La sicurezza in ambienti confinati, tra rischi e responsabilita' | Ingegneri.info

La sicurezza in ambienti confinati, tra rischi e responsabilita’

Abbiamo chiesto a Roberto Nicolucci, esperto di ambienti confinati e autore di molti volumi sul tema, alcuni suggerimenti sulla pianificazione e la gestione del rischio d'incidenti in ambienti confinati nel settore civile industriali

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Rivolgendoci ai responsabili della sicurezza in ambito civile industriale, quali sono i rischi rilevanti e gli accorgimenti per chi opera all’interno di ambienti confinati?
In Italia non possediamo una normativa che definisca chiaramente gli ambienti confinanti, le modalità per riconoscerli, i precetti per operare, l’indicazione delle figure di riferimento e il livello di formazione o esperienza. Il D.P.R. n. 177/2011, provvedimento di tipo tecnico-amministrativo, fissa alcuni requisiti prestazionali per i lavoratori all’interno di ambienti confinati ma è provvisorio e destinato a scomparire in vista di un futuro decreto. Risulta quindi necessario consultare la normativa internazionale, che fornisce prima di tutto una definizione asettica di ambienti confinati: sono spazi non concepiti per un’occupazione continuativa da parte dei lavoratori e presentano dimensioni tali per cui almeno un lavoratore vi possa accedere con tutto il corpo per qualsivoglia motivo (pulizia, riparazione, manutenzione, modifiche).
È richiesta la presenza di una sola persona all’interno (o del minor numero di persone possibile) e l’aiuto di una seconda all’esterno. Nessun settore produttivo è privo di questi ambienti circoscritti (vasche, cisterne, silos, stiva di una nave, locali tecnici, gallerie, pozzetti fognari..) nei quali possono sopravvenire situazioni che mettono a repentaglio la vita dei lavoratori. I rischi sono infatti tanti e le cause possiamo dividerle in due macro gruppi: quelle atmosferiche (sotto o sovra ossigenate, tossiche o esplosive) e quelle da seppellimento per rinfuse solide (schiacciamento o asfissia).
Osservando alcuni dati statistici, forniti principalmente da studiosi americani, si riscontra un elevato valore nel rapporto tra incidenti e vittime. Il modello di Heinrich stabilisce che ogni 330 eventi in ambiente generico si verifica un infortunio grave, mentre Bird sostiene che risulti grave un incidente ogni 600 (incidente grave non significa necessariamente mortale). La proporzione si ribalta se ci riferiamo alla statistica che dichiara un infortunio mortale ogni 1,3 eventi: ciò significa che mediamente gli infortuni in ambienti confinati comportano più vittime. Un altro dato assai elevato riguarda il numero di soccorritori vittime; in Italia gli ultimi incidenti registrati riguardano proprio questi casi in cui i soccorritori intervengono senza le dovute precauzioni e sono spesso vittime predestinate.
Chi è il responsabile di queste procedure e quali sono le azioni di formazione per i lavoratori?
La legislazione italiana stabilisce che, in termini di sicurezza sul lavoro, il primo responsabile sia il datore di lavoro o il committente. Anche il D.P.R. n. 177/2011 chiama in causa il committente come figura incaricata a fornire le indicazioni a chi opera all’interno di ambienti confinati, ma non specifica quali informazioni debbano essere trasmesse e non chiarisce i criteri per una corretta formazione. Al contrario le norme americane, sia i regolamenti federali che gli standard tecnici (come Api e Ansi), distinguono tre figure operative: i lavoratori, categoria ben definita da un certo tipo di addestramento, i supervisori, persone qualificate per organizzare il lavoro (non operano all’interno degli ambienti) e i soccorritori, in posizione di standby, pronti a intervenire in caso di bisogno.
Quando svolgiamo i corsi di formazione puntiamo molto sui casi studio (denominati “lessons to be learned”), per i risultati attendibili che dimostrano nel rapporto causa-effetto: episodi avvenuti in una condizione di lavoro apparentemente identica possono per mille volte aver avuto un risvolto positivo, e per una sola volta negativo. Non possono esistere procedure standard, ci si deve basare su una conoscenza approfondita e una solida esperienza. Ricordiamo che quando gli infortuni accadono, anche se rari, sono gravi e spesso mortali, e ricadono nel campo delle responsabilità penali.
Possedete una statistica che cataloga i casi? 
Sì, anche se parziale. Proviene da un corposo lavoro, svolto negli Stati Uniti negli anni ‘70-‘80 da due istituti governativi che promuovono salute e sicurezza per i lavoratori: Osha (Occupational Safety and Health Administration) e Niosh (National Institute for Occupational Safety). Catalogando per settori produttivi e per tipologie tutti gli incidenti denunciati, hanno realizzato una banca dati con circa duemila casi estremamente interessanti che, se studiati a fondo, possono aiutare a prevenire infortuni. Il panorama di ricerca è vasto anche se non completo, in quanto alcuni Stati e alcuni settori lavorativi sono esentati dalle norme federali (sono 25 gli Stati che hanno contribuito). Anche in Italia qualcosa si simile è stato fatto dall’Inail. Nel periodo 2005-2010 sono stati individuati 29 incidenti in ambienti confinati e rilevate 43 vittime: il rapporto evento-infortunio mortale è ancora maggiore di quell’1,3 accennato prima e riferito alle casistiche americane.
