Subordinazione nello studio di architettura? Il parere del Tribunale di Milano | Ingegneri.info

Subordinazione nello studio di architettura? Il parere del Tribunale di Milano

La seniority del titolare non fa rima con la subordinazione del collaboratore: la sentenza del Tribunale di Milano fa chiarezza sul lavoro negli studi professionali

Multi ethnic group architects working on plans at business boardroom
image_pdf

Con la sentenza n. 317 del 6 febbraio 2018, la Sezione Lavoro del Tribunale di Milano ha rigettato una domanda di accertamento della subordinazione proposta dal collaboratore di uno studio di architettura ed ha fatto il punto sulla corretta qualificazione giuridica del lavoro negli studi professionali.  Vediamo nel dettaglio di cosa parla la sentenza e in che modo essa tocca da vicino la vita di molti professionisti tecnici.

Premessa

La Sezione Lavoro del Tribunale di Milano è tornata a pronunciarsi su un tema che è stato già oggetto di cognizione da parte del Giudice del Lavoro meneghino (v. Trib. Milano, Sez. Lavoro, GDL dott. Mariani, 18 ottobre 2012 n. 4425, di rigetto della domanda azionata dagli allora ricorrenti e, di segno contrario, Trib. Milano, Sez. Lavoro, GDL dott. Casella, 29 maggio 2014 n. 1706) ossia quello della corretta qualificazione giuridica del rapporto di collaborazione presso studi di architettura e/o di ingegneria.

Ricorso al lavoro a progetto e conseguenze sulla prova

Diversamente dal caso deciso con la sentenza n. 1706/2014 (citata supra), nel caso in esame il Giudice del Lavoro non ha dovuto valutare la tenuta di alcun contratto di lavoro a progetto (aspetto, questo, analizzato diffusamente in Trib. Venezia, Sez. Lavoro, GDL dott.ssa Coppetta Calzavara, 31 luglio 2017).
Tale modulo è ora abrogato (v. art. 52 del 15 giugno 2015 n. 81) ma non mancano sentenze, anche recentissime, che hanno analizzato le rivendicazioni di progettisti e disegnatori assunti ex art. 69 del d.lgs. 276/2003.
Si tratta di un profilo importante in quanto – ai fini di un’indagine sugli elementi che rendono fondata, nel settore in esame, la domanda di riqualificazione del rapporto, l’esistenza di un rapporto di lavoro a progetto, in base alla giurisprudenza raccolta, risulta produrre l’effetto, nei fatti, di condizionare e vincolare le esigenze istruttorie. Ciò, in quanto, nel sistema delineato dall’art. 69 del d.lgs. 276/2003, l’assenza degli elementi formali e sostanziali del progetto determinava la conversione ope legis del rapporto in un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato.
In altri termini, nei casi di rivendicazione della natura subordinata del rapporto da parte di collaboratori assunti ex art. 69 presso studi di architettura, in ipotesi di radicale assenza del progetto (situazione tutt’altro che rara n.d.r.), il problema della prevalenza di elementi nel senso dell’autonomia o, viceversa, della subordinazione risulta nei fatti sdrammatizzato dall’operare del meccanismo (sanzionatorio) fissato dal Legislatore anteriormente al Jobs Act; meccanismo che nel vigore delle vecchie norme non ammetteva prova contraria.
Tuttavia, nel caso in commento, come detto, il ricorrente in giudizio non allegava la sottoscrizione di alcun contratto, ponendo, piuttosto, il tema di una collaborazione solo originariamente governata dall’art. 69 e poi sfociata, secondo la prospettazione svolta dal ricorrente, in rapporto di lavoro subordinato ancorché de facto.  Nel caso in esame, il Giudice ha, dunque, dovuto incentrare l’attività istruttoria sulla ricerca degli elementi caratterizzanti la natura effettiva del rapporto, ricavandone il convincimento poi maturato sulla natura autonoma del rapporto.

