Progetto e processo non vanno confusi: intervista a Mauro Eugenio Giuliani | Ingegneri.info

Progetto e processo non vanno confusi: intervista a Mauro Eugenio Giuliani

Interoperabilità come essenza della disciplina, attenzione al contesto e alle nuove possibilità offerte dal digitale: parliamo con Mauro E. Giuliani, Partner di Redesco Progetti (REsearch + DESign + COnsulting)

Mauro Giuliani Redesco ritratto © Redesco Progetti
Mauro Giuliani Redesco ritratto © Redesco Progetti
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Intervistiamo l’ing. Mauro Eugenio Giuliani di Redesco Progetti, società milanese tra le eccellenze italiane nel campo dell’ingegneria. Nato nel 1965, ingegnere civile, è anche docente a contratto presso il Politecnico di Milano. Lo studio, di cui è Partner, vanta commesse in Spagna, Perù, Algeria e Cipro, oltre ovviamente al nostro Paese. Di recente, due sue opere strutturali, la Torre Hadid a Milano e la nuova sede BNL-Paribas a Roma, sono state oggetto di trattazione nel libro “Strutture complesse, libero pensiero” curato da Luca Molinari e Anja Visini, edito da Skira. Ecco un racconto professionale della sua persona, fatto di intensità, creatività, interoperabilità dei saperi tra architettura e ingegneria e passione nel lavoro.

Lei ha collaborato con architetti di fama internazionale, tra cui EMBT, Arata Isozaki, Zaha Hadid, Mario Botta, Kenzo Tange ecc., su commesse sia in Italia che all’estero. Negli ultimi 20 anni di professione, come ha visto mutare il processo progettuale e costruttivo e cosa l’ha colpita di più, in positivo e in negativo, anche rispetto all’operare con alcuni di questi maestri?
La mutazione del processo progettuale è, secondo me, soprattutto visibile nella parte relativa agli strumenti. Con gli strumenti di oggi, solitamente di tipo informatico, in primis c’è la possibilità di dominare la complessità della geometria in modo prima quasi impossibile e, a seguire, anche il fenomeno strutturale che sta dietro alla geometria, e così via fino alle verifiche, con una affidabilità un po’ decrescente. Nel processo, gli strumenti sono la parte che è mutata di più. Ad oggi, l’esempio migliore in questo campo, secondo me, è dato dallo studio Zaha Hadid Architects. Soprattutto chi si è organizzato in tal senso dà un’idea, spesso anche formale, ma comunque ancorata a letture del luogo o a scelte non banali di significato. Dall’idea iniziale, si arriva poi al controllo del progetto attraverso un utilizzo molto avanzato degli strumenti. Oggi, grazie all’informatica, si riesce a controllare il progetto non solo banalmente nella rappresentazione ma già dalla sua creazione, adoperando, per esempio, software parametrici, rappresentazioni grafiche tridimensionali, trattamento dei dati che da quest’ultime vengono creati ecc. Su questo anche noi, io come professionista e noi come Redesco, abbiamo lavorato molto. Siamo, nel nostro ‘piccolo’ italiano, abbastanza sulla punta dello stato dell’arte. E non parlo semplicemente di BIM, ma di tutta quell’altra dimensione che utilizza il numero come elemento generatore del progetto, una volta stabilita l’idea. Quello che invece non cambia, sia nel caso di architetti importanti sia in quelli che io stimo è che, comunque, il processo e il progetto non vadano confusi. Il progetto è un fatto umano, personale, che richiede profondità, cultura, visione; quello è un po’ come il talento: o uno ce l’ha o non ce l’ha! Poi viene il processo, e chi è stato bravo ha organizzato un processo tale da poter dare forma alle proprie idee. Ma, in questo momento storico, secondo me, ciò che manca sono le idee, non il processo. Oggi, ci sono gli strumenti per rendere realizzabili e controllabili anche idee molto ardite, ma il tema vero è che i grandi architetti hanno sempre, o quasi, delle buone idee e quello non è sostituibile.

