Sicurezza cantieri: chi e' responsabile delle carenze di Dpi? | Ingegneri.info

Sicurezza cantieri: chi e’ responsabile delle carenze di Dpi?

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In caso di infortunio causato dal mancato utilizzo dispositivi di protezione individuale (Dpi) una sentenza della Cassazione attribuisce la responsabilità al coordinatore per l’esecuzione

di Alessio Scarcella – Consigliere della Corte Suprema di Cassazione

Il tema oggetto di esame da parte della Corte di Cassazione nella sentenza in commento attiene alla individuazione degli obblighi e delle responsabilità gravanti in seno alle attività di cantiere nel caso in cui un infortunio si verifichi non per carenza nella predisposizione di dispositivi di protezione individuale (dpi) ma per il mancato controllo sul loro utilizzo da parte del lavoratore.

La Corte, nell’operare una puntuale ricognizione normativa delle disposizioni che indicano obblighi e responsabilità dei soggetti della prevenzione nell’attività di cantiere, attribuisce, nel caso in esame, la responsabilità dell’infortunio al coordinatore per l’esecuzione, nominato dal committente anche direttore dei lavori.

Il fatto

La vicenda processuale vedeva imputati del reato di omicidio colposo l’amministratore unico di una società cooperativa cui era stata commessa in appalto l’esecuzione di finiture interne di un appartamento su due piani compreso in uno stabile nonché il responsabile dei suddetti lavori.

Agli imputati era stato contestato di avere cagionato, per colpa generica e specifica, consistita nell’inosservanza delle norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro, la morte di una lavoratore.

Nella specie, secondo la ricostruzione operata in sede di merito, la vittima, muratore dipendente dell’impresa appaltatrice, mentre stava lavorando all’interno dell’immobile, operando in particolare nel ballatoio che dal primo piano si affaccia su uno dei vani del piano terra, parzialmente privo del parapetto di protezione, cadeva da un’altezza di circa 4 metri riportando gravissime lesioni con esito letale; era stato altresì accertato che, al momento dell’infortunio, la vittima non aveva la cintura di sicurezza, la quale non fu neppure ritrovata sul posto, ma risultava conservata, insieme ai cartelli alla segnaletica, in un deposito a oltre 1 km di distanza dal cantiere.

La sentenza di condanna emessa, per quanto qui di interesse, nei confronti del coordinatore per l’esecuzione e direttore dei lavori, si fondava, da un lato, sul fatto che egli fosse perfettamente informato sui lavori in corso e da eseguire e che non potesse sfuggirgli che tali lavori richiedevano cautele supplementari da attuare con cinture di sicurezza o altre misure equivalenti e, dall’altro, che avrebbe dovuto vigilare in modo più puntuale sull’osservanza delle norme di sicurezza.

Inoltre, si aggiungeva in sentenza come ciò in particolare comportava che l’assidua presenza in cantiere del (stante il contemporaneo ruolo di direttore dei lavori) imponeva di declinare l’obbligo di vigilanza imposto dalla legge anche nel senso di verificare che la pericolosa operazione di messa in sicurezza del varco descritto fosse cautelata con la predisposizione delle cinture di sicurezza e di un’impalcatura supplementare.

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Il ricorso

Avverso la sentenza proponeva, per quanto qui di interesse, ricorso per cassazione il coordinatore per l’esecuzione dei lavori, sostenendo che i giudici avevano indebitamente ampliato il suo ruolo e le sue responsabilità: egli, in qualità di coordinatore per l’esecuzione dei lavori, non era tenuto ad assicurare l’applicazione del piano di sicurezza, ma solamente a verificare il rispetto dello stesso, come affermato anche in diverse occasioni dalla Cassazione, sottolineando dunque che al medesimo spettasse una funzione di alta vigilanza, che non richiede una continua presenza in cantiere.

Nel caso di specie, peraltro, andava tenuto presente che la lavorazione che aveva dato occasione al sinistro non era ancora iniziata al momento del suo ultimo sopralluogo.