Operiamo in un Paese in cui è più facile intendere la sicurezza un costo piuttosto che un investimento per la qualità del lavoro, a causa del nodo della normativa. Ma se si mettono in atto semplificazioni si rischia di abbassare ulteriormente la condizione di sicurezza. Quali sono le prospettive che si delineano? 
Investire sulla sicurezza è forse un costo nel primo periodo ma è sicuramente un investimento che ripaga nel medio-lungo termine, soprattutto se gli imprenditori considerassero che parlare di sicurezza sul lavoro, è sinonimo di prevenzione dagli incidenti ma anche dalle malattie professionali (che si manifestano a distanza di anni dal momento in cui è avvenuta l’esposizione). Inoltre, in caso di contenzioso, il costo per l’azienda risulterà superiore a quello che avrebbe speso investendo in prevenzione e protezione.
Per quanto riguarda il tema delle semplificazioni sottolineo che, nonostante l’Italia sia carente di contributi legislativi o normativi, non mancano standard tecnici internazionali, dai quali possiamo attingere i principi per una buona pratica. Utilizziamo ad esempio gli standard di Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda per alcuni ambiti come shipping petrolchimico e civile, e quelli di Gran Bretagna, Paesi del Nord Europa e Germania, standard con stampo anglosassone che necessitano di quella dose di visione e di fantasia che a noi italiani non manca.
Oggi nell’ambiente industriale c’è da meravigliarsi di quanti pochi infortuni avvengano, non perché sia aumentata l’attenzione o la qualità dei controlli ma perché l’incidenza statistica della fortuna ancora ci assiste. Anche alcuni studiosi hanno pubblicato libri in questa direzione, ma ciò non significa doversi affidare solo alla fortuna, dobbiamo lavorare seriamente e mettere in campo le teorie, la fisica e la chimica applicate e tutto quello che l’esperienza ci ha insegnato.
In base alla sua esperienza, qual è la durata minima in termini di ore per una formazione qualificata sul tema ambienti confinati, al di là delle regole normative?
Nel libro offriamo proprio un programma scandito per step formativi. Innanzitutto dev’essere paradossalmente più formato un supervisore, piuttosto che un lavoratore. Quest’ultimo deve conoscere a fondo una serie di nozioni pratiche per poter operare (come ad esempio saper utilizzare un analizzatore), ma non necessita di quella conoscenza specifica che riguarda i meccanismi di respirazione cellulare, i problemi di un’atmosfera ricca di monossido di carbonio, il fenomeno di assorbimento dell’ossigeno e così via; deve semplicemente riconoscere gli indicatori che noi chiamiamo “anticipatori di una criticità” poiché in ambienti confinati si passa da una situazione sicura a una di crisi in pochi secondi. La gestione e l’analisi dei pericoli che possono insorgere in un ambiente confinato sono affidate alla figura dell’organizzatore del lavoro: il supervisore o il committente, che deve secondo noi ricevere una formazione minima di 16-24 ore dedicata nello specifico a questo tema. Nel mare del Nord, dove vigono standard di training molto severe, è stabilito che per qualificare una persona preposta al monitoraggio atmosferico degli ambienti confinati, si effettuino corsi di formazione di circa 20 ore per approfondire dinamiche, strumentazioni e criticità.
Citiamo anche la complessa conoscenza che deve possedere la squadra d’intervento, incaricata ad esempio di salvare una persona priva di conoscenza o di far uscire dal doppio fondo di una nave o da un cunicolo una persona dal peso elevato con movimenti orizzontali e verticali; si usano tecniche che derivano da alpinismo e speleologia, un mestiere a parte che noi volutamente non abbiamo trattato.
Quale livello di qualità e di competenza professionale incontra o nei responsabili alla sicurezza, sul tema ambienti confinati? 
Mediamente posso dire che i Responsabili del servizio prevenzione e protezione (Rspp) mostrano oggi più competenza, anche se noto ancora improvvisazione e una scarsa conoscenza di tutte quelle cause subdole che prima ho tentato di sintetizzare; questo un po’ mi preoccupa. Non dimentichiamo che il più grave infortunio in ambienti confinati è avvenuto proprio in Italia, a Ravenna il 13 marzo 1987: si tratta del disastro, noto come caso Mecnavi, della motonave “Elisabetta Montanari” adibita al trasporto di Gpl, in cui morirono per asfissia 13 persone.
Se consideriamo l’ambiente civile industriale (ed escludiamo soprattutto quello minerario), questo incidente risulta il più grave registrato a livello mondiale in ambienti confinati. Andrebbe studiato a fondo poiché, come ho scritto nel libro, dai dieci macro errori che furono commessi potremmo ottener quasi un perfetto decalogo per lavorare in sicurezza in ambienti confinati.

 

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