Per approfondire, leggi anche l’e-book: Fabrizio Aimar, “I professionisti del BIM”

Torre Generali - CityLife - courtesy Redesco Progetti

Torre Generali – CityLife – courtesy Redesco Progetti

Lei afferma di aver iniziato la carriera professionale come progettista di viadotti e passerelle pedonali. Nel 2003 ha ricevuto la Menzione d’Onore della Medaglia d’Oro all’Architettura Italiana proprio per il progetto dei viadotti sulla SS125 orientale sarda. Qual è il suo approccio per trasferire la qualità progettuale da lei maturata in tali infrastrutture all’interno di commesse complesse nel campo civile?
Si, ho iniziato la mia carriera lavorando diversi anni in Spagna. Nei primi anni ’90, ero un giovane ingegnere presso lo studio MC2 di Julio Martínez Calzón, uno dei maestri dell’ingegneria dei ponti, in particolare di quelli compositi. Lì, ho cominciato a fare quello che si fa negli studi, ossia verifiche, modellazione e piccole parti di progettazione su grandi opere e grandi ponti. Rientrato in Italia, ho cercato di continuare su questa strada e tutt’ora sto facendo ponti, ma non nel nostro Paese purtroppo. In Italia non ne abbiamo fatti tantissimi, erano quasi esclusivamente concorsi vinti. In questo momento abbiamo diversi ponti importanti, anche in costruzione, in Algeria. Quindi, diciamo che quella è stata una formazione da progettista, siccome il ponte è una infrastruttura ma anche un’opera altamente simbolica. Infatti, quando si studia questo tipo di opere, ci si confronta con il progetto il quale possiede anche una forte carica ideale, per cui si vanno a vedere anche i grandi maestri del passato e quali sono le tendenze. Lasciamo stare tutto il formalismo di questi grandi del panorama attuale alla ricerca del ponte ‘strano’ a tutti gli effetti, a tutti i costi. Quello non è interessante. L’aspetto formale di un ponte è legato strettamente alla funzionalità, e ciò è molto importante poiché aiuta a ragionare sul fatto che, ad una forma strutturale, ne corrisponde una architettonica e viceversa. Questa è dettata dalla lettura del contesto e, quasi sempre, anche dai vincoli dello stesso, poiché un ponte, superata una certa dimensione, ha un tema fondamentale che è poi lo stesso che si trova nei grandi edifici, cioè il processo costruttivo. Non è tanto importante solo come sarà l’opera finita, ma è altrettanto importante come ci si arriva a questa. Per esempio, quando è stato inventato il ponte strallato, qualcuno ha pensato a come costruire dei ponti a sbalzo senza mai dover fare una centina sotto, diversamente da un arco che, invece, ha un altro tipo di processo costruttivo e così via. Quindi, questa formazione ti dà la sensibilità di capire come l’approccio al progetto debba essere integrale, olistico. Ci sono delle condizioni del sito che, per un ingegnere, sono date dalla lettura di tanti aspetti, quali la forma dell’ostacolo da superare (che sia un fiume, un’infrastruttura o una valle), le condizioni geologiche, di accessibilità, il segno che si vuol lasciare nel paesaggio, l’economia: tutto questo diventa un progetto. L’esempio sardo è calzante, perché è un’infrastruttura che lascia un segno in un paesaggio incontaminato, molto bello, del Sud della Sardegna. Il progetto originale, sul quale noi abbiamo fatto la nostra variante, erano banalissime travi prefabbricate con campate di 20 m e pulvini mostruosi. Lì, l’idea fu di dare una soluzione che fosse la più economica possibile, all’interno di una riflessione profonda sulla capacità di progettazione e produzione di una carpenteria metallica sofisticata all’interno di un paesaggio molto bello. Quindi, un gesto di semplicità, ma molto intenso come sforzo intellettuale. E da lì, se vogliamo trasferirlo al tema dei progetti complessi nel campo civile (ma io dico di ingegneria e servizi di architettura), l’ingegnere si porta dietro l’indipendenza di pensiero. Si riesce così ad affiancare all’architetto con uno spirito da progettista e non, semplicemente, da fornitore di servizi. Non ci accontentiamo di dire: ‘vabbè, in qualche modo lo facciamo stare in piedi!’, ma abbiamo la presunzione di avvicinarci al progetto e di dire: ‘cosa vuole dire questo progetto? Qual è il suo significato profondo? Parliamone e ti dò il mio contributo, come strutturista, per far sì che, senza tradire la tua architettura, questo edificio si avvicini il più possibile ad un funzionamento ottimale, portando anche un valore.’ Un valore non deve essere necessariamente visibile, perché non sto asserendo di edifici nei quali la struttura debba parlare di sé. L’edificio narra di sé anche senza che la struttura si veda, ma, internamente, può avere un’ingegneria in grado di aggiunge valore in coerenza con i significati profondi del progetto. Lo slogan che noi usiamo sempre è: ‘Il tema non è capire come funziona un edificio, ma è convincere l’architetto di come questi dovrebbe funzionare.’

