Infortunio mortale: quando il committente estraneo ai lavori non è responsabile | Ingegneri.info

Infortunio mortale: quando il committente estraneo ai lavori non è responsabile

Una sentenza della Cassazione ribadisce invece la responsabilità dell’appaltatore che dirige e controlla l’esecuzione dei lavori e 'salva' il committente estraneo che ha nominato il coordinatore sicurezza

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La Quarta Sezione penale della Corte di Cassazione, nella sentenza n. 40033/2016 depositata il 27 settembre 2016, chiarisce che, in tema di prevenzione degli infortuni, il committente non è responsabile se si limita a conferire l’incarico per la costruzione senza prendere parte ad essa e nomina i coordinatori per la sicurezza in fase di progettazione e in fase di esecuzione.

L’appaltatore, all’opposto, non perde la qualifica e le responsabilità di datore di lavoro anche se la totalità dell’esecuzione dell’opera viene subappaltata, qualora eserciti una continua ingerenza e controllo durante i lavori.

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Il fatto
Una società committente dei lavori per la costruzione di una palazzina di civile abitazione, li aveva appaltati a una società la quale li aveva a sua volta subappaltati a due imprese, una per le opere di muratura e l’altra per le opere di intonacatura e verniciatura.
Il committente, una volta conferito l’incarico, non aveva preso parte all’esecuzione dei lavori e aveva nominato un ingegnere come coordinatore per la sicurezza in fase di progettazione e in fase di esecuzione, destinatario degli obblighi previsti dagli artt. 91 e 92 del D.Lgs. n. 81/2008.
Un dipendente dell’impresa incaricata delle opere di intonacatura e verniciatura, mentre effettuava l’intonacatura delle aree di sbarco dell’ascensore, situate ai diversi piani della palazzina, privo di qualsiasi misura di protezione contro il rischio di caduta, perdeva l’equilibrio precipitando nel vano scale e perdeva la vita a seguito della caduta.
La caduta nel vuoto è da collegarsi all’assenza di adeguate misure di protezione. Infatti, le cessate poste davanti alle porte del vano ascensore e poi rimosse per effettuare l’intonacatura, erano alte soltanto 1,10 metri, troppo basse per evitare le cadute in caso di lavori in quota (cioè ad un’altezza superiore ai due metri) e non sbarravano l’intero vano ascensore per tutta la sua altezza; inoltre, essendo costituite da tavole inchiodate al muro ai lati delle porte in senso orizzontale o verticale, non erano idonee a contrastare cadute accidentali di persone di medio peso.

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Le responsabilità
Il giudice di merito (Tribunale) aveva riconosciuto le responsabilità penali connesse all’infortunio mortale in capo al legale rappresentante della società committente, all’amministratore unico della ditta appaltatrice e al preposto dell’impresa subappaltatrice, in base a due elementi:
1) il piano di sicurezza e di coordinamento (Psc) redatto dal committente prevedeva di ripristinare, durante le operazioni di intonacatura nelle aree di sbarco dell’ascensore, “le protezioni sul vuoto che sono state rimosse per l’intonacatura delle superfici”, autorizzando così implicitamente la rimozione momentanea delle protezioni in questione senza prevedere l’adozione di misure di sicurezza alternative;
2) il piano operativo di sicurezza (Pos) dell’impresa alle cui dipendenze lavorava il lavoratore deceduto, non conteneva alcuna previsione di misure di prevenzione dai rischi inerenti le lavorazioni, come appunto la intonacatura, da effettuarsi in prossimità delle aperture prospicienti le trombe degli ascensori, ma soltanto delle generiche previsioni relative al rischio di caduta dall’alto, nonostante la prevedibilità di cadute nel vuoto in prossimità delle aree di sbarco dell’ascensore, non ancora posizionato, soprattutto in relazione alla specifica attività di intonacatura.
Era stato riconosciuto responsabile anche il direttore tecnico dei lavori perché non aveva vigilato sulla sicurezza dei lavori, verificato l’idoneità tecnica della società subappaltatrice e l’adeguatezza del suo Pos, e promosso il coordinamento e la cooperazione delle imprese esecutrici ai fini della sicurezza; in particolare, non aveva provveduto affinché, durante l’intonacatura delle predette aree, le aperture sul vano ascensore fossero adeguatamente protette contro il rischio di caduta nel vuoto tramite parapetto munito di tavola fermapiede ovvero altrimenti sbarrate.
Infine, era stato riconosciuto responsabile il direttore di fatto del cantiere in quanto non aveva provveduto affinché, durante l’intonacatura delle aree di sbarco, le aperture sul vano ascensore fossero adeguatamente protette contro il rischio di caduta nel vuoto; non solo, ma aveva disposto che i lavoratori procedessero alla intonacatura previa rimozione delle tavole poste a protezione del suddetto vano.

