HSE, cambiare mentalità per sfidare i mercati: intervista a Michele Andreano | Ingegneri.info

HSE, cambiare mentalità per sfidare i mercati: intervista a Michele Andreano

Penalista di lunga esperienza nel settore dell’organizzazione delle aziende, l’avvocato Andreano riflette con noi sulle nuove sfide in materia di ambiente e sicurezza

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La gestione delle tematiche relative a sicurezza e ambiente all’interno di grandi organizzazioni, è necessariamente una sintesi di diverse discipline: la sicurezza e gli infortuni sul lavoro, i reati ambientali sono uno spettro per qualsiasi dirigente, manager o delegato di funzioni per le sanzioni amministrative e penali previste. Qualche anno fa ho avuto modo di incontrare l’avvocato Michele Andreano, penalista anconetano di nascita ma ormai romano per professione, capofila dell’omonima società di professionisti con sede a Roma e filiali a Milano, Napoli e Ancona, oltre ad una fittissima rete internazionale costruita “seguendo le aziende per il mondo”. Ho sentito l’avvocato Andreano per porgli qualche domanda.

Avvocato, lei che, immagino, viene chiamato principalmente quando capita qualche problema, quale evoluzione vede nell’organizzazione delle aziende, da quando ha iniziato ad occuparti di sicurezza e di questioni ambientali?

Porsi il problema dopo l’evento, se ed in quanto penalmente rilevante (e non solo, ma il tema sarebbe altro) significa aver fallito ad origine nei propositi organizzativi, di analisi dei così detti rischi dell’attività (noti e non noti si badi bene). Venire meno nell’uso della precauzione, della gestione e nel controllo delle attività (per dirla con le parole del D.Lgs. n. 231/2001), espone, sempre, a responsabilità.
In questa ipotesi, omissione, poco importa se per ignoranza, errata valutazione preventiva anche in buona fede, impresa e professionisti (si pensi a quanti hanno redatto piani di sicurezza e modelli organizzativi con il metodo copia e incolla, ci ritornerò), sono passibili di censura per “non aver previsto” l’evento, per dirla, questa volta, con le parole della Cassazione, in ossequio alla legge penale (art. 40, comma II, codice penale).
Ogni impresa, mette conto ricordarlo, non è un ente astratto, a sé, autonomo, discrezionalmente attivo ma, nel vivere tutti i giorni tra e per la gente, le maestranze, i fornitori, nel creare prodotti o servizi al fine di intermediare tali processi con il mercato ha/dovrebbe avere un obiettivo finale: la soddisfazione del cliente (almeno in linea di principio se si vuol perseguire profitto, ed è bene ribadire come tutto ciò vale, a maggior ragione, anche per il mondo “no profit”). Impresa come ente sociale, dunque, non per dare un’etichetta, una funzione sociale tout court, ma invertendo la prospettiva, la visione di un ente che porta, inevitabilmente, una fonte, potenziale, se non concreta, di pericolo.
Noi operiamo all’interno di un reticolo di regole, leggi, norme tecniche, europee, internazionali, interne, circolari, ministeriali… fare impresa significa avere una totale consapevolezza del mondo legale all’interno del quale muoversi. In questi anni ho visto le imprese reagire a questo dato di fatto in due modi: considerare questi requisiti come un fattore negativo della loro attività oppure farne il motore per l’innovazione dei processi e dei prodotti per aumentare la competitività sui mercati. Le mie preferenze vanno senza dubbi verso le seconde.

Tornando ai dirigenti e ai delegati per le varie funzioni, in questi anni è aumentata la consapevolezza del loro ruolo? Rispondono efficacemente gli obblighi delle loro posizioni o ci sono malintesi e corsa allo scarico delle responsabilità?

La consapevolezza dei dirigenti c’è ed è forte. Talvolta, la paura di andare in rotta di collisione col management piuttosto che con l’azionista, pur con la consapevolezza che determinate cose dovrebbero essere fatte con criterio, fa sì che questi obblighi vengano rispettati proprio al limite. Ritorna il discorso degli investimenti, della capacità programmatica di affrontare i problemi. I malintesi sono un’altra cosa, che fanno parte di un fatto umano.

La tecnologia può dare tanti aiuti, riguardo alla tracciabilità e a controlli che non sono più fantascienza: questo valore aggiunto ha come effetto la valorizzazione del know-how aziendale. Ad esempio, le aziende del mondo automobilistico, per non dire aerospaziale e militare, sono tra le più avanzate sotto questo profilo di sviluppo e ricerca, anche perché sono quelle che per prime sono state coinvolte pesantemente dalle grandi cause per i cosiddetti difetti occulti di costruzione, dagli anni ’50 agli anni ’70.
Le imprese non investono in questo senso perché non esiste ancora una cultura della prevenzione e della trasparenza: vedono tutto questo come una sorta di “grande fratello” aziendale, fonte di problemi più che di profitti.

I cambiamenti avvenuti sono stati spinti più dalla comprensione del fatto che la gestione di sicurezza e ambiente è stata via via integrata nei processi di produzione, con un percorso virtuoso, o è stata semplicemente la risposta allo stringersi delle responsabilità dovute alla 231 e al Testo unico della sicurezza e alla pressione sociale?

Anche qui, io parlo all’inizio della funzione sociale dell’impresa, il principio che è nei reati ambientali, dall’industria alimentare, da più di 15 anni: il principio di precauzione. Questo fa sì che ogni volta che ti muovi, lo devi fare con precauzione: se non dimostri di averlo fatto, tu paghi. Esistono sentenze ormai datate, che però non hanno illuminato ancora le imprese più diligenti. Occorre guardare a queste norme come ad una grandissima opportunità per cambiare mentalità e modo di fare impresa. Qualsiasi processo, qualsiasi attività interna od esterna, deve essere tracciata – nel rispetto della privacy delle parti interessate – con procedure che devono essere aggiornate a seconda degli alert che tornano indietro. Questo dà all’impresa un posizionamento sul mercato che non ha uguali. Ripeto che le uniche che sono avanzate a questo livello, per quanto posso avere visto, sono l’industria automobilistica, quella aerospaziale e quella militare. Sotto queste grandi imprese, però, c’è il nulla. Il grande dovrebbe cambiare mentalità e studiare forme che in qualche modo ti consentano di fare crescere tutto l’indotto, che gli è funzionale per funzionamento e sopravvivenza.

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