L’eterodirezione

In linea con i citati precedenti, anche nel caso in esame, il Giudice ha inteso rendere la decisione all’esito della prova testimoniale rigettando con motivazione ampia la domanda del collaboratore di riconoscimento della natura subordinata del rapporto, non ritenendo provata l’“effettiva eterodirezione” della prestazione resa in favore dello studio di architettura.
Cuore del ragionamento è la carente evidenziazione in sede istruttoria di “stringenti direttive” da parte del titolare dello studio nei confronti del ricorrente del quale, viceversa, sono risultati provati i significativi spazi di autonomia, vuoi sul versante della gestione della clientela (di cui talora era esclusivo referente), vuoi sul versante dell’accesso ai locali dello studio (è emersa la piena signoria sulle chiavi di ingresso) ed ai documenti prodotti dallo studio (prerogativa che non gli era in alcun modo preclusa).
Al di là della convergenza degli indici sussidiari emersi in corso di causa (su tutti, quello avente oggetto la mancata prova dell’orario di lavoro e, al contrario, l’oggettiva dimostrazione di una sostanziale libertà nella gestione delle assenze) a ben guardare, ciò che il Tribunale ha condivisibilmente affermato è la netta distinzione fra le direttive che sono espressione di etero-direzione e le indicazioni di massima proprie dei rapporti di collaborazione connotati da autonomia e che – nel peculiare contesto degli studi professionali (e, in generale, delle professioni intellettuali) – sono conseguenza di mero coordinamento (principio, del resto, mutuato da Cass. Civ., Sezione Lavoro, sentenza n. 27138 del 4 Dicembre 2013, seppur con riferimento alla professione sanitaria): un tratto tipico ed ineludibile di un settore in cui la maggiore esperienza del socio senior si traduce sovente in quella che potrebbe definirsi come “reverenza senza subordinazione”. Autonomia, dunque, ancorché caratterizzata dal costante e del tutto fisiologico influsso del magistero del più anziano sul più inesperto collaboratore.

“Rilevante” ed “irrilevante” nelle figure sintomatiche della subordinazione.

A fronte di tali condivisibili acquisizioni è stata considerata poco rilevante, per un verso, la prova documentale di comunicazioni (a mezzo e-mail) dai toni talora imperativi del titolare verso il ricorrente e, ancora meno decisivo, il dato oggettivo della “continuativa frequentazione dello studio” che, così ha affermato il Giudicante, “ben può attagliarsi a un rapporto di tipo libero professionale, semplicemente coordinato dal titolare dello studio professionale, specie nel contesto di una prestazione lavorativa a carattere creativo e intellettuale quale quella di un architetto” (così nella sentenza in commento a pag. 7).
A fronte dei dati ora esposti, è rimasta, viceversa, in ombra la tematica della coesistenza di rapporti professionali intrattenuti dal collaboratore con clienti terzi estranei allo studio, profilo questo che, viceversa, può rivestire fondamentale importanza, sia pure in chiave sintomatica.

Prestazioni a carattere creativo: quid iuris?

Nella sentenza, il connotato creativo ed intellettuale della attività svolta dall’architetto è stato, dunque, riguardato come fattore inidoneo a giustificare l’apparentamento della fattispecie al tracciato dell’art. 2094 c.c.: trascorrere tanto tempo in studio, rispettare un dress code (in Trib. Milano Sez. Lavoro GDL dott. Mariani 18 ottobre 2012 n. 4425, il ricorrente era tenuto a indossare un camice da lavoro bianco), ricevere, talora subire, critiche dure non sono evidenza di potere direttivo se si ammette – come correttamente è stato fatto dal Tribunale lombardo – l’esistenza di uno statuto speciale per le professioni liberali (v. artt. 2230 e ss. c.c.), specie sul versante della formazione dei professionisti più giovani.
Il tema in esame ha, del resto, ad oggetto l’esercizio di professioni in cui, anche a seguito di un lungo periodo di praticantato, la complessità delle attività può comportare il prolungarsi dalla “condizione di minorità” del “giovane” verso l’“anziano”.
Ne consegue che il problema interpretativo oggettivamente complesso che fattispecie come questa in esame pongono è, in fondo, duplice: da un lato, quello della valenza giuridica da conferire all’“esperienza”, dall’altro, il crescente rilievo dell’elemento relazionale nella conduzione delle attività professionali. Partendo da tale ultimo profilo, ciò che, oggettivamente, emerge è, il maturarsi di un completo superamento del modello individualistico di gestione dello studio professionale.

