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L’appello di Finco: istituire il ‘catasto delle strade’

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Un ‘catasto delle strade‘ che favorisca lo sviluppo e la realizzazione di interventi di manutenzione, per un potenziamento della sicurezza stradale: è l’appello al Governo, e specificamente all’Agenzia del Demanio che arriva da Finco, la Federazione industrie prodotti impianti servizi ed opere specialistiche per le costruzioni, in merito alla Riforma del Codice della Strada, il cui iter è stato avviato nei giorni scorsi.

Il Catasto delle strade è previsto per legge in molti Paesi d’Europa. Ciò nonostante, l’Agenzia del Demanio non lo considera prioritario, secondo Finco. La mancata iscrizione nel bilancio degli enti proprietari delle strade del valore patrimoniale del bene demaniale strada, oltre a far perdere in tali bilanci complessivamente circa 500 miliardi di euro, non consente di stabilire i fabbisogni correlati alla valutazione delle tratte in manutenzione.

Eppure il tema è di grande attualità: se è vero che, come confermano i dati Aci-Istat, il numero di morti per incidenti stradali è diminuito, va sottolineato che gli incidenti mortali sono all’ordine del giorno e che una parte cospicua di essi avviene nel percorso casa/lavoro. Nel 2012, sottolinea Finco, sono stati registrati 186.726 sinistri con lesioni a persone (-9,2% rispetto all’anno precedente), che hanno causato 3.653 morti (-5,4%) e 264.716 feriti (-9,3%). Ogni giorno sulle nostre strade si verificano in media 512 incidenti con 10 morti e 725 feriti. L’Italia è al di sopra della media europea: 60 morti per incidente ogni milione di abitanti, contro i 55 del dato comunitario medio.

“Attualmente il rapporto costruzione/manutenzione è del tutto sbilanciato verso la prima e la manutenzione è relegata ad intervento di emergenza, quando non se ne può fare a meno” afferma Lino Setola, Presidente filiera sicurezza stradale Finco. Setola ricorda il tragico incidente di Monteforte Irpino (il bus precipitato dal viadotto), come esempio chiave per dimostrare come la mancanza di controlli di buona esecuzione possa avere effetti tragici. “La gestione del patrimonio viario e la realizzazione di diversi interventi devono avvenire in base a una pianificazione e non sulla gestione delle emergenze”, continua Setola, aggiungendo che “purtroppo il cosiddetto ‘federalismo stradale’ non ha dato, ad oggi, buoni risultati”.

Finco avanza la proposta di una programmazione a lungo termine sostenuta dal 25% dei proventi contravvenzionali, che permetterebbe l’apertura di diversi cantieri, genererebbe un’importante ricaduta occupazionale e la conseguente diminuzione dei pericoli derivanti della strada. ”Ai sensi dei vigenti articoli del Codice della Strada vi è l’obbligo degli Enti proprietari di tenere a norma le strade amministrate e di predisporre la manutenzione, e da parte del Ministero delle Infrastrutture, di accertare che questo avvenga”, continua la Federazione. ”Ciò, specie alla luce di un autorevole parere della Corte dei Conti del Lazio n. 21/2011 che rafforza quanto precedentemente affermato dalla Corte di Cassazione, imponendo la messa in sicurezza delle strade indipendentemente dalla presenza di fondi a questo destinati”.

Per Finco la riforma del Codice della Strada ha molti ‘nodi da sciogliere’: la trasformazione dell’attuale Codice in una norma quadro, lasciando gli aspetti tecnici ai corpi regolamentari, purché i Decreti Ministeriali vengano approvati, cosa non accaduta finora, e prevedendo una revisione del sistema sanzionatorio; risolvere il ‘pasticcio delle contravvenzioni‘, causato dalla mancata emanazione del Decreto attuativo della legge 120/10, compensato in parte dalla comunicazione n. 0017909 del 24/12/12 del Ministro dell’Interno; un pasticcio che è comunque ‘costato’ all’Anas l’esclusione da finanziamenti per le strade nazionali.

Finco inoltre chiede che la dotazione economica per la manutenzione delle strade, prevista nella Tasi secondo il ddl di stabilità, abbia un finanziamento dedicato e non condiviso con gli altri servizi locali. A ciò si aggiunge la richiesta di dotare la manutenzione stradale di parte dell’ingente gettito fiscale attorno al fenomeno della circolazione (oltre 80 miliardi annui) nel quale niente ritorna al cespite che tale provvista fiscale ha generato (la cosiddetta “imposta per destinazione”).

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