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Sorveglianza sanitaria: parliamone

Il protocollo sanitario non è un semplice adempimento di legge, ma assume un ruolo determinante per la gestione della salute dei lavoratori. Ecco perché un termine è fondamentale: collaborazione

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La sorveglianza sanitaria è un’attività prevista dalla legge. Il decreto legislativo n. 81/2008, al Titolo I, Capo III, Sezione V, ne definisce i contenuti, anche se importanti spunti sono contenuti qua e là nello stesso Testo Unico, per non dire delle attività che possono essere considerate ad essa riferibili, come ad esempio quelle previste dal Decreto Legislativo n. 151/2001, Testo Unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità. Il Regolamento europeo in materia di protezione dei dati personali, Regolamento UE 2016/679 pone rilevanti condizioni alla gestione delle informazioni sulla sorveglianza sanitaria: i «dati relativi alla salute» sono garantiti da pesanti tutele.
La sorveglianza sanitaria è esercitata dal medico competente e la sua funzione nei sistemi di gestione della sicurezza sul lavoro (SSL) è duplice:
– assicurare che i lavoratori che vengono avviati al lavoro siano idonei alla mansione specifica;
– verificare che il requisito dell’idoneità sanitaria sia mantenuto nel tempo. La sorveglianza sanitaria non può prescindere da una adeguata valutazione dei rischi: innanzitutto il medico competente aziendale può eseguire esclusivamente gli accertamenti sanitari che sono necessari secondo la tipologia dei rischi cui sono esposti i lavoratori.

La definizione di un protocollo sanitario è di fondamentale importanza per un sistema disegnato correttamente: la sorveglianza sanitaria è una misura di prevenzione e protezione e come tale deve essere coerente e documentabile. Oltre a questo, è un comportamento professionale quello di programmare le attività gestite dal servizio di prevenzione e protezione anche sotto l’aspetto economico, e la sorveglianza sanitaria può essere una spesa che ha rilevanza strategica l’azienda. Infine, spesso la sorveglianza sanitaria nel sistema di prevenzione abbandona il ruolo superficialmente passivo che nella lettura semplicistica dei processi le viene attribuito.

Non si tratta semplicemente di valutare, quasi in maniera notarile, le condizioni di salute delle persone e il mantenimento della loro idoneità alla mansione, ma questa assume un ruolo attivo, diventando una misura di prevenzione e protezione tout court. Questo avviene quando l’analisi dei trend delle visite mediche, pur in assenza di vistose patologie, anticipa la manifestazione di un problema, permettendo all’azienda di correre ai ripari. Oppure quando il protocollo sanitario individua particolari attività, di solito la manipolazione di sostanze chimiche, per la natura delle quali tenere monitorato il comportamento di un organo campione può essere uno o l’unico metodo per tenere sotto controllo l’esposizione dei lavoratori.

Per questo motivo la collaborazione tra servizio prevenzione e protezione e medico competente deve essere molto attiva e le informazioni veicolate precise e rilevanti. Situazioni particolari devono essere comunicate con precisione al medico competente e da esso comprese nelle loro pieghe: l’unico modo per definire adeguatamente gli esami cui sottoporre i lavoratori e la loro scansione temporale. I due professionisti coinvolti nella sorveglianza sanitaria, medico competente e il responsabile del servizio prevenzione e protezione, devono godere di reciproca fiducia e devono costantemente tenere aperta tra di loro una via di comunicazione per questo e per tutte le realtà quotidiane in cui si articolano le loro professioni. La sorveglianza sanitaria è una parte del sistema di gestione della sicurezza sul lavoro che deve essere sottoposta al riesame, durante la visita periodica. La norma parla di «andamento degli infortuni e delle malattie professionali e della sorveglianza sanitaria», anche se in realtà i motivi del coinvolgimento del medico competente in un sistema di gestione possono essere molto più di questi.

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