Dissesto idrogeologico, in 10 anni solo il 5% dei bandi e' per la messa in sicurezza | Ingegneri.info

Dissesto idrogeologico, in 10 anni solo il 5% dei bandi e’ per la messa in sicurezza

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L’Emilia Romagna è la regione in Italia con la più elevata criticità idrogeologica per il rischio di frane e alluvioni: il pericolo interessa il 20% della superficie totale e 307 comuni dove abitano oltre 800mila persone o oltre 370mila famiglie.

Il dato è stato divulgato dal vicepresidente di Ance Emilia Romagna Giovanni Torri, durante un convegno tenutosi nei giorni scorsi a Bologna. Data l’elevata capacità produttiva della Regione, spiega Torri, “il risultato è che in Emilia Romagna abbiamo il maggior numero di capannoni esposti a rischio naturale, dal momento che ben 7.941 strutture si trovano nelle aree ad elevato rischio idrogeologico”.

Torri ha ricordato che il Ministero dell’Ambiente ha sollecitato di recente la necessità di istituire un piano nazionale per la sicurezza e la manutenzione del territorio, quantificando gli investimenti necessari in 1,2 miliardi di euro all’anno per 20 anni, cioè oltre il doppio di quanto è stato speso mediamente nell’ultimo decennio. “Per mettere in atto gli interventi previsti dai piani regionali per l’assetto idrogeologico sarebbero, inoltre, necessari – spiega Torri – 40 miliardi di euro. Di questi il 68% al Centro-Nord. Viceversa gli stanziamenti per il ministero dell’Ambiente, finalizzati alla tutela del territorio, sono diminuiti del 91% negli ultimi 5anni. Dei 2 miliardi di euro stanziati tre anni fa dal Cipe per la riduzione del rischio idrogeologico sono stati impegnati meno del 10% dei fondi”.

Torri ha inoltre evidenziato come i bandi di gara per lavori di sistemazione e prevenzione del dissesto idrogeologico negli ultimi 10 anni (2002-2012) abbiano rappresentato, rispetto all’intero mercato delle opere pubbliche, solo il 5% per numero di interventi e il 2% per importi di gara.

Durante il convegno il vicepresidente dell’Associazione regionale dell’Associazione dei costruttori edili ha poi indicato una serie di proposte per porre rimedio all’emergenza del rischio del territorio, da elaborare insieme all’amministrazione regionale, i comuni e gli altri enti competenti, ad iniziare dalle Autorità di Bacino. L’obiettivo, ha spiegato Torri, è quello di individuare dei casi pilota, dove avviare una fase di verifica della fattibilità: “Una prima ipotesi e di facile gestione potrebbe riguardare la cessione dello sfruttamento del materiale risultante da operazioni di dragaggio. Una seconda ipotesi che può articolarsi in diverse modalità e opportunità riguarda l’interconnessione tra interventi di messa in sicurezza e la possibilità di produrre energia rinnovabile”.

Nello specifico di questi interventi, l’associazione ha individuato tre ambiti: la costruzione o gestione di briglie sui fiumi; impianti di biomasse che sfruttino specifiche coltivazioni e i materiali organici risultanti dalla pulizia degli alvei; sfruttamento delle aree demaniali fluviali per l’installazione di impianti fotovoltaici e microeolici.

“Un’altra strada percorribile e da approfondire”, conclude Torri, “riguarda la possibilità di prevedere concessioni di aree fluviali per attività turistiche e ludiche, sviluppando progetti per attività sportive, ristorazione, turismo fluviale e via dicendo: l’auspicio è che rapidamente si possa avviare insieme alla Regione un percorso di studio e di valutazione che riguardi alcune ipotesi concrete così come le procedure necessarie a garantire la loro fattibilità”.

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