obiettivo quello di condurre due consorzi multinazionali, uno guidato da un istituto di ricerca indiano e uno dall’Università di Cambridge (UK), attraverso le rispettive Critical Design Review che completano la fase di progetto rispettivamente del software che controlla le operazioni dell’Osservatorio e del super-computer che elabora, in tempo reale, i dati raccolti dai telescopi.
Nel mio ruolo di Project Manager, io mi occupo degli aspetti programmatici di queste attività, mentre mi avvalgo della collaborazione di esperti: scienziati e ingegneri, impiegati come me in Inghilterra, che controllano gli aspetti tecnico/scientifici.

Vivendo quotidianamente un ambiente lavorativo internazionale nel quale, inoltre, vi è una presenza importante di Italiani, ci può raccontare com’è stata presa la notizia della vittoria del “Leave” al referendum sulla Brexit?

Credo che nessuno dei colleghi italiani e degli espatriati europei che vivono in Gran Bretagna sia contento della Brexit. D’altra parte nessuno sa cosa succederà realmente. Quasi ogni giorno, attraverso i mezzi di comunicazione locali, arrivano novità rispetto alle modalità della Brexit, nessuno sa cosa succederà, né come muoversi. Stiamo tutti all’erta, ma per ora non vedo troppa ansia tra gli espatriati europei.

Oltre ad avere ripercussioni burocratiche, molte delle quali ancora sconosciute, la Brexit ha cambiato o semplicemente “liberato” l’idea che gli abitanti del Regno Unito avevano degli “stranieri”. Qual è la sua esperienza in merito?

Credo che la proverbiale “goccia che ha fatto traboccare il vaso” della Brexit sia stata l’impressione, da parte del popolo britannico, di un’Europa invadente che pretende di dettare legge in casa loro. Chi si ricorda un po’ degli studi di storia saprà che i britannici sono molto sensibili in argomento, tanto che nessuno li ha mai conquistati negli ultimi mille anni. In generale non penso che siano contro gli immigrati, anzi, in qualche caso può capitare di incontrare gente che si scusa perché i loro compatrioti hanno deciso per la Brexit. In generale, vivere in un’altra cultura rimane faticoso ma arricchente per l’intera famiglia, in particolare per chi ha figli (noi abbiamo due ragazze di 9 e 14 anni). Il punto chiave sta nel vivere l’esperienza come un’aggiunta al proprio bagaglio e non come una sostituzione, cercando di non dimenticare le proprie radici.

Visto il futuro incerto per tutti gli europei che attraverseranno la Manica dopo il 29 marzo 2019, quali consigli si sente di dare agli Ingegneri italiani che ancora aspirano a un lavoro nel Regno Unito?

Mi sento di dire: “Non scoraggiatevi!”. Se avete intenzione di espatriare, dall’anno prossimo, andare in Gran Bretagna non sarà più difficile che cercare lavoro negli Stati Uniti, in Cina, Giappone, Emirati Arabi, India, Russia, Sudamerica solo per nominare alcuni dei potenziali mercati del lavoro extra-europei…
In fondo è solo uno scoglio in più tra i tanti che è necessario affrontare, ma niente d’insormontabile se veramente volete farlo.
Gli ingegneri italiani sono tanto apprezzati nel mondo, non per la loro preparazione tecnica o teorica. Piuttosto perché ci portiamo dietro il disincanto, il pragmatismo, la capacità di non prenderci troppo sul serio, senso dell’umorismo, tutte cose che, mischiate insieme alla necessità di farcela, in una situazione completamente nuova, ci aiutano a tirare fuori il meglio di noi stessi, che una volta emerso non ha più nazionalità, ma diventa visibile e apprezzato.

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