La posizione del committente
La sentenza della Corte di Cassazione rileva che anche il committente della realizzazione dell’opera, sebbene l’esecuzione venga affidata a terzi, assume una quota di responsabilità in materia di prevenzione antinfortunistica collocandosi accanto al datore di lavoro nella titolarità degli obblighi di protezione, con la possibilità demandarli alla figura ausiliaria del responsabile dei lavori. La posizione del committente può definirsi una funzione di “alta vigilanza” sulla sicurezza del cantiere, che riguarda la generale configurazione delle lavorazioni e non il puntuale e continuo controllo di esse, né la specificità di determinati rischi connessi alla particolarità o complessità della lavorazione, compiti facenti capo ad altri soggetti: il datore di lavoro e il preposto delle imprese, il direttore di cantiere.
Per gli aspetti tecnici, il committente, o per lui il responsabile dei lavori, può avvalersi di figure specializzate, distinte per la fase della progettazione e della realizzazione dei lavori: il coordinatore per la salute e sicurezza in fase di progettazione e il coordinatore per la salute e sicurezza in fase di realizzazione. Con la loro nomina, il committente trasferisce tale funzione di alta vigilanza a dette figure, che assumono gli obblighi al medesimo facenti carico, dimodoché il committente rimane titolare di una posizione di garanzia limitata alla verifica che il tecnico nominato adempia al suo obbligo, secondo l’art. 93 del D.Lgs. n. 81 del 2008.
Nel caso di specie, data la totale estraneità alla realizzazione dell’opera e considerata comunque la presenza di un tecnico che rappresentava la committenza, destinatario degli obblighi di protezione previsti a carico delle figure dei coordinatori responsabili della sicurezza, nessun addebito può essere mosso al legale rappresentante della società committente.

La posizione dell’appaltatore
L’amministratore unico della ditta che aveva subappaltato i lavori alle due imprese esecutrici aveva mantenuto il controllo sulla realizzazione dell’opera quale Direttore Tecnico del Cantiere. Anche se tale denominazione non trova riscontro nei testi legislativi, ciò che rileva è che lo stesso sia qualificabile come destinatario di specifici obblighi di vigilanza sulla sicurezza dei lavori effettuati dalla imprese subappaltatrici, compresa una valutazione circa l’adeguatezza del piano operativo di sicurezza adottato dalle imprese stesse, che nel caso di specie certamente è mancata.
Secondo l’orientamento giurisprudenziale, l’appaltatore che procede a subappaltare l’esecuzione delle opere non perde automaticamente la qualifica di datore di lavoro neppure se il subappalto riguardi formalmente la totalità dei lavori. Egli continua ad essere responsabile del rispetto della normativa antinfortunistica qualora, come nel caso di specie, eserciti una continua ingerenza e controlli la prosecuzione dei lavori, effettuando personalmente sopralluoghi in cantiere.

La posizione del capo cantiere
Il capo cantiere, la cui posizione è assimilabile a quella del preposto, assume la qualità di garante dell’obbligo di assicurare la sicurezza del lavoro, in quanto sovraintende alle attività, impartisce istruzioni, dirige gli operai, attua le direttive ricevute e ne controlla l’esecuzione. Di conseguenza egli risponde delle lesioni occorse ai dipendenti.
La qualifica di preposto o capocantiere dev’essere attribuita, più che in base a formali qualificazioni giuridiche o alla sussistenza di specifiche deleghe, con riferimento alle mansioni effettivamente svolte dal soggetto all’interno del cantiere. Ne consegue che chiunque abbia assunto, in qualsiasi modo, posizione di preminenza rispetto agli altri lavoratori, così da poter loro impartire ordini, istruzioni o direttive sul lavoro da eseguire, deve essere considerato, per ciò stesso, tenuto all’osservanza ed all’attuazione delle prescritte misure di sicurezza ed al controllo del loro rispetto da parte dei singoli lavoratori.
In altri termini, risponde della violazione delle norme antinfortunistiche non solo colui il quale non le osservi o non le faccia osservare essendovi istituzionalmente tenuto, ma anche chi, pur non avendo una veste istituzionale formalmente riconosciuta, si comporta di fatto come se l’avesse e impartendo ordini nell’esecuzione dei quali il lavoratore subisca danni per il mancato rispetto della normativa a presidio della sua sicurezza. Nel caso di specie è stata indubbiamente accertata la concreta ingerenza da parte dell’imputato – ancorché privo di attribuzioni formali o deleghe all’interno dell’organizzazione del cantiere – nell’attività dell’impresa esecutrice, quale capo cantiere di fatto e punto di riferimento anche degli operai incaricati dell’intonacatura.

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