Edilizia del boom e degrado: come intervenire | Ingegneri.info

Edilizia del boom e degrado: come intervenire

Le caratteristiche tecnologiche degli edifici maturati dall'esperienza INA-Casa, esempio perfetto dell'edilizia del boom economico

Edificio INA-Casa, Forte Quezzi , Genova, vista d’epoca del fronte sud (Foto Archivio Daneri, Genova)
Edificio INA-Casa, Forte Quezzi , Genova, vista d’epoca del fronte sud (Foto Archivio Daneri, Genova)
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Il boom economico e l’esperienza INA-Casa del secondo dopoguerra hanno prodotto un patrimonio di edifici ancora oggi perfettamente riconoscibile all’interno dei nuclei urbani contemporanei. Quali caratteristiche tecnologiche possiamo riconoscere e come si sono conservati gli edifici fino a oggi?

Negli anni della ricostruzione e del boom economico, troviamo esempi di rinnovamento delle forme architettoniche e alcune innovazioni rispetto al modo di costruire tradizionale. Fondamentale è l’esperienza INA-Casa. Nasce un linguaggio tipico, caratterizzato dalla messa a nudo dell’apparecchio costruttivo, con il dettaglio decorativo posto in primo piano. Ci si distacca dalle sperimentazioni di strutture leggere e prefabbricate di altri Paesi europei, e anche dai modelli tardo-ottocenteschi con struttura in muratura portante connotati da un linguaggio stilistico ormai da tempo codificato; ci si rivolge, invece, a una tecnica mista già sperimentata in periodo autarchico.

L’impronta unitaria della produzione è ottenuta grazie a suggerimenti e schemi per la progettazione, che incentivano a costruire case, oltre che a basso costo, anche a bassa meccanizzazione dei cantieri e ad alto impiego di manodopera non specializzata.
Le innovazioni riguardanti normalizzazione e standardizzazione sono limitate ad alcuni componenti costruttivi (quali scale o serramenti), alla modulazione delle piante, alla rappresentazione grafica normalizzata, senza apparenti agganci alle sperimentazioni razionaliste ma con una certa attenzione al controllo razionale del processo progettuale e realizzativo.
È consigliato il ricorso a strutture in muratura portante per gli edifici bassi (fino a tre piani) e a strutture a telaio in c.a. con tamponamenti leggeri solo per gli edifici più alti.

Il tamponamento di facciata è generalmente costituito da una muratura a cassa vuota, con una parete esterna in mattoni faccia a vista o intonacati, completata con elementi di finitura preformati in calcestruzzo granigliato, ad esempio cornici di finestre, soglie, elementi di cornicione e scale.

Franco 11_FIG 2_Schema del tamponamento in muratura cava usato nel piano di ricostruzione INA-Casa (Disegno S. Lanzu)

Schema del tamponamento in muratura cava usato nel piano di ricostruzione INA-Casa (Disegno S. Lanzu)

Tali soluzioni risultano spesso indifferenziate rispetto alle diverse situazioni geografiche e climatiche del territorio nazionale. E ciò ha senz’altro costituito un punto debole sia per l’inadeguatezza dei requisiti di eco-efficienza e di risparmio energetico sia per i successivi fenomeni di degrado.
In alcuni casi, però, vengono anche riproposte tipologie locali, frutto dell’esperienza di professionisti locali. Si tratta spesso di dettagli esecutivi che hanno superato la prova del tempo, con buone risposte al degrado materiale dovuto ad agenti aggressivi e inquinanti, e con architettura di lunga durata.
Molti progetti sono decisamente caratterizzati da una spinta innovativa, che sfrutta in chiave espressiva le tecnologie più moderne dal punto di vista del comportamento termoigrometrico e del comfort ambientale, anche se ancora non perfettamente dominate. Anziché nelle forme complessive, la novità si esprime spesso nel singolo dettaglio costruttivo (anche inedito), inserito prevalentemente nelle partiture architettoniche di facciata, nei sistemi di aperture, nella tessitura del tamponamento esterno, o come elemento aggettante in c.a.
Tuttavia, molti degli edifici realizzati hanno presto manifestato preoccupanti segni di degrado materiale e di inefficienza prestazionale. Ma il clima culturale in cui tali opere sono nate e il processo di storicizzazione cui sono oggi sottoposte ci inducono a considerare, con crescente interesse, la loro conservazione e tutela, valutandone i degradi e gli interventi di ripristino più opportuni.

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Principali fenomeni di degrado
Come abbiamo visto, gli edifici realizzati sull’intero territorio nazionale nel periodo del boom economico del secondo dopoguerra sono caratterizzati da forme e tecnologie costruttive riconoscibili e ripetute. Caratteristiche simili portano fenomeni di degrado ricorrenti e tipici: quali sono e quali parti dell’edificio interessano prioritariamente?

I fenomeni di degrado più frequentemente riscontrabili sono generalmente legati all’azione aggressiva degli agenti meteorici, in particolare acqua e umidità e sollecitazioni termiche, uniti ad alcuni difetti di realizzazione. Interessano tutte le parti esposte dell’involucro dell’edificio: pareti e rivestimenti, coperture, balconi e strutture a sbalzo, strutture metalliche…
Vediamo come, nello specifico.

Involucro e rivestimenti
Le strutture verticali esterne sono tra le parti più soggette a fenomeni di degrado.
La prima cosa evidente è la formazione di depositi superficiali o di muffe o efflorescenze saline a causa del passaggio dell’acqua sulle pareti perimetrali.
Un’altra forma di degrado è il distacco del rivestimento superficiale, dovuto a inefficienze del sistema di ancoraggio nel rivestimento in lastre, o a differente comportamento tra ossatura in c.a. e tamponamento. Soprattutto nelle aperture di grandi dimensioni, si rileva il distacco di elementi di rivestimento in corrispondenza dell’imbotte della finestra, sia nelle spalle laterali che nell’orizzontamento superiore. Ciò spesso dipende dalla corrosione delle armature metalliche delle strutture di orizzontamento superiore, per infiltrazione di acque meteoriche e di dilavamento aggravata dalla mancanza di elementi aggettanti di protezione. Il degrado può anche interessare il rivestimento al di sotto dei davanzali, in caso di assenza del gocciolatoio all’estradosso che provoca lo scorrimento dell’acqua meteorica sulla parete.

Strutture di copertura
Le strutture di copertura, generalmente piane, e i loro manti di rivestimento in bitume o in lastre sono spesso soggetti a fenomeni di degrado dovuti a sollecitazioni termiche. La dilatazione del sottostante solaio di copertura in c.a., se mal coibentato, causa degrado nei punti di connessione con le pareti sottostanti o emergenti. Altra consueta causa di degrado nelle coperture piane è l’insufficiente pendenza dell’estradosso che comporta ristagno di acqua piovana e quindi ulteriori dannosi fenomeni di infiltrazione. A ciò spesso si accompagna una scarsa manutenzione dei sistemi di canalizzazione delle acque meteoriche oltre che una serie di problemi dovuti a scarsa durabilità dei materiali ed errori di posa in opera.

Balconi, ballatoi e strutture a sbalzo
Negli edifici in c.a. è particolarmente problematica la situazione delle strutture a sbalzo. I danni più ingenti interessano proprio la struttura in c.a., i rivestimenti e le superfici intonacate. Le cause sono imputabili in parte alla conformazione stessa della sezione a trapezio dello sbalzo, e poi all’inadeguatezza dei gocciolatoi all’intradosso, se ci sono, o alla loro mancanza, all’insufficiente dimensionamento degli elementi per lo smaltimento delle acque meteoriche, all’inadeguatezza dei sistemi di ancoraggio degli elementi di protezione verticale alla soletta…

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Degrado all’intradosso dei balconi a sbalzo per infiltrazioni d’acqua (Foto S. Lanzu)

Se il balcone è protetto da un parapetto chiuso, le superfici esposte possono essere soggette a erosione superficiale o infiltrazioni di acqua per inadeguatezza della copertina di protezione.
Inoltre, il ridotto sporto dei doccioni può provocare ristagno d’acqua nel balcone e conseguente infiltrazione per risalita nel parapetto stesso, mentre, all’esterno, favorisce il deposito e la formazione di macchie e alterazioni cromatiche del rivestimento o, addirittura, fenomeni di distacco del rivestimento stesso, soprattutto nel caso in cui quest’ultimo sia costituito da tessere ceramiche di piccole dimensioni.

Franco 12_FIG 4_Degrado dello strato di finitura esterna con formazione di macchie (Foto S. Lanzu)

Degrado dello strato di finitura esterna con formazione di macchie (Foto S. Lanzu)

Elementi metallici
Forme di degrado assai evidenti e dannose si riscontrano in tutti gli elementi di natura metallica, come le ringhiere, soggetti a processi di corrosione. Inoltre, dove gli elementi sono annegati nella struttura in malta cementizia, si verificano fenomeni di parziale fessurazione del supporto per le dilatazioni termiche.

Quali interventi di conservazione e recupero per gli edifici del boom economico?
Come abbiamo visto, gli edifici realizzati in quel periodo storico sono molti, con caratteristiche che si ritrovano costanti in diverse realizzazioni su tutto il territorio nazionale e con forme di degrado che, proprio per questo motivo, si ripetono simili. È perciò utile individuare le strategie di conservazione adatte che possono trovare applicazione in numerosi interventi di recupero e di miglioramento di un patrimonio edilizio tanto importante nel panorama storico del nostro Paese.
In particolare acqua, umidità e sollecitazioni termiche sono le cause più frequenti alla base dei fenomeni di degrado. E il sistema di chiusura esterna dell’edificio, l’involucro, è la parte più facilmente aggredibile dal degrado della materia.
Quindi, come prima cosa, è sempre necessario un attento esame dell’involucro esterno al fine di stabilire l’intervento manutentivo più indicato su facciate e coperture.
I punti più critici sono le discontinuità geometriche, costruttive e strutturali. Dovremo perciò verificare con cura tutte le aperture, le connessioni tra elementi di tamponamento e struttura, i giunti tra pannelli, e in genere le unioni tra parti in materiali diversi che possono reagire in modo differente alle varie sollecitazioni (dilatazioni termiche differenti, reazioni chimiche o comportamenti fisici specifici per ogni materiale…).
L’intervento sarà teso a eliminare le cause del degrado.

In particolare si dovranno eliminare le infiltrazioni meteoriche con opportuni interventi per ripristinare lo stato di tenuta dove si fosse deteriorato.
Si dovranno quindi attutire gli impatti di agenti aggressivi sulle superfici esterne. Si pensi ad esempio all’irraggiamento solare che determina variazioni termiche, e quindi fenomeni di dilatazione e sollecitazioni termiche sui materiali e sulle superfici. In questo caso possiamo pensare all’inserimento di strati isolanti e di tenuta, preferibilmente all’esterno della chiusura.

Tale soluzione costruttiva, comunemente denominata cappotto, contribuisce a migliorare il comportamento termico della parete e quindi le prestazioni energetiche spesso carenti in questi edifici; e di conseguenza anche le condizioni di benessere ambientale interno.
L’inserimento del cappotto implica la sovrapposizione o la totale rimozione del rivestimento in essere e la sua sostituzione, dopo aver applicato sulla parete di chiusura messa a nudo uno strato di materiale isolante. Con questo intervento potrebbe essere messo in crisi quel delicato equilibrio tra il sistema di facciata nel suo complesso e il dettaglio di facciata, che rappresenta la ricerca figurale più significativa del grande piano di ricostruzione degli anni del boom economico.

Occorrerà perciò valutare per ogni caso specifico gli interventi più opportuni, fermo restando l’obiettivo di un risanamento che non snaturi le caratteristiche peculiari degli edifici dell’epoca ma che ne permetta una efficace conservazione.

Franco 13_FIG 5_Edificio INA-Casa in via Bernabò Brea, Genova, 1953-57, L.C. Daneri, prospetto sud (Foto Archivio Daneri, Genova)

Edificio INA-Casa in via Bernabò Brea, Genova, 1953-57, L.C. Daneri, prospetto sud (Foto Archivio Daneri, Genova)

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