Definire la sicurezza un 'costo' è una forzatura ideologica: parola di Carmelo Catanoso | Ingegneri.info

Definire la sicurezza un ‘costo’ è una forzatura ideologica: parola di Carmelo Catanoso

L'ingegnere e consulente tra i protagonisti del Forum Sicurezza 2015 per parlare di 'costi' e 'oneri': "Purtroppo sono ancora poche le aziende che calcolano le conseguenze della non sicurezza in modo strategico"

L'Ing. Carmelo Catanoso, tra i protagonisti del Forum Sicurezza 2015
L'Ing. Carmelo Catanoso, tra i protagonisti del Forum Sicurezza 2015
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Mercoledì 28 ottobre 2015 a Milano si terrà il Forum Sicurezza 2015, evento di incontro e formazione tra i professionisti del settore dedicato agli aggiornamenti più recenti sul tema della sicurezza (clicca qui per il programma completo). Organizzato da Ipsoa Scuola di Formazione / Wolters Kluwer, l’evento vedrà la partecipazione di notevoli esperti del mondo pubblico e del mondo privato. Tra essi, l’ingegnere Carmelo Catanoso, consulente aziendale per lo sviluppo dei Sistemi di gestione sicurezza e salute sul lavoro e dei modelli organizzativi, per la gestione di appalti, la valutazione dei rischi, gli audit di conformità legislativa e di sistema, la formazione del personale. Lo abbiamo intervistato per fare il punto sulle più recenti novità in tema di sicurezza e sul contenuto principale dei suoi interventi al Forum, “La sicurezza sul lavoro come valore strategico: analisi, monitoraggio e messa in evidenza dei costi”.

Ingegner Catanoso, il calcolo dei ‘costi’ della sicurezza è una fase di processo spesso considerata come ‘onere’ e non come ‘valore strategico’. Perché per le imprese è importante attuare questa trasformazione di pensiero?

Oggi in Italia, abbiamo a che fare con due tipologie di “costi della sicurezza”. Da una parte abbiamo quelli previsti dall’art. 26 comma 5 e dal capo I del Titolo IV del D. Lgs. n° 81/2008, riguardanti l’eliminazione o il contenimento dei rischi interferenziali presenti nei lavori in appalto; dall’altra i costi che derivano dagli incidenti, infortuni e malattie professionali nonchè dalla gestione delle attività aziendali per evitare tali eventi.

Nel primo caso, il legislatore ha dato per scontato che non assoggettare i costi della sicurezza a ribasso equivaleva ad avere per certa la sicurezza nell’esecuzione degli appalti. Un’occhiata ai dati statistici pesati sulle ore di esposizione al rischio, provano inequivocabilmente il contrario.
Del resto siamo l’unico Paese in Europa che ha recepito la direttive cantieri 92/57/CEE ad aver introdotto questa previsione. Tutti gli altri Paesi non l’han fatto perchè, secondo un approccio pragmatico, l’opera oggetto dell’appalto deve essere eseguita nel pieno rispetto delle regole dell’arte, delle clausole contrattuali e del capitolato e la sicurezza sul lavoro deve essere in esse integrata e non viaggiare su un binario parallelo. Piuttosto hanno spinto affinchè, fin dalla fase progettuale, venissero fatte delle scelte in grado eliminare o ridurre i rischi durante l’esecuzione dell’opera (si veda, ad esempio, in Gran Bretagna).

Nel secondo caso, invece, si entra nella “terra di nessuno”…  Oggi, se domandassimo ad un amministratore delegato quanto costa alla sua azienda la “non sicurezza” e cioè gli incidenti, gli infortuni e le malattie professionali, le risposte varierebbero tra un “tanto…” ad un “mi costa come se lavorasse lo stesso…”.
Se quasi tutti i datori di lavoro sono in grado di dire quale è la spesa annuale sostenuta dalla propria azienda per la sicurezza sul lavoro, ben pochi sono quelli che sanno dare una risposta riguardo quale sia il costo e l’impatto sul business aziendale della “non sicurezza” sul lavoro e, cioè, quanto costano all’azienda gli incidenti senza infortuni, gli infortuni e le malattie professionali sia come costi diretti sia come costi indiretti.

Il fatto di non sapere dare una risposta a questa domanda inficia la validità delle analisi e delle previsioni che portano l’azienda stessa a definire la spesa annuale che deve essere sostenuta per la sicurezza sul lavoro. In altre parole, se non si conosce quale sia l’impatto economico della “non sicurezza” risulta impossibile definire quale debba essere il budget che deve essere stanziato per la sicurezza del lavoro.

Il vero problema è che non c’è una cultura di base diffusa a tutti i livelli delle organizzazioni che permetta di inquadrare il problema nelle sue reali dimensioni. Questa situazione è facilitata dal fatto che abitualmente il “problema sicurezza” è messo in rilievo solo quando questo si presenta (infortuni sul lavoro, ispezioni degli organi di vigilanza ecc.) cercando, sul momento, di trovare soluzioni tampone in grado di far fronte alla situazione ma senza rimuovere alla fonte le cause dei problemi.
In altre parole, proponendo come esempio un’analogia con la manutenzione, il sistema di gestione della sicurezza e della salute, nella maggior parte delle imprese, è un sistema di manutenzione “a guasto” e non certo da manutenzione preventiva o, addirittura, predittiva. Purtroppo, è l’intero sistema prevenzionale che è predisposto per operare “a guasto”; infatti, il classico esempio è l’italica “legislazione d’emergenza”, con l’emanazione di nuove norme (D.Lgs. n. 81/2008) e/o l’avvio di campagne di ispezioni preventive da parte degli organi di vigilanza su particolari attività lavorative, solo dopo tragici eventi.
Quindi, tornando alle aziende, se non s’inizia a sviluppare un processo d’integrazione della sicurezza e della tutela della salute nella cultura aziendale, diventa difficile, se non impossibile, pensare di poter operare, in questo settore, con le stesse modalità con cui, in una qualunque azienda, opera nell’ambito del proprio business e, cioè, con la pianificazione strategica, la programmazione e il controllo direzionale e il controllo operativo.

Una sentenza – che peraltro ha creato parecchi dibattiti a seguire – del Consiglio di Stato (20 marzo 2015, n. 3) afferma che “Nelle procedure di affidamento di lavori i partecipanti alla gara devono indicare nell’offerta economica i costi interni per la sicurezza del lavoro, pena l’esclusione dell’offerta dalla procedura anche se non prevista nel bando di gara”. Qual è la differenza principale di questa interpretazione rispetto a quanto precisato nel Codice Appalti attualmente in vigore?

Questa sentenza fa riferimento, ovviamente, alla tipologia di “costi” riguardanti gli appalti.
L’art. 86 comma 3-bis del D. Lgs. n° 163/2006 (noto come “Codice degli Appalti”) testualmente recita: “Nella predisposizione delle gare di appalto e nella valutazione dell’anomalia delle offerte nelle procedure di affidamento di appalti di lavori pubblici, di servizi e di forniture, gli enti aggiudicatori sono tenuti a valutare che il valore economico sia adeguato e sufficiente rispetto al costo del lavoro e al costo relativo alla sicurezza, il quale deve essere specificamente indicato e risultare congruo rispetto all’entità e alle caratteristiche dei lavori, dei servizi o delle forniture.”
Quindi, quanto detto dal Consiglio di Stato è assolutamente ineccepibile.
Forse, se il nostro legislatore fosse stato un po’ più attento, invece di chiamarlo “costo relativo alla sicurezza” l’avesse chiamato “onere della sicurezza”, avremmo evitato un bel po’ di confusione. Infatti, qui ci si riferisce agli oneri relativi alla sicurezza che ciascuna impresa offerente sopporta per partecipare allo specifico appalto (formazione del personale, sorveglianza sanitaria, dotazione DPI, ecc., ecc.).

A tal proposito, ritiene che la futura riforma degli appalti dovrebbe andare a intervenire ulteriormente su questo punto?

Se proprio volessimo, ironicamente, continuare a distinguerci dagli altri Paesi europei mantenendo questa scelta, allora chiamiamoli per quel che sono e cioè “oneri della sicurezza d’impresa”. Magari, se invece di concentrarsi su questa banalità ideologica dei costi/oneri della sicurezza negli appalti, si provvedesse a strutturare un sistema serio di qualificazione e selezione delle imprese nonché un sistema di aggiudicazione degli appalti pubblici con il solo criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa, forse un significativo passo avanti lo si farebbe sul serio.

Ritiene che vi sia stato un cambiamento di atteggiamento (o una maggiore coscienza) da parte dei professionisti della sicurezza negli ultimi anni nei confronti della pianificazione dei costi? Dove ritiene che si debba ancora lavorare?

Per i costi/oneri in ambito appalto, ormai dopo 18 anni (entrata in vigore del D. Lgs. n° 494/1996) e dopo quasi otto anni (art. 26 del D. Lgs. n° 81/2008), ormai c’è una sedimentazione delle corrette metodologie di analisi e stima. Per quanto riguarda, invece, i costi della “non sicurezza”, possiamo affermare che la maggior parte dei professionisti e, soprattutto, delle imprese ………. hanno ampi margini di miglioramento davanti a loro.

Su quali di questi aspetti citati verterà la sua partecipazione al Forum Sicurezza 2015? E perché un professionista della sicurezza dovrebbe continuare a investire in formazione (attraverso questa o altre iniziative?)

Il mio intervento nel workshop verterà proprio sull’analisi dei costi della “non sicurezza” con l’obiettivo di evidenziarne la tipologia e proporre un metodo di analisi e stima utile per i professionisti al fine di dialogare con i vertici aziendali con dati analitici ed economici in modo da far loro comprendere l’importanza dell’investimento prevenzionale quale strumento per ridurre significativamente le diseconomie d’impresa legate alla “non sicurezza”.
In merito alla seconda domanda, visto che la sicurezza sul lavoro in Italia è “la più giuridica delle materie tecniche e la più tecnica delle materie giuridiche” e le tecnologie (cioè le scoperte scientifiche che si traducono in applicazioni socialmente rilevanti) sono in continua evoluzione, qualunque professionista che si occupa di sicurezza sul lavoro si deve considerare un perenne apprendista che necessita di imparare con continuità.

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