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Sanzioni in materia di sicurezza su lavoro

Pecuniarie, interdittive, confisca: che differenza c’è tra le sanzioni per reati in materia di SSL secondo la normativa vigente?

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Le sanzioni per i reati in materia di sicurezza possono essere: pecuniarie, interdittive e confisca. Vediamole insieme

Sanzioni pecuniarie
La sanzione pecuniaria consiste nel pagamento di una somma di denaro nella misura determinata in concreto da parte del Giudice mediante un sistema di valutazione bifasico (c.d. sistema “per quote”). La sanzione viene irrogata in un numero non inferiore a cento e non superiore a mille quote ed il valore di ogni quota varia fra un minimo di euro 258,00 ad un massimo di euro 1.549,00. Tenendo conto delle possibili diminuzioni di pena, si può concretamente sostenere che la sanzione pecuniaria può variare da un minimo di poco più di euro 10.000,00 ad un massimo di euro 1.549.000,00.
L’art. 25-septies del Decreto prevede le seguenti sanzioni pecuniarie:
• in misura pari a mille quote per il reato di omicidio colposo commesso con violazione dell’art. 55, comma 2, del decreto legislativo attuativo della delega di cui alla legge n. 123/2007 in materia di sicurezza del lavoro (si tratta delle ipotesi in cui è obbligatorio il SPP interno);
• in misura non inferiore a 250 quote e non superiore a 500 quote per il reato di omicidio colposo commesso con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro;
• in misura non superiore alle 250 quote per reato di lesioni colpose gravi o di lesioni colpose gravissime commesso con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro.

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Sanzioni interdittive
Se la sanzione pecuniaria può sembrare non particolarmente afflittiva, soprattutto per quanto riguarda grandi società o gruppi di imprese, appaiono sicuramente più efficaci le sanzioni interdittive, che consistono:
a) nella interdizione dall’esercizio dell’attività;
b) nella sospensione o revoca delle autorizzazioni, licenze o concessioni funzionali alla commissione dell’illecito;
c) nel divieto, temporaneo o definitivo, di contrattare con la Pubblica Amministrazione, salvo che per ottenere le prestazioni di un pubblico servizio;
d) nell’esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi e nell’eventuale revoca di quelli già concessi;
e) nel divieto, temporaneo o definitivo, di pubblicizzare beni o servizi.
Le sanzioni interdittive si applicano, anche congiuntamente tra loro, esclusivamente in relazione ai reati per i quali sono espressamente previste dal Decreto, quando ricorre almeno una delle seguenti condizioni:
a) l’azienda ha tratto dal reato un profitto di rilevante entità e il reato è stato commesso da un Soggetto Apicale ovvero da un Soggetto Subordinato quando, in quest’ultimo caso, la commissione del reato è stata determinata o agevolata da gravi carenze organizzative;
b) in caso di reiterazione degli illeciti.
Quand’anche sussistano una o entrambe le precedenti condizioni, le sanzioni interdittive non si applicano se sussiste anche solo una delle seguenti circostanze:
• l’autore del reato ha commesso il fatto nel prevalente interesse proprio o di terzi e l’azienda non ne ha ricavato vantaggio o ne ha ricavato un vantaggio minimo; oppure
• il danno patrimoniale cagionato è di particolare tenuità; oppure
• prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, concorrono tutte le seguenti condizioni (qui di seguito, Condizioni ostative all’applicazione di una sanzione interdittiva):
– l’azienda ha risarcito integralmente il danno e ha eliminato le conseguenze dannose o pericolose del reato ovvero si è comunque efficacemente adoperato in tal senso;
– l’azienda ha eliminato le carenze organizzative che hanno determinato il reato mediante l’adozione e l’attuazione di un Modello;
– l’azienda ha messo a disposizione il profitto conseguito ai fini della confisca.
L’art. 25-septies del D.Lgs. n. 231/2001 per tutte le ipotesi di reati rilevanti derivanti dall’infrazione della normativa antinfortunistica oltre all’applicazione della sanzione economica prevede l’applicazione di sanzioni interdittive. In particolare:
• l’art. 25-septies n. 1, prevede l’applicazione delle sanzioni interdittive di cui all’art. 9, comma 2 del D.Lgs. n. 231/2001 per una durata non inferiore a tre mesi e non superiore all’anno per il reato di omicidio colposo commesso con violazione dell’art. 55, comma 2, del decreto legislativo attuativo della delega di cui alla legge n. 123/2007 in materia di sicurezza del lavoro;
• l’art. 25-septies n. 2, prevede l’applicazione delle sanzioni interdittive di cui all’art. 9, comma 2 del D.Lgs. n. 231/2001 per una durata non inferiore a tre mesi e non superiore all’anno per il reato di omicidio colposo commesso con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro;
• l’art. 25-septies n. 3, prevede l’applicazione delle sanzioni interdittive di cui all’art. 9, comma 2 del D.Lgs. n. 231/2001 per una durata non superiore ai sei mesi per reato di lesioni colpose gravi o di lesioni colpose gravissime commesso con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro.
Sul punto in esame si segnala una sentenza della Corte di Cassazione, la n. 42503 del 16 ottobre 2013 della sezione IV, con la quale si ribadisce che in caso di commissione del delitto di lesioni aggravate dalla violazione delle norme sulla sicurezza del lavoro le sanzioni interdittive devono essere applicate obbligatoriamente.
La Corte ha preso in esame un ricorso contro la sentenza del 29 novembre 2012, emessa ai sensi dell’articolo 444 c.p.p., dal Tribunale di Ancona, sez. dist. di Senigallia, che applicava la sanzione pecuniaria di euro 10.000, nonché le misure interdittive di cui all’art. 9, comma 2, D.Lgs. citato per la durata di mesi due a fronte di un reato ex art. 590, comma 3 c.p. (lesioni colpose aggravate).
Il difensore della società lamentava l’erronea applicazione della legge per avere il giudice disposto le sanzioni interdittive alla società, ai sensi dell’articolo 9, comma 2, benché ricorressero le circostanze di esclusione di cui all’art. 17 del D.Lgs. n. 231/2001 che dispone l’inapplicabilità delle misure interdittive in caso di riparazione delle conseguenze del danno prima della dichiarazione dell’apertura del dibattimento di primo grado.
Nel rigettare il ricorso, la Corte ha osservato che:

