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Temperatura e microclima dell’ambiente di lavoro secondo il Tusl

Come si fa definire un luogo di lavoro ‘troppo caldo’? E come si calcola la cosiddetta ‘zona del benessere termico’? Ecco cosa dice il D.Lgs. n. 81/2008

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L’insieme degli aspetti fisici che caratterizzano l’aria degli ambienti confinati viene definito microclima, così come le caratteristiche fisiche dell’aria atmosferica concorrono a determinare il clima di un luogo aperto. Per ambienti confinati si intendono tutte quelle infrastrutture più o meno separate dall’ambiente esterno nelle quali, proprio per questa separazione, l’aria assume delle caratteristiche diverse da quelle climatiche della località in cui ci si trova. Talora sotto il termine microclima vengono anche considerati gli aspetti relativi all’inquinamento negli spazi confinati; tale incorporazione è in effetti forzata e questo argomento sarà trattato in un prossimo articolo sull’inquinamento “indoor“, la cosiddetta sindrome dell’edificio malato. Considerando che la maggior parte della popolazione urbana trascorre il 75/80% del tempo all’interno di edifici chiusi, è facilmente intuibile quale importanza rivesta la qualità del microclima per il benessere dell’uomo.
Questi ambienti sono individuati dal fatto che, con “moderati” interventi tecnici, è possibile facilitare il mantenimento delle condizioni di omeotermia dei lavoratori e sono caratterizzati da:
– condizioni ambientali discretamente omogenee e con ridotta variabilità nel tempo;
– assenza di scambi termici diretti fra lavoratore ed ambiente o macchinari, che abbiano effetti rilevanti sul bilancio termico complessivo;
– attività lavorativa di tipo sedentario o con modesto impegno fisico e sostanzialmente analoga per tutti i lavoratori;
– uniformità del vestiario indossato dai diversi operatori senza obbligo di indossare indumenti particolari.

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Un po’ di storia
Il testo unico delle leggi sanitarie non dà indicazioni specifiche per le caratteristiche climatiche degli insediamenti industriali; prevede comunque che nel caso in cui sussista l’obbligo di fornire un’abitazione al personale, questa sia in regola con le norme di igiene per quanto riguarda la ventilazione (art. 224, R.D. n. 1265/1934).
Il 1956 ha segnato la nascita di numerose leggi in tema di igiene del lavoro e in molte di esse è stato affrontato il problema del microclima degli ambienti di lavoro. La più importante fu sicuramente il D.P.R. 19 marzo 1956, n. 303 (Norme generali per l’igiene del lavoro), successivamente modificato dal D.Lgs. n. 626/1994 e, attualmente, dal D.Lgs. n. 81/2008.
Il Titolo II del D.Lgs. n. 81/2008 è dedicato ai luoghi di lavoro; il Capo I all’art. 63, comma 1, precisa che i luoghi di lavoro devono essere conformi ai requisiti indicati nell’allegato IV; nel successivo articolo 64 viene ribadito l’obbligo per il datore di lavoro di provvedere affinché i luoghi di lavoro siano conformi ai requisiti di cui all’articolo 63, commi 1.
L’Allegato IV è suddiviso in sei parti di cui la prima, dedicata agli Ambienti di lavoro, indica precise disposizioni anche in merito al microclima (punto 1.9).

Gli aspetti essenziali di tali disposizioni sono:
Microclima

Aerazione dei luoghi di lavoro chiusi
Nei luoghi di lavoro chiusi, è necessario far sì che tenendo conto dei metodi di lavoro e degli sforzi fisici ai quali sono sottoposti i lavoratori, essi dispongano di aria salubre in quantità sufficiente ottenuta preferenzialmente con aperture naturali e quando ciò non sia possibile, con impianti di areazione.
Se viene utilizzato un impianto di aerazione, esso deve essere sempre mantenuto funzionante. Ogni eventuale guasto deve essere segnalato da un sistema di controllo, quando ciò è necessario per salvaguardare la salute dei lavoratori.
Se sono utilizzati impianti di condizionamento dell’aria o di ventilazione meccanica, essi devono funzionare in modo che i lavoratori non siano esposti a correnti d’aria fastidiosa.
Gli stessi impianti devono essere periodicamente sottoposti a controlli, manutenzione, pulizia e sanificazione per la tutela della salute dei lavoratori.
Qualsiasi sedimento o sporcizia che potrebbe comportare un pericolo immediato per la salute dei lavoratori dovuto all’inquinamento dell’aria respirata deve essere eliminato rapidamente.

