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Eternit bis: a che punto sono le indagini

Il processo per le morti da asbesto negli stabilimenti Olivetti di Ivrea non è il solo filone giudiziario nell’ambito della presenza dell’amianto in Italia. Vediamo a che punto siamo

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Nell’ambito del processo per le morti da amianto negli stabilimenti Olivetti di Ivrea è stato chiesto il rinvio a giudizio per 17 delle 28 persone per le quali il PM aveva in precedenza avanzata richiesta. Ma non è il solo filone giudiziario nell’ambito della presenza dell’amianto in Italia.

Quasi a voler tristemente celebrare i vent’anni di vigenza della legge cardine in materia di amianto, la cronaca italiana di questi mesi abbonda di notizie sull’ultimo grande filone di presenza dell’amianto stesso in strutture in mezzo alle quali vivono e operano migliaia di persone. Non si tratta questa volta di scuole, ospedali e tribunali; perché, proprio nel momento in cui i «grandi classici dell’amianto» parevano in via di provvidenziale esaurimento, ecco aprirsi l’inatteso fronte delle forze armate.
Caserme, navi, mezzi terrestri, dai quali mai ci si era ricordati di rimuovere il pericoloso materiale, pur se assai bene si sapeva che esso non poteva che abbondare – come sempre – in tutto ciò che era stato costruito nei lunghi anni in cui il marchio “Eternit” era sinonimo di economicità, leggerezza, duttilità.
In Italia, la legge 27 marzo 1992, n. 257  ha vietato  l’estrazione, la lavorazione e l’utilizzo dell’amianto sul territorio nazionale. Una legge che è giunta nel nostro Paese prima che in molti altri, ma che pur sempre appare in forte ritardo rispetto all’intenso movimento che, almeno da un paio di decenni, si batteva per la messa al bando di un materiale la cui cancerogenicità era stata tragicamente sancita dalla storia infinita delle morti degli operai che lavoravano negli stabilimenti in cui l’amianto veniva prodotto (su tutti, la Eternit di Casale Monferrato). Una cancerogenicità così elevata e così palese, da affliggere non soltanto chi – come detto – lavorava negli stabilimenti in questione, ma anche chi soltanto viveva in prossimità degli stabilimenti stessi, vittima dell’impietoso diffondersi nell’atmosfera della letale polvere generata dalla lavorazione del materiale.
Presto o tardi che sia stato, la legge del 1992 ha inaridito – per così dire – le fonti del problema. Il che, però, non ha certo significato una soluzione del problema medesimo in radicibus, a causa di due tragiche e pericolosissime onde lunghe. Da un lato, poiché il periodo di latenza delle patologie asbestocorrelate è nell’ordine di grandezza dei decenni, per ancora molto tempo si assisterà all’ammalarsi di persone che subirono l’esposizione letale qualcosa come mezzo secolo fa; dall’altro – per ciò che qui più ci interessa – la legge in questione non si è certamente preoccupata di imporre la rimozione dell’amianto dai luoghi in cui esso era stato utilizzato e installato nei decenni precedenti.
La previsione di un simile obbligo sarebbe francamente stata assai lontana da ogni forma di realismo. È infatti appena il caso di ricordare che, per troppi decenni, l’amianto fu in architettura qualcosa di simile alla panacea in medicina: duttile, lavorabile, resistente, ignifugo, esso aveva trovato larghissima applicazione nelle tettoie e nei rivestimenti degli edifici costruiti negli anni ‘50, ‘60 e ‘70. In altre parole, la rimozione in massa dell’asbesto era qualcosa di umanamente impraticabile, ed è così rimasta demandata alle singole spontanee iniziative, nonché a inevitabili allarmi e scandali verificatisi in occasione di lavori ad altro titolo negli edifici stessi (si ricordi infatti che l’amianto diviene letale quando viene respirato, e la sua pericolosità è dunque dovuta alla presenza di fibre nell’aria, come appunto si verifica quando i lavori in corso provocano la polverizzazione delle fibre stesse).
Orbene, se è vero che nessuno si illudeva che l’amianto fosse stato rimosso da ogni dove, desta pur sempre amara sorpresa il triste caso delle forze armate. Si tratta di un filone aperto dl PM torinese Raffaele Guariniello nel quadro dei c.d. processi “Eternit-bis”: dei procedimenti – vale a dire – che fanno seguito al maxiprocesso tenutosi a Torino tra il 2009 e il 2011, e conclusosi nel febbraio di quell’anno con la condanna a sedici anni di reclusione dello svizzero Stéphan Schmidheiny e del belga Jean-Louis de Cartier de Marchienne, esponenti delle famiglie alternatesi nel corso dei decenni a capo della multinazionale dell’amianto. Come si è visto, abbiamo parlato non di processo Eternit-bis, bensì – al plurale – di processi. Da un lato, esiste infatti il dibattimento che avrà inizio a Torino il prossimo 12 dicembre, e che si concentrerà sulle figure minori operanti negli anni all’interno della realtà Eternit. D’altro canto, molti altri sono i filoni aperti o in corso di apertura: tra cui, per l’appunto, ben 335 casi di decesso (o di grave malattia) di ufficiali, sottufficiali e militari di truppa deceduti per asbestosi e mesotelioma pleurico dopo il servizio prestato in unità meccanizzate dell’esercito.
Sotto accusa sono infatti – per l’appunto – i carri armati: nei quali i pannelli di amianto copiosamente utilizzati nei decenni passati sarebbero stati lasciati troppo lungo al loro posto. Nessun iscritto, per il momento, nel registro degli indagati: sono attesi però importanti sviluppi nei prossimi mesi.
Se nel caso dell’esercito l’iniziativa della Procura torinese è la prima nel suo genere, in relazione alla Marina militare le indagini condotte da Raffaele Guariniello si affiancano alla vicenda giudiziaria recentemente svoltasi avanti al Tribunale di Padova. Il quale, nello scorso marzo, ha mandato assolti sette alti ufficiali della forza armata dall’accusa di omicidio colposo, in relazione alla morte di numerosi militari a causa dell’amianto presente sulle navi militari. Orbene, su fatti parzialmente sovrapposti a quelli del processo padovano torna ora a indagare – come detto – la Procura di Torino: sotto accusa i fatti avvenuti su non meno di 100 unità navali, in un arco di tempo che – come sempre quando si tratta di amianto – è molto lungo. Per il momento, la peculiarità di questo ramo della vicenda consiste nel fatto che i magistrati abbiano ordinato la bonifica delle imbarcazioni ancora in uso. Si tratta, insomma, di uno dei casi in cui la rimozione dell’amianto prende le mosse da un allarme o da uno scandalo, proprio come raccontavamo in apertura. Anche in questo caso, l’inchiesta è appena iniziata, e cospicui aggiornamenti sono attesi tra non molto tempo.

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