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Ecosistema Rischio 2013: cosa fanno i Comuni per mitigare il rischio idrogeologico?

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Sono 6.633 i comuni italiani in cui sono presenti aree a rischio idrogeologico, l’82% del totale, e sono oltre 6 milioni i cittadini che si trovano in zone esposte al pericolo di frane o alluvioni. In questo quadro si inserisce la decima edizione di Ecosistema Rischio, dossier annuale di Legambiente e Protezione Civile che fa il punto sull’urbanizzazione delle aree più fragili del nostro paese e sulle attività dei Comuni per la mitigazione del rischio idrogeologico, attraverso le risposte al questionario fornite dalle 1.354 amministrazioni coinvolte nell’indagine.

Secondo i dati pubblicati nell’indagine, le abitazioni in aree golenali, in prossimità degli alvei e in aree a rischio frana sono presenti in 1.109 comuni, l’82% di quelli analizzati in Ecosistema Rischio 2013, e nel 32% dei casi (439 comuni) sono presenti interi quartieri. In aree a rischio idrogeologico sono presenti fabbricati industriali nel 58% dei comuni campione (779 amministrazioni), sono state costruite strutture sensibili come scuole e ospedali nel 18% (242 amministrazioni) e sia strutture ricettive che commerciali nel 24% dei casi (324 comuni).

Nelle zone a rischio idrogeologico sono state edificate nuove strutture anche nell’ultimo decennio e, precisamente in 186 comuni intervistati. Tra questi, in 147 sono state costruite abitazioni, in 31 comuni interi quartieri, in 60 fabbricati industriali. In 15 comuni, invece, le nuove edificazioni hanno riguardato anche strutture sensibili come scuole e ospedali, e in 27 comuni strutture ricettive. In 31 amministrazioni sono sorte strutture commerciali.

Per quanto riguarda l’attività dei Comuni per la mitigazione del rischio idrogeologico, il 64% degli intervistati (872) ha dichiarato di svolgere regolarmente un’attività di manutenzione ordinaria delle sponde dei corsi d’acqua e delle opere di difesa idraulica, e 905 comuni (67%) confermano che nei propri territori sono stati realizzati interventi di messa in sicurezza. Questi ultimi, segnalano Legambiente e Protezione Civile, non sempre sono efficaci: le attività di messa in sicurezza riferite dai comuni intervistati, infatti, sono state volte soprattutto alla costruzione di nuove arginature o all’ampliamento di arginature già esistenti (in 460 comuni, il 34% dei rispondenti); solo il 9% (122 comuni intervistati) ha affermato di aver provveduto al ripristino e alla rinaturalizzazione delle aree di espansione naturale dei corsi d’acqua e solo nel 6% dei casi di aver riaperto tratti tombinati o intubati dei corsi d’acqua.

Da notare, inoltre, che in soli 68 comuni oggetto dell’indagine si è provveduto al rimboschimento di versanti montuosi e collinari franosi o instabili (5% del campione), mentre in 406 le attività di messa in sicurezza hanno previsto opere di risagomatura dell’alveo fluviale (il 30% dei comuni del nostro campione). In 687 amministrazioni (51%) sono stati realizzati interventi di minore entità volti alla messa in sicurezza del territorio da parte della stessa amministrazione, senza l’ausilio di altri soggetti istituzionali.

Appare invece migliore il quadro sul sistema locale di protezione civile con l’85% dei comuni (1.148 amministrazioni) che si è dotato di un piano di emergenza da mettere in atto in caso di frana o alluvione. Tuttavia, soltanto 733 comuni tra quelli che hanno risposto al questionario (54%) ha dichiarato di aver aggiornato il proprio piano d’emergenza negli ultimi due anni.

A riferire di aver recepito il sistema di allertamento regionale sono 934 comuni (69%), mentre il 35% dei comuni intervistati (472) ha affermato di aver organizzato iniziative dedicate all’informazione dei cittadini e 432 comuni (32%) hanno confermato di aver realizzato esercitazioni per testare l’efficienza del sistema locale di protezione civile.

Nella classifica di Ecosistema rischio 2013, sono tre i comuni risultati più virtuosi nelle attività di mitigazione del rischio idrogeologico:  Calenzano (Fi), Agnana Calabra (Rc) e Monasterolo Bormida (At). In tutti e tre i comuni sono state avviate le procedure per la delocalizzazione di strutture presenti nelle aree esposte a maggiore pericolo, è stata realizzata una manutenzione ordinaria dei corsi d’acqua e delle opere di difesa idraulica, sono stati realizzati interventi di messa in sicurezza e si è provveduto all’organizzazione di un efficiente sistema locale di protezione civile.

L’altra faccia della medaglia è rappresentata da tre comuni che ottengono un punteggio particolarmente basso: San Pietro di Caridà (Rc), Varsi (Pr) e San Giuseppe Vesuviano (Na). In tutti questi comuni è presente una pesante urbanizzazione delle zone esposte a pericolo di frane e alluvioni e non sono state avviate sufficienti attività mirate alla mitigazione del rischio, né dal punto di vista della manutenzione del territorio, né nell’organizzazione di un efficiente sistema comunale di protezione civile.

Complessivamente, sono ancora troppe le amministrazioni comunali italiane che tardano a svolgere un’efficace politica di prevenzione, informazione e pianificazione d’emergenza. Appena il 49% dei comuni intervistati (664) svolge un lavoro positivo di mitigazione del rischio idrogeologico, mentre il 16% delle amministrazioni campione dell’indagine (218) risulta gravemente insufficiente. “La decima edizione del rapporto Ecosistema rischio – si legge nella nota di Legambiente – ci ha permesso di tracciare un bilancio, evidenziando come i dati relativi all’urbanizzazione delle aree a rischio siano sostanzialmente confermati di anno in anno. Dall’analisi emerge come le modalità di gestione del territorio e di uso del suolo non abbiano visto una concreta inversione di tendenza, come si può notare sia dall’esiguo numero di delocalizzazioni di strutture dalle aree a rischio, sia dal fatto che, proprio in quelle zone si è continuato a costruire”.

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