La decisione della Cassazione

La Corte, nel rigettare il ricorso, ha affermato il principio di cui in massima, giungendo dunque a chiarire che in ragione degli obblighi di controllo gravanti sull’imputato, ispirata a criteri di effettività e adeguamento al procedere dei lavori, non può fondatamente sostenersi che l’insorgenza in concreto di tali obblighi presupponesse – nel caso di specie – il materiale avvio della fase lavorativa che prevedeva la rimozione dell’argano, non potendo dubitarsi che tra tali obblighi rientrasse anche quello di adeguare il piano di sicurezza e la verifica della sua concreta attuazione al prevedibile evolversi delle attività lavorative.

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Per meglio comprendere l’approdo dei Supremi Giudici è utile il consueto inquadramento giuridico della vicenda. La normativa applicabile definisce il coordinatore in materia di sicurezza e di salute durante la realizzazione dell’opera, o coordinatore per l’esecuzione dei lavori, il “soggetto incaricato, dal committente o dal responsabile dei lavori, dell’esecuzione dei compiti di cui all’articolo 92, che non può essere il datore di lavoro delle imprese affidatarie ed esecutrici o un suo dipendente o il responsabile del servizio di prevenzione e protezione (RSPP) da lui designato. Le incompatibilità di cui al precedente periodo non operano in caso di coincidenza fra committente e impresa esecutrice” (art. 89, comma 1, lett. f), D.Lgs. n. 81/2008).

Nel caso in esame, l’imputato rivestiva la duplice qualità di coordinatore per la sicurezza in fase di progettazione e in fase di esecuzione dei lavori nel cantiere, e di responsabile dei lavori per conto del committente. Da tali incarichi discendevano a suo carico (tra altri non specificamente rilevanti nella specie) gli obblighi di:

a) redigere il piano di sicurezza e di coordinamento ed il fascicolo delle informazioni per la prevenzione e la protezione dai rischi;

b) coordinare e controllare l’applicazione, da parte delle imprese esecutrici e dei lavoratori autonomi, delle disposizioni loro pertinenti contenute nel piano di sicurezza e la corretta applicazione delle relative procedure di lavoro;

c) verificare l’idoneità del piano operativo di sicurezza redatto dal datore di lavoro dell’impresa esecutrice;

d) organizzare la cooperazione e il coordinamento delle attività all’interno del cantiere;

e) segnalare al committente o al responsabile dei lavori le inosservanze delle disposizioni di legge riferite ai datori di lavoro o ai lavoratori autonomi;

f) attenersi ai principi e alle misure generali di tutela;

g) determinare la durata dei lavori o delle fasi di lavoro che si devono svolgere simultaneamente o successivamente tra loro, al fine di permettere la pianificazione dell’esecuzione in condizioni di sicurezza;

h) valutare il piano di sicurezza e di coordinamento e il piano generale di sicurezza (la cui redazione grava sul coordinatore per la progettazione), nonché il fascicolo contenente le informazioni utili ai fini della prevenzione e protezione dai rischi cui sono esposti i lavoratori, tenendo conto delle specifiche norme di buona tecnica e dell’allegato 2 al documento U.E. 260/5/93;

i) verificare l’idoneità tecnico-professionale delle imprese esecutrici e dei lavoratori autonomi in relazione ai lavori da affidare.

Infine, il dlgs n. 81/2008, Testo Unico sulla salute e sicurezza sul lavoro, costituisce chiaramente il responsabile dei lavori quale garante dell’effettività dell’opera di coordinamento posta in capo ai coordinatori per la progettazione e per la esecuzione.

E, allora, concludono gli Ermellini, a carico del coordinatore per l’esecuzione dei lavori e del responsabile dei lavori, incarichi legittimamente affidati dal committente alla stessa persona, è configurabile a carico di questa una posizione di garanzia tutt’altro che formale e limitata alla astratta previsione dei presidi e delle procedure di sicurezza da osservare, ma ben più costante e attenta, dovendosi la stessa, in particolare, spingersi alla verifica della corretta e concreta osservanza delle disposizioni contenute nel piano di sicurezza e adeguarsi al procedere dei lavori (v., da ultimo: Cass. pen., Sez. IV, 12 giugno 2013 n. 44977 – dep. 7 novembre 2013, L. e altri, in CED Cass., n. 257167).

Fonte: Quotidiano Sistema Ambiente e Sicurezza

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