Responsabilità civile e disciplinare del Ctu: l'analisi di Raffaele Guariniello | Ingegneri.info

Responsabilità civile e disciplinare del Ctu: l’analisi di Raffaele Guariniello

La scelta del consulente tecnico d’ufficio è un atto che può decidere la sorte del processo, e che, pertanto, non può essere compiuto dal magistrato a caso, senza il retaggio di una pregressa esperienza sulle capacità e sulla neutralità degli esperti

raffaele guariniello
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Pubblichiamo un estratto di “Il manuale del CTU – Nuova Edizione”, il volume scritto da Serena Pollastrini e aggiornato alle normative più recenti che è già un riferimento per chi opera nel settore della Consulenza tecnica d’ufficio. L’articolo è del Procuratore della Repubblica, Raffaele Guariniello, uno dei collaboratori del volume.

Nell’ambito delle responsabilità e della neutralità dei tecnici che operano in rapporto con la giustizia, assume rilievo la disciplina concernente la responsabilità civile e disciplinare del CTU.

A) Per cominciare, l’art. 64 c.p.c. non si limita ad evocare la responsabilità penale del CTU, ma nel comma 2, terzo periodo, dispone che “in ogni caso è dovuto il risarcimento dei danni causati alle parti”.
Basta leggere integralmente questo enigmatico comma 2 dell’art. 64 c.p.c. (‘In ogni caso, il consulente tecnico che incorre in colpa grave nell’esecuzione degli atti che gli sono richiesti, è punito con l’arresto fino a un anno o con l’ammenda fino a diecimilatrecentoventinove euro. Si applica l’art. 35 c.p. In ogni caso è dovuto il risarcimento dei danni causati alle parti’’), per cogliere non pochi problemi interpretativi. Uno sopra ogni altro: il CTU risponde civilmente anche quando non incorra in colpa grave? Preziosa è l’indicazione desumibile da Cass. civ., Sez. VI, 17 aprile 2012, n. 6014.
Rigetto della domanda proposta ai sensi dell’art. 2043 c.c. nei confronti di un ingegnere incaricato dal tribunale della stima di un immobile pignorato, “perché l’ingegnere ne aveva affermato la libertà da vincoli verso terzi, in modo tale che gli attori si sarebbero determinati all’acquisto credendolo libero, per poi scoprire che, invece, esisteva un contratto di affitto”.

La Sez. VI non accoglie il ricorso proposto dagli attori: “La corte d’appello ha fatto applicazione della norma dell’art. 2043 c.c., ritenendo che nel caso di specie ricorresse un’ipotesi di responsabilità extracontrattuale: questa statuizione (è) corretta in diritto, in quanto il professionista era stato chiamato in giudizio per la violazione dei compiti affidatigli quale ausiliario del giudice; quindi avrebbe dovuto rispondere ex art. 64, comma 2, ultimo periodo, c.p.c.; norma, quest’ultima che prevede un’ipotesi specifica di responsabilità aquiliana. Gli attori sembrano assumere che la valutazione sulla colpa si sarebbe dovuta compiere ai sensi dell’art. 2236 c.c. (‘‘Se la prestazione implica la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà , il prestatore d’opera non risponde dei danni, se non in caso di dolo o di colpa grave’’), ma soltanto al fine di escluderne l’applicazione nel caso concreto, in quanto si sarebbe dovuta ritenere la responsabilità dell’ingegnere per colpa lieve. La censura è infondata in diritto, sia perché non si verte in ipotesi di responsabilità contrattuale, sia perché la limitazione dell’art. 2236 c.c. riguarda l’imperizia, non la violazione del dovere di diligenza professionale. Comunque, trattasi di censura non pertinente poiché la corte d’appello non ha affatto escluso la responsabilità dell’appellato perché non avrebbe riscontrato, nel caso di specie, la colpa grave. Al contrario, la domanda degli appellanti è stata ritenuta infondata per essere mancata la prova della colpa, anche lieve, del danneggiante, l’onere della quale la corte ha ritenuto gravare – ai sensi del richiamato art. 2043 c.c. – sugli attori, secondo i principi che governano l’onere della prova in tema di responsabilità aquiliana. In particolare, quanto al titolo della responsabilità, va ribadito che il giudice di merito ha ritenuto che non fosse stata provata nemmeno la colpa lieve”.