Cass. pen., sez. IV, 16 ottobre 2013, n. 42503
va comunque ricordato che l’art. 25-septies, comma 3, stabilisce che “In relazione al delitto di cui all’art. 590, comma 3, del codice penale, commesso con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro, si applica una sanzione pecuniaria in misura non superiore a 250 quote. Nel caso di condanna per il delitto di cui al precedente periodo si applicano le sanzioni interdittive di cui all’art. 9, comma 2, per una durata non superiore a sei mesi”. Da tale disposizione si evince che in caso di commissione del delitto di lesioni aggravate dalla violazione delle norme sulla sicurezza del lavoro, le sanzioni interdittive devono essere applicate obbligatoriamente.

Per la citata sentenza, occorre che la misura interdittiva venga sempre applicata in caso di condanna ex art. 25-septies del D.Lgs. n. 231/2001 indipendentemente dal realizzarsi delle circostanze richiamate dall’art. 17 del Decreto.
In tal senso il risarcimento del danno alla persona offesa e l’aver rimosso le cause che hanno generato il fatto reato avranno un’incidenza solo sulla determinazione della pena e sulla sua diminuzione, ma non ne avranno rispetto all’applicazione di una sanzione interdittiva che rimane obbligatoria.

Confisca
La confisca consiste nell’acquisizione coattiva da parte dello Stato del prezzo o del profitto del reato, salvo che per la parte che può essere restituita al danneggiato e fatti in ogni caso salvi i diritti acquisiti dai terzi in buona fede; quando non è possibile eseguire la confisca in natura, la stessa può avere ad oggetto somme di denaro, beni o altre utilità di valore equivalente al prezzo o al profitto del reato.
Il prezzo o il profitto dei reati in oggetto riguardano essenzialmente il risparmio che l’ente ha ottenuto non adempiendo in modo corretto agli specifici investimenti per garantire la sicurezza dei lavoratori che avrebbero permesso di evitare il fatto reato. Il caso paradigmatico è rappresentato dalla vicenda Thyssenkrup.
La sentenza di primo grado della Corte di Assise di Torino ha determinato la confisca di euro 800.000, ovverosia della somma che l’azienda avrebbe dovuto investire per il sistema antincendio finalizzato ad impedire il verificarsi dei tragici fatti che hanno causato la morte di sette operai.
La confisca è stata confermata e la sentenza definitiva delle Sezioni Unite della Suprema Corte penale ha precisato i contorni della confisca ex D.Lgs. n. 231/2001. È interessante sul punto leggere un estratto della motivazione delle Sezioni Unite:

Cass. pen., sez. unite, 18 settembre 2014, n. 38343
È risalente e tradizionale l’insegnamento che, in relazione all’art. 240 c.p., il “profitto” va tenuto distinto dal “prodotto” e dal “prezzo” del reato, e va individuato in qualsiasi “vantaggio economico” che costituisca un “beneficio aggiunto di tipo patrimoniale” che abbia una “diretta derivazione causale” dalla commissione dell’illecito…
Nel definire il profitto come “vantaggio di natura economica” o “beneficio aggiunto di tipo patrimoniale”, si è sottolineata la necessità della stretta derivazione causale del profitto dal reato; e si è precisato che all’espressione non va, comunque, attribuito il significato di “utile netto” o di “reddito”, indicando essa, invece, un beneficio aggiunto di natura economica…
È stata delineata una nozione di profitto funzionale alla confisca, capace di accogliere al suo interno non soltanto i beni appresi per effetto diretto ed immediato dell’illecito, ma anche ogni altra utilità che sia conseguenza, anche indiretta o mediata, dell’attività criminosa… In conclusione, il concetto di profitto o provento di reato legittimante la confisca deve intendersi come comprensivo non soltanto dei beni che l’autore del reato apprende alla sua disponibilità per effetto diretto ed immediato dell’illecito, ma altresì di ogni altra utilità che lo stesso realizza come conseguenza anche indiretta o mediata della sua attività criminosa…
Tale generale ordine di idee deve essere ripreso ed ampliato… Si è visto che, per ciò che riguarda i reati colposi di evento, l’imputazione oggettiva dell’illecito all’ente si fonda sull’interesse o vantaggio riferito alla condotta e non all’evento. Orbene, con riguardo ad una condotta che reca la violazione di una disciplina prevenzionistica, posta in essere per corrispondere ad istanze aziendali, l’idea di profitto si collega con naturalezza ad una situazione in cui l’ente trae da tale violazione un vantaggio che si concreta, tipicamente, nella mancata adozione di qualche oneroso accorgimento di natura cautelare, o nello svolgimento di una attività in una condizione che risulta economicamente favorevole, anche se meno sicura di quanto dovuto.
Qui si concreta il vantaggio che costituisce il nucleo essenziale dell’idea normativa di profitto. Dunque non erra per nulla la Corte di merito quando individua il profitto, come minimo, nel risparmio di spesa inerente all’impianto di spegnimento; oltre che nella prosecuzione dell’attività funzionale alla strategia aziendale ma non conforme ai canoni di sicurezza.

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