Le competenze degli ingegneri in materia di beni vincolati | Ingegneri.info

Le competenze degli ingegneri in materia di beni vincolati

Una recente sentenza del TAR esclude una riserva assoluta in favore degli architetti, ma quali sono le reali possibilità d’intervento per gli ingegneri sui beni del nostro patrimonio storico?

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Continua l’annosa vicenda sulle competenze degli ingegneri in materia di beni vincolati. L’argomento è molto complesso e in questo settore la giurisprudenza spesso si contraddice, ma cerchiamo di fare il punto su quella che è attualmente la situazione.
Il recentissimo D.M. n. 154/2017 relativo all’affidamento di appalti pubblici per interventi su beni culturali, prevede la possibilità, nei casi in cui non sia espressamente richiesta l’iscrizione a ordini o collegi, che la progettazione venga affidata a un soggetto con qualifica di restauratore di beni culturali o, secondo la tipologia dei lavori, di un altro professionista di cui all’articolo 9-bis del Codice dei beni culturali (archeologi, archivisti, bibliotecari, restauratori di beni culturali ecc), in possesso di specifica competenza coerente con l’intervento. Per la direzione dei lavori e il supporto tecnico alle attività del responsabile unico vale lo stesso discorso, con la precisazione che tali professionisti siano in possesso di un’esperienza almeno quinquennale.
Il decreto introduce nuove figure professionali, senza però chiarire la questione dell’affidamento della progettazione a professionisti abilitati; resta aperta quindi la discussione sulla competenza degli ingegneri per gli interventi sui beni culturali.
L’ultima sentenza in ordine di tempo sull’argomento, quella del TAR Lecce n. 411 del 10 marzo 2017, ha infatti ribadito la possibilità di intervento degli Ingegneri in tema di opere ritenute di rilevante carattere storico artistico, in relazione l’art. 52 del R.D. 23 ottobre 1925, n. 2537 (“Regolamento per le professioni di Ingegnere e di Architetto”) il quale, al secondo comma, afferma che “le opere di edilizia civile che presentano rilevante carattere artistico ed il restauro e il ripristino degli edifici contemplati dal D.Lgs. 22 gennaio 2004 , n. 42 (legge n. 1089/1939), per l’antichità e le belle arti, sono di spettanza della professione di architetto; ma la parte tecnica può essere compiuta tanto dall’Architetto quanto dall’Ingegnere“. Questa suddivisione delle competenze sembrava oramai assodata ma in questo caso si è dovuta ribadire poiché la Soprintendenza ai Beni Culturali si era imposta con un bando dai requisiti d’idoneità stringenti.
Anche la meno recente giurisprudenza amministrativa (ad esempio, le sentenze TAR Lazio, 30/03/2015, n. 4713 ; TAR Sicilia, Catania, 29/10/2015, n. 2519 e TAR Emilia Romagna, Bologna, 13/01/2016, n. 36, tutte favorevoli ai professionisti Ingegneri, sembra voler approfondire con maggiore sforzo ed attenzione il concetto di “parte tecnica” legittimante l’intervento autonomo dell’Ingegnere, partendo dal presupposto che “non la totalità degli interventi concernenti gli immobili di interesse storico e artistico deve essere affidata alla specifica professionalità dell’architetto, ma solo le parti di intervento di edilizia civile che riguardino scelte culturali connesse alla maggiore preparazione accademica conseguita dagli architetti nell’ambito del restauro e risanamento degli immobili di interesse storico e artistico, restando di competenza dell’ingegnere la cd parte tecnica” come da sentenza CdS 21/2014 punto 4.1
Queste pronunce del giudice amministrativo di primo grado, riconoscono uno spazio d’intervento alla figura professionale dell’Ingegnere, questo quando si tratta di lavori che sono in prevalenza rivolti all’adeguamento impiantistico dell’edificio, oppure di lavorazioni che non incidono e non riguardano i profili estetici e di rilievo culturale dell’edificio.

parte tecnica

Qui sopra uno schema di sintesi, che cerca di definire il concetto di “Parte tecnica”, elaborato dal Gruppo di Lavoro “Mozione Edifici Vincolati” del Consiglio Nazionale, con i diversi profili dell’Ingegnere chiamati in causa per ordinamento e piani di studio.

Da molto tempo, oramai, il CNI sta portando avanti una vera a propria battaglia volta all’integrazione delle competenze e alla multidisciplinarietà come elementi fondamentali per l’avvenire delle attività professionali. Gli esiti, spesso basati su sfaccettature differenti del problema, sono alterni e, talvolta, contraddittori.

Considerato che:
• Le facoltà d’ingegneria sono diversificate, toccano settori anche molto diversi tra loro e sono in continua evoluzione;
• Alcune facoltà, come Ingegneria Edile-Architettura, hanno nel loro piano di studi materie di restauro e, nei casi di curriculum europeo, sono valide per l’esercizio della professione di architetto in tutta Europa (secondo la Direttiva 85/384/CEE e Decreto pubblicato sull’Official Journal of the European Communities il 4/12/1999 – 1999/C 351/10 e successivi aggiornamenti.)

Si più facilmente intendere come le competenze siano condivise tra percorsi di studio di diverse facoltà. Il paradosso sta nel fatto che un laureato in Ingegneria Edile – Architettura con curriculum europeo potrebbe firmare un restauro al Louvre di Parigi ma non può sostituire degli infissi in un qualsiasi centro storico Italiano; può occuparsi di beni vincolati, solo se iscritto all’ordine degli architetti (possibilità che è consentita), mentre non può occuparsene se iscritto all’ordine degli ingegneri.
Tra la normativa e il caos ci si mette sempre il buon senso e, infatti, spesso sono i funzionari di sovraintendenza e comune che spostano i paletti, secondo personali interpretazioni della normativa.
Tuttavia – “restando immutate le norme e dopo le ultime sentenze – a livello giuridico e teorico, attualmente il punto sul quale concentrarsi per ottenere i risultati migliori, per gli Ingegneri civili e ambientali, resta la nozione di parte tecnica” questo il consiglio dell’’avv. Massimo Ciammola del Consiglio Nazionale. Il riferimento, quindi, rimane un Regio decreto del 1925, quasi centro anni fa, epoca alla quale tante facoltà d’ingegneria nemmeno esistevano.
L’auspicio rimane che in tempi brevi si concretizzi un intervento normativo efficace, che porti equità tra i professionisti che lavorano nel settore dell’edilizia e che tenga in considerazione le reali competenze nel rispetto delle opere del nostro patrimonio architettonico, il più vasto e vario al mondo.

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