Un’attenta lettura dell’art. 64, comma 2, c.p.c. induce a condividere l’opzione ermeneutica sottintesa dalla Corte Suprema. Certo, alcuni hanno obiettato che “per gli altri organi giudiziari è previsto un regime privilegiato di responsabilità civile”, e che “lo stesso onorario del consulente tecnico, in ragione della funzione pubblica che è chiamato ad esercitare, è determinato in maniera sensibilmente (e in alcuni casi marcatamente) più bassa dei ‘corrispettivi di mercato’ e nel nostro ordinamento vale quale principio generale la commisurazione del grado di responsabilità alla natura gratuita o meno dell’incarico”. Ma si tratta di argomenti per forza di cose destinati a cedere a fronte di un allettante dato letterale. Si è sostenuto, è vero, che, “quando il legislatore vuole procedere alla formulazione di norme sganciate dai medesimi presupposti, procede di solito alla redazione di commi diversi dello stesso articolo o alla formulazione di articoli diversi”.

Ma l’esegesi della norma deve essere più accorta e penetrante. Nella versione originaria, l’art. 64, comma 2, c.p.c. stabiliva che “in ogni caso, qualora il consulente tecnico incorra in colpa grave nell’esecuzione degli atti che gli sono richiesti, è condannato dal giudice a una pena pecuniaria non superiore a lire ventimila”, e che, “egli è inoltre tenuto al risarcimento dei danni”.

L’art. 25, legge 4 giugno 1985, n. 281, nel modificare il testo dell’art. 64, comma 2, c.p.c., ha, in particolare, previsto che, “in ogni caso è dovuto il risarcimento dei danni causati alle parti”: scompare, dunque, nell’ultimo periodo dell’attuale comma 2 la primitiva locuzione “egli è inoltre tenuto”, atta a ricollegare la responsabilità civile alla colpa grave richiesta nel primo periodo dello stesso comma 2; e al suo posto si usa un impersonale “è dovuto”, per giunta preceduto da un eloquente “in ogni caso” (Un ‘‘in ogni caso’’ che induce taluno ad ipotizzare una responsabilità civile del CTU addirittura anche in assenza di colpa lieve).
Non convince, pertanto, la risalente analisi svolta da Cass. civ., Sez. I, 21 ottobre 1992, n. 11474, là dove sembra addebitare la responsabilità civile prevista dall’art. 64 c.p.c. al CTU che incorra in colpa grave (Da notare è che, ad avviso di Cass. pen., Sez. VI, 4 aprile 2007 n. 14101, ove si tratti di condotta dolosa e non di colpa grave, ‘‘non è applicabile il capoverso’’ dell’art. 64 c.p.c.): “L’art. 64, comma 2, c.p.c. disciplina, sia per l’aspetto civilistico che per quello penalistico, la responsabilità del consulente tecnico che incorre in colpa grave nell’esecuzione degli atti che gli sono richiesti, ha riguardo, cioè, sotto il profilo civilistico, alla responsabilità aquiliana per fatto illecito del consulente. Nella specie l’attrice non ha richiesto alcun risarcimento di danni, né ha dedotto a fondamento della sua domanda alcun comportamento colposo del consulente tecnico d’ufficio, ma ha soltanto richiesto la restituzione di somme, in quanto pagate per una consulenza dichiarata nulla, deducendo cioè puramente e semplicemente la mancanza del titolo giustificativo del pagamento. Ed una siffatta domanda, di ripetizione di indebito oggettivo, non trova alcuna preclusione, né diretta né indiretta, nelle citate disposizioni dell’art. 64 c.p.c., ed è soggetta alle ordinarie regole della competenza per valore”.

B) D’altra parte, al di là della responsabilità disciplinare prevista dalle singole leggi istitutive degli ordini e collegi professionali, gli artt. 14, 19, 20 disp. att. c.p.c. contemplano i meccanismi del procedimento disciplinare a carico dei consulenti tecnici d’ufficio, e i possibili esiti sanzionatori: avvertimento, sospensione dall’albo per un tempo non superiore ad un anno, cancellazione dall’albo. Un procedimento disciplinare, si badi, nei confronti dei “consulenti che non hanno ottemperato agli obblighi derivanti dagli incarichi ricevuti”, ma persino, con un linguaggio d’altri tempi, nei confronti dei consulenti che “non hanno tenuto una condotta morale specchiata”.

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