Del resto, il tema ben potrebbe essere affrontato in parallelo a quello delle società tra professionisti (STP), considerando che, per quanto qui di nostro interesse, il Legislatore, pur confrontandosi con un contesto normativo stringente (cfr. art. 2232 c.c.), ha aperto le porte all’esercizio congiunto dell’attività professionale, proprio muovendo dal presupposto che la sempre maggiore complessità che connota tutte le professioni intellettuali impone, ormai, una necessaria riconsiderazione del modello di “personalità” originario.
Nel caso in esame, del resto, ciò che – a seguito dell’istruttoria – è risultato chiaramente è la necessità del ricorrente di “relazionarsi” e “confrontarsi” con un soggetto con maggiore esperienza professionale; da ciò una conseguenza di non lieve momento: anche ipotizzando che la fase di confronto tra un giovane professionista ed il socio senior si concretizzi nell’indicazione, da parte di quest’ultimo, di istruzioni – anche dettagliate – che vadano a condizionare la prestazione professionale del meno esperto, questo non basta per riqualificare il rapporto ai sensi dell’art. 2094 c.c..
Strettamente correlato al tema della (quasi) inevitabile adozione della formula associativa nello svolgimento delle attività professionali, si colloca il tema dell’esperienza e della sua valenza giuridica.
Anche su tale terreno è indiscutibile che fra le intenzioni del Legislatore figuri, da una parte, quella di garantire che i professionisti abbiano un’adeguata preparazione deontologica e tecnica e, dall’altra, impedire che l’esercizio incontrollato delle professioni in oggetto danneggi l’interesse pubblico.
Proprio in tale contesto, pertanto, l’elemento “esperienza” – da intendersi nella duplice accezione di “esperienza anagrafica” e “esperienza di settore” – può assurgere a bene oggetto di scambio tra professionisti, entrando nel sinallagma fino a incidere (quale esito paradossale) sulla stessa onerosità di alcune prestazioni.
Pare, infatti, corretto ritenere che la messa a disposizione di locali e beni strumentali alle prestazioni professionali, unita alla possibilità di attingere al bagaglio di competenze ed esperienze di un collega affermato nel settore, non solo possano concretare un mutuo scambio professionale tale da giustificare la qualificazione del rapporto come autonomo, ma arrivare al punto di dare luogo a forme di scambio benevolentiae causa le quante volte il collaboratore, a fronte di un già sufficiente pacchetto di propri clienti, accetti di scambiare la propria personale disponibilità ad eseguire prestazioni di lavoro in favore del senior con l’esperienza e le utilities messe a sua disposizione da quest’ultimo.
All’esito del lungo excursus, la conclusione è, per certi versi, obbligata: specie nel campo dell’affidamento di compiti non meramente esecutivi, l’eventuale ingerenza del professionista più esperto nella revisione e/o nell’integrazione e/o nella definizione del prodotto intellettuale, può non essere criterio idoneo a provare l’esistenza di un rapporto di subordinazione; in parallelo, è indubbio che la naturale tendenza del professionista verso l’emancipazione economica imponga al Giudice Civile il rifiuto di soluzioni precostituite e, al contempo, una costante attenzione all’effettivo equilibrio sinallagmatico raggiunto fra le parti.

Leggi anche: Videosorveglianza sui luoghi di lavoro: installare le telecamere secondo normativa

Copyright © - Riproduzione riservata
L'autore
L'autore
Subordinazione nello studio di architettura? Il parere del Tribunale di Milano Ingegneri.info