Temperatura dei locali
La temperatura nei locali di lavoro deve essere adeguata all’organismo umano durante il tempo di lavoro, tenuto conto dei metodi di lavoro applicati e degli sforzi fisici imposti ai lavoratori.
Nel giudizio sulla temperatura adeguata per i lavoratori si deve tener conto della influenza che possono esercitare sopra di essa il grado di umidità ed il movimento dell’aria concomitanti.
La temperatura dei locali di riposo, dei locali per il personale di sorveglianza, dei servizi igienici, delle mense e dei locali di pronto soccorso deve essere conforme alla destinazione specifica di questi locali.
Le finestre, i lucernari e le pareti vetrate devono essere tali da evitare un soleggiamento eccessivo dei luoghi di lavoro, tenendo conto del tipo di attività e della natura del luogo di lavoro.
Quando non è conveniente modificare la temperatura di tutto l’ambiente, si deve provvedere alla difesa dei lavoratori contro le temperature troppo alte o troppo basse mediante misure tecniche localizzate o mezzi personali di protezione.
Gli apparecchi a fuoco diretto destinati al riscaldamento dell’ambiente nei locali chiusi di lavoro di cui al precedente articolo, devono essere muniti di condotti del fumo privi di valvole regolatrici ed avere tiraggio sufficiente per evitare la corruzione dell’aria con i prodotti della combustione, ad eccezione dei casi in cui, per l’ampiezza del locale, tale impianto non sia necessario.

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Come ottenere la temperatura ideale
La prevenzione contro le alte temperature deve essere attuata in tutte quelle condizioni lavorative in cui non possono essere variati i parametri microclimatici, sia per il tipo di lavorazione in atto (siderurgia), sia per lo stesso ambiente di lavoro (miniere). Gli interventi tecnici sono diretti in modo specifico a modificare alcuni fattori ambientali mediante ventilazione, raffreddamento dell’aria e riduzione dell’umidità. In condizioni particolari, come in vicinanza di forni, laminatoi, ecc., può essere utile prevedere delle cabine climatizzate ben isolate dall’ambiente. Un’ulteriore difesa dalle alte temperature viene attuata con ampie cappe di aspirazione munite di tiraggi forzati sistemati preferibilmente al soffitto stando attenti comunque che la velocità dell’aria sia sempre nei limiti accettabili. Una valida protezione dal calore radiante si ottiene mediante schermi protettivi; questi possono essere formati da semplici superfici riflettenti, nel qual caso la temperatura è identica sui due lati, o da superfici riflettenti ed assorbenti in modo che la temperatura sia notevolmente più bassa dalla parte del lavoratore. In casi estremi e per lavorazioni o interventi particolari si ricorre a tute protettive più o meno complesse.
Anche per le basse temperature esistono lavorazioni nelle quali le condizioni microclimatiche non possono essere variate: industria del ghiaccio, dei surgelati, lavoro nei frigoriferi, ecc. Vanno considerati anche tutti quei lavori che devono essere svolti all’aperto durante la stagione fredda; in questo caso per microclima può essere considerato il clima dell’area lavorativa. Appare ovvio che in tutte queste attività è pressoché impossibile variare le condizioni microclimatiche e, pertanto, la difesa dal freddo può essere attuata soltanto mediante validi indumenti protettivi o, in alternativa, prevedendo turni di lavoro ridotti.
In tutti i casi, caldo o freddo, deve essere attuata una prevenzione individuale che si basa su alcuni punti fondamentali. In primo luogo sono indispensabili una selezione medica preventiva e la successiva esecuzione di controlli medici periodici oppure in occasione di sovraesposizione a stress termici o in seguito a disturbi correlabili. L’acclimatazione progressiva è utilissima soprattutto in occasione di esposizione ad alte temperature in quanto permette di acquisire un’assuefazione al calore; bisogna tenere conto che una settimana di pausa lavorativa è sufficiente a far perdere tale capacità. Le pause di recupero e, di conseguenza, le riduzioni dell’orario di lavoro permettono all’organismo di equilibrare l’eccessivo dispendio energetico. L’igiene alimentare è l’ultimo punto fondamentale per i lavoratori esposti a stress termici: la dieta deve essere leggera, con pasti frequenti e con esclusione degli alimenti difficilmente digeribili; l’ingestione di acqua non deve essere libera e, soprattutto, deve essere accompagnata dalla somministrazione di sali minerali che vengono persi con la sudorazione, in particolar modo sodio e potassio.
E’ ovvio comunque che in tutti i casi in cui sia possibile, il datore di lavoro deve provvedere a rendere il microclima degli ambienti lavorativi il più possibile prossimo alla zona del benessere termico (t = 18° – 20 ° C; U.R. = 40 – 60%; velocità dell’aria = 0,05 – 0,3 m/s) mediante idonei impianti di riscaldamento, ventilazione e condizionamento.

Sempre in argomento leggi il recente articolo: Gli spazi confinati e la sicurezza: una sintesi pratico-operativa

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