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Modello semplificato Psc: indicazioni pratiche per i coordinatori sicurezza in cantiere

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La complessità di un cantiere non si può semplificare, ma si può scomporre in elementi più semplici. Indicazioni pratiche sul modello semplificato Psc per i coordinatori sicurezza in cantiere

di Giorgio Tacconi

Come detto nel precedente articolo, la metafora dell’albero aiuta anche a cogliere la natura dinamica del Psc, che deve svilupparsi nel tempo in un processo di adeguamento e integrazione (con i Pos delle imprese esecutrici) e di consultazione (tra i coordinatori, tra loro e i responsabili delle imprese e con i rappresentanti dei lavoratori), oltre che di aggiornamento per le inevitabili modifiche e varianti in corso d’opera.

Si tratta dunque di un documento aperto che dovrebbe prendere in considerazione tutto il ciclo di vita del cantiere, dalle attività di emissione dei documenti tecnici (fase di progettazione) e di fabbricazione dei componenti (fase di approvvigionamento), alle vere e proprie attività di cantiere (fase di realizzazione) , suddivise in opere civili, impianti e finiture, e alle attività di collaudo, prove e messa in servizio nel caso di impianti, per finire con le attività di rimozione, smontaggio e smantellamento delle strutture provvisorie e dei servizi funzionali alle lavorazioni, senza dimenticare le attività di informazione, formazione e comunicazione su specifici rischi e relative misure da adottare sul campo, compresi i provvedimenti emanati dal coordinatore per l’esecuzione dei lavori.

La complessità di un cantiere non si può semplificare, ma si può scomporre in elementi più semplici, come le fasi e le sottofasi di lavoro, i gruppi omogenei di lavorazione, le mansioni con particolare riferimento all’uso di attrezzature, sostanze e dispositivi. I numerosi metodi di gestione della complessità (Gantt, Pert, Cpm, Pep, Lcss ecc.), adattati alle circostanze specifiche, possono costituire validi strumenti anche per eliminare, ridurre o controllare i rischi e fornire un supporto formale a tutti i soggetti interessati, a patto che ciascuno sia in grado di comprenderli e utilizzarli.

Qui si apre la questione della formazione degli addetti e dei responsabili, che spesso è considerata in modo avulso dalla reale gestione del cantiere, mentre ha senso e valore solo se finalizzata ad acquisire conoscenze e competenze inerenti ai problemi che, giorno per giorno, i lavoratori e i loro preposti e dirigenti dovranno affrontare e risolvere durante la realizzazione dell’opera (e non indugiamo a credere troppo alle cosiddette mansioni standardizzate, ai lavori di routine, perché è proprio l’abitudine l’anticamera del rischio). I piani di sicurezza sono il miglior testo didattico per creare una visione e un linguaggio comuni e andrebbero scritti non solo per “convincere” gli organi di vigilanza ma come istruzioni operative della comunità di lavoro. In questo senso, semplificare il messaggio può essere utile, se però l’obiettivo rimane comprensibile e attuabile da tutti.

Un approccio efficace è quello di qualificare le prescrizioni e le misure da adottare in base alla loro priorità e all’importanza che assumono per l’intero processo produttivo. In altri termini, occorre evitare che la sicurezza sia vista come un indistinto onere individuale di prescrizioni dello stesso valore rispetto alla gravità e probabilità del rischio, alle interazioni con gli altri, alle circostanze ambientali e strutturali, all’impatto sul circondario, sull’avanzamento dei lavori, ecc. Al contrario, la sicurezza va vista dal singolo come un elemento di appartenenza, un parametro collettivo che richiede comportamenti tra loro coerenti. Qualificare i contenuti del Psc vuol dire dare una dimensione concreta alle parole scritte. Come? Il semplice linguaggio del semaforo, familiare a tutti, può dare l’idea di una sicurezza modulata in funzione di pesi e valori condivisi; se non possono sorgere equivoci sul “rosso” e sul “verde”, occorre però chiarire bene cosa significa il “giallo”, la terra di nessuno dove la consapevolezza individuale e la coesione del gruppo fanno la differenza.

Tutto questo riguarda la sostanza dei Psc (e dei Pss e dei Pos); se semplificare vuol dire rendere semplice l’applicazione di misure concrete, ben venga la semplificazione. Se, invece, a furia di moduli preimpostati, griglie, matrici ecc., si rendono ancora più astratti e incomprensibili documenti ritenuti necessari e decisivi per la sicurezza, si ottiene solo di togliere credibilità all’impegno di tanti professionisti nel dare valore a quello che rischia di diventare inutile: certificare sulla carta il risultato e l’intenzione di uno sforzo collettivo per migliorare davvero la qualità del cantiere.

Il contenuto è tratto dal quotidiano on line Sistema Ambiente e Sicurezza. Per attivare l’abbonamento prova di un mese clicca qui.

L’autore

Giorgio Tacconi

Nato a Milano nel 1956, laureato in giurisprudenza, svolge come libero professionista attività di comunicazione, informazione e consulenza tecnico-giuridica in tema di sicurezza negli ambienti di lavoro, tutela dell’ambiente e sostenibilità, responsabilità sociale d’impresa. Ha collaborato come autore di testi, siti e banche dati con Cedis, McGrawHill, Eco-comm, De Agostini, Rcs, Conde Nast, LifeGate, Sistemi Editoriali, Giappichelli.

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