HQ BNL Paribas - courtesy Redesco Progetti

HQ BNL Paribas – courtesy Redesco Progetti

Nel libro “Strutture complesse, libero pensiero”, edito recentemente da Skira, lei analizza in dettaglio 2 opere complesse, la Torre Hadid presso l’area CityLife a Milano e la nuova sede BNL-Paribas di Roma. Un grattacielo e un edificio che lei, in passato, ha curiosamente definito “un grattacielo orizzontale di 250 m”. Dove e quando nasce la sua passione per questa tipologia di edifici?
Come dicevo prima, essa nasce da una fase della professione, di ingegneria ‘pura’ come responsabilità totale del progetto: quella dei ponti. Poi, il percorso professionale mi ha portato a lavorare con l’architettura, la quale, per sua stessa natura, si declina in vari livelli di ambizione. Questa può essere nella scala, cioè nelle dimensioni, così come nella complessità, o in tutte e due le cose insieme. Evidentemente, andare verso il più alto, il più grande, il più lungo, il più complesso, è un’aspirazione. Per cui, se si parla di passione, questa viene dal fatto che, facendo questo mestiere ed essendo stato portato dalla professione a lavorare sempre più accanto agli architetti, ho cercato di seguire il più possibile progetti ambiziosi in quanto rappresentano un passo sempre successivo rispetto al proprio sapere, al proprio fare. In particolare, gli edifici alti. Nel 2007, partecipammo in modo esterno, ma comunque coinvolto, nei progetti dei grattacieli a Madrid progettati da MC2 (Torre Espacio e Torre Sacyr – oggi Torre PwC, n.d.r.), e proprio in quegli anni, nel 2008, cominciammo a lavorare su un progetto costruttivo, che poi si trasformò in una quasi totale riprogettazione, del comparto di Varesini a Milano. Nel 2009, vincemmo la prima offerta per CityLife per Torre Hadid, proprio perché avevamo già un bagaglio di esperienze abbastanza unico in Italia. Prima ancora, facemmo il progetto dell’ultima Torre del Fiera District di Bologna di Kenzo Tange, l’ultimo di quegli edifici concepiti negli anni ’80 e poi da noi progettato nei primi anni 2000. Siccome il tema degli edifici alti è appassionante, evidentemente abbiamo cercato di impegnarci molto sia su Varesini che sull’inizio del progetto di CityLife, il quale ci ha poi portati ad acquisire anche il lavoro successivo di Torre Libeskind. Quindi, è una storia che viene un po’, naturalmente, come estensione di una professione che si cerca di far crescere, ma, dall’altra, da un interesse personale verso questo tipo di edifici.

Per approfondire, leggi anche l’articolo: Torre Hadid di citylife a Milano i segreti del momento torcente

Sempre in merito alle 2 opere poc’anzi citate, ci può raccontare brevemente le sfide più stimolanti dal punto di vista strutturale da lei risolte nell’espletare tali commesse? Penso, ad esempio, alla condizione imposta dal movimento dinamico rotatorio della rastremata Torre Hadid, o alla propagazione delle vibrazioni prodotte dal transito dei treni in prossimità della sede BNL-Paribas…
Dunque, in relazione alla prima, il tema fondamentale della Torre Hadid è stata la scelta, ingegneristica ma condivisa anche con l’architetto (Zaha Hadid Architects, in particolare l’arch. Paolo Zilli che ha seguito direttamente il progetto), quest’ultimo molto sensibile al tema strutturale, di fare una struttura in calcestruzzo nonostante la sua forma. Questa scelta fu legata a due punti importanti: il primo, fu il costo. Nel momento in cui progettammo quella torre, ma credo ancora adesso, una soluzione in calcestruzzo per edifici di quell’altezza (poco meno di 200 m) risultava la più economica. Il secondo, per una questione di coerenza con il progetto architettonico e di funzionalità. Intendo dire che risolvere la struttura con solette piene, in spessore e senza travi ribassate, permette poi una massima efficienza dell’interpiano, il quale infatti, viene mantenuto abbastanza ridotto in quanto è, semplicemente, di 3,84 m. Quindi molto piccolo, in grado di permettere la disposizione di tutti gli impianti a soffitto senza alcuna interferenza. Dunque, una scelta sicuramente a favore del committente e del valore dell’opera. Per converso, si siamo portati a casa tutto il tema del comportamento non lineare del calcestruzzo. Questi infatti, nel tempo, presenta deformazioni viscose non direttamente legate ad un comportamento elastico lineare, cioè ad una deformazione proporzionale al carico, ma che invece continuano nel tempo dato uno stato di carico. Quindi, tutti gli edifici in altezza hanno un tema da risolvere, ossia l’accorciamento differenziale tra i pilastri e il nucleo. Tendenzialmente, i pilastri si accorciano più del nucleo, e i solai, sia durante la costruzione che nella loro vita, tendono a perdere orizzontalità; c’è un trasferimento di azioni interne, e perciò bisogna prevedere degli artifici per controllare questo fenomeno. Ma questa Torre, in più, visto che i pilastri sono inclinati e girano tutti nello stesso verso, si deforma anche ruotando su sè stessa mentre si costruisce, così come poi nella sua vita.

Dunque, il tema vero, fondamentale, di questo edificio, è stato simulare, e controllare correttamente, il comportamento evolutivo di questa struttura. Avendo una forma così particolare, essa amplifica tutti quei fenomeni deformativi, sia durante la costruzione sia nel tempo, che tutti gli edifici di grandi dimensioni hanno. Nel presente caso, tutti questi fenomeni sono estremizzati. Da un lato, c’è la caratteristica strutturale per capire come, entro questa dinamica, gli sforzi e le azioni interne si organizzino nel tempo e durante la costruzione, mentre dall’altro, dare ai fornitori delle finiture, in particolare la facciata, i parametri giusti di deformazione e di movimento. Ciò sarà utile poiché tutti i giunti, e gli elementi ancillari della struttura, possano accettare tale adattamento della forma nel tempo. Per quanto riguarda Roma, invece, il tema è un po’ diverso. L’edificio è in acciaio per tutta la parte fuori terra, mentre quella inferiore di 3 piani, compresi gli interrati, in calcestruzzo. Dunque, una struttura composita. Qui, il tema era di fare una struttura la più leggera possibile, in quanto siamo in una zona a sismicità abbastanza alta, e la forma dell’edificio era tale da obbligare a disporre tutti i nuclei, che sono gli elementi contenenti le scale e gli ascensori ma anche quelli controvento, su di un lato. Questo genera una disposizione piuttosto sfavorevole, dal punto di vista del comportamento dinamico, dell’edificio in caso di sisma. Alla necessità di fare una struttura leggera, dunque in acciaio, si affiancava quella, allo stesso tempo, di una maglia interna molto spinta, richiesta dallo space planning, pari a 9×12 m. Ciò l’abbiamo risolto con un solaio innovativo, che copre 9 m impiegando una lamiera particolare: normalmente utilizzata per i pannelli dei tetti, noi l’abbiamo usata, invece, come lamiera collaborante per un solaio gettato su travi forate. Di queste ultime, le principali hanno forature per far passare gli impianti. Sostanzialmente, abbiamo un solaio su 9 m senza travi secondarie e solo travi primarie ogni 12 metri. Il tutto è messo a sistema in un edificio lungo 250 m, diviso in 2 blocchi da un giunto attrezzato da accoppiatori visco-elastici in modo che, in caso di sisma, tutto l’edificio si comporti come un elemento monolitico. Così facendo, tutti i nuclei di controvento possono collaborare, mentre in condizioni normali le dilatazioni termiche, da ritiro e i normali movimenti dell’edificio, sono ricondotti a dimensioni più gestibili per via del giunto. In sostanza, i temi veri di Roma sono la dimensione orizzontale e l’altezza, perché comunque è un edificio alto 60 m, i quali, uniti alla leggerezza, hanno un comportamento sismico fortemente asimmetrico. Ciò ha richiesto un’analisi abbastanza spinta e soluzioni speciali per riuscire a gestire tutto questo insieme. In più, sulla parte terminale, l’edificio presenta uno sbalzo di diversi piani in altezza, per una lunghezza di 35 m. Questa parte è gestita come un’enorme mensola, organizzata con strutture reticolari in facciata e nei piani di solaio, col fine di tenerla a sbalzo rispetto al resto dell’edificio.

Per approfondire, leggi anche l’e-book: Fabrizio Aimar, Edifici Alti e Grattacieli – Aspetti strutturali

Torre Generali - CityLife - courtesy Redesco Progetti

Torre Generali – CityLife – courtesy Redesco Progetti

La terza e ultima torre dell’area CityLife sarà la Libeskind Tower, 30 piani e 175,5 m di altezza. Data la sua forma concava, in una recente intervista lei affermava che essa tende ad inflettersi verso la parte anteriore, per il cui motivo il core in cls è stato post-teso. Ci può raccontare di più in merito e di come, ad esempio, avete affrontato il carico sismico?
Questo edificio, come è noto, ha una forma concava, per cui vi sono due temi importanti qui. Bisogna tener conto che tutta l’organizzