Copertura Arena di Verona: le scelte tecnologiche e strutturali del progetto vincitore | Ingegneri.info

Copertura Arena di Verona: le scelte tecnologiche e strutturali del progetto vincitore

Tema complesso, tra filosofia di relazione con l’antico, precedenti storici e scelte tecnologico-strutturali. Ecco, a seguire, un breve focus sui precedenti e la proposta vincitrice, con qualche interrogativo

vista a volo d'uccello © gmp/a-promise
vista a volo d'uccello © gmp/a-promise
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Il concorso internazionale di idee per la copertura dell’Anfiteatro Romano “Arena di Verona” si pone come un tema dall’analisi piuttosto complessa, sin dai prodromi introduttivi che legano la motivazione alla sua indizione. Il centro storico della città scaligera è infatti iscritto alla lista dei 51 siti italiani tutelati dell’UNESCO quale Patrimonio Mondiale dell’Umanità a partire dal 2000, il cui valore universale è riconosciuto anche attraverso i criteri di integrità e autenticità.

All’interno di tale area imposta, ovviamente, anche il sedime dell’Anfiteatro Romano locale, oggetto della successiva analisi progettuale relativamente alla copertura. Nonostante quanto affermato dallo storico cittadino Scipione Maffei nel 1728, recenti studi paiono confermare che l’Arena non dispose mai di un velario come quello che funse da chiusura orizzontale del Colosseo romano. Dunque, le esigenze promotrici del bando sembrano sempre più convintamente da ricercarsi nel bisogno di conservazione dell’antico monumento dalle intemperie, a cui è direttamente collegata la piena fruibilità dello stesso per gli eventi cittadini.

Come detto, il tema della copertura a membrana era contemplata già al tempo degli antichi Romani. Il velarium (o velum), infatti, fu parte integrante del sistema tecnologico degli anfiteatri, circa le quali lo studio Schlaich Bergermann partner è rinomato per le soluzioni tecniche con modelli a membrana e tensostrutture, come, ad esempio, nei casi della Plaza de Toros de Zaragoza, il Palacio Vistalegre a Madrid, e poi a Nîmes.

1.15 - copertura arena di Nimes

copertura arena di Nimes

Proprio per quanto concerne l’Arena romana della città francese, nel 1987 gli architetti francesi Finn Geipel e Nicolas Michelin ricevettero l’incarico di progettarne la copertura removibile. In origine, la struttura arcaica si stimò essere in grado di accogliere circa 24.000 spettatori, coperta da una “velas”. Al fine di rispettare le pre-esistenze, si richiese un minimo impatto all’intervento, con operazioni di montaggio/smontaggio che richiedessero solo 3 settimane, complessivamente. L’arena possiede una forma ellittica, i cui assi misurano, rispettivamente, 101 e 132 m. Nel 1989, la soluzione adottata vide la realizzazione di un auditorium temporaneo con struttura pneumatica a membrana, ad ampia campata, in tessuto poliestere rivestito in PES/PVC.

Definito da 30 colonne in acciaio controventate ai 4 estremi della configurazione ad anello, queste sono alte 10 m e disposte sul perimetro della cavea, la quale presenta dimensioni di massimo ingombro, in pianta, pari a 57 e 88 m. Una trave scatolare raccorda superiormente i pilastri, con il compito di sorreggere l’area membranale di 5.000 m2 (il cui peso è di 1,3 kg/m2) e resistere alla compressione indotta. I collaboratori al calcolo strutturale furono Schlaich Bergermann Partner e il prof. Werner Sobek, successore di Frei Otto alla guida dell’Istituto per le Strutture Leggere presso l’Università di Stoccarda.

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Tale esperienza senza dubbio è stata utile alla formulazione della proposta italiana, in termini di know how maturato su tali particolari commesse. L’idea-progetto vincitrice, formulata dai tedeschi di von Gerkan, Marg and Partner (Prof. Volkwin Marg e Hubert Nienhoff con Martin Glass e Nikolai Reich) e dai già consulenti della soluzione in terra occitana, Schlaich Bergermann Partner (Knut Stockhusen e Knut Göppert con Daniel Gebreiter e Chih-Bin Tseng), espone una copertura retrattile che persegue la via dell’intervento minimo.

1.16 - fasi della membrana di copertura © sbp - gmp

© sbp – gmp

Questa prevede un anello separato dalla struttura esistente, a sostegno e rimessa della copertura mobile nonché agli impianti tecnologici utili alle attività sceniche. Tale membrana consente di coprire in modo flessibile, a seconda delle necessità, l’intera geometria ellittica dell’anfiteatro. Un sistema di cavi in acciaio, disposti a ventaglio, e una copertura a membrana retrattile proteggono l’Arena dalle intemperie. Nel caso in cui le condizioni meteo favorevoli non rendano necessaria la copertura, è possibile ritrarre la membrana e i cavi nell’anello perimetrale, occultandoli alla vista.

Il meccanismo di chiusura orizzontale prevede, in prima fase, l’uscita dei cavi in acciaio dall’interno dell’anello disponendosi progressivamente a ventaglio mentre, in seconda fase, la membrana viene estesa lungo i cavi a coprire l’intera superficie, mediante speciali pulegge. Queste vengono poi fissate in posizione finale con un meccanismo idraulico, collocato nell’area tecnica dell’anello. La membrana viene poi distesa su cavi radiali da speciali verricelli, mentre meccanismi idraulici mettono poi in tensione i carrelli delle pulegge, garantendone così la necessaria tensione.

1.17 - fasi della membrana di copertura - sezioni © sbp - gmp

sezioni © sbp – gmp

Stando a quanto riporta il team tedesco, tale meccanismo è del tutto inedito se pensato in questa configurazione, ma tuttavia si basa su esperienze e tecnologie già sperimentate con successo in diversi progetti tra i quali gli stadi di Francoforte, Varsavia e Bucarest.
Il progetto tecnico fonda la sua validità supportata da similari omologie con casi analoghi, ma a questo punto si aprono diversi interrogativi, tra cui la reale finalità culturale, in un contesto storico così delicato. Qualora l’idea sia quella di proporre un modello partecipativo alla memoria dei luoghi o edifici storici, viene da interrogarsi “se” e “come” i monumenti debbano adattarsi alla gestione di fenomeni di massa, la quale sembra stravolgere proprio ogni funzione ereditata dalla storia. Se venisse validata la lettura storica in cui l’Arena sembrerebbe nata, in origine, senza velario, tale operazione modificherebbe radicalmente la memoria del luogo, le cui ripercussioni potrebbero chiamare in causa una rivalutazione UNESCO dei criteri di elezione sopra citati. Vi sono limiti o profondità culturali eventualmente imponibili per assicurare persistenze alla memoria? Senza dubbio è, al momento, un esercizio di stile, in attesa del prosieguo fattivo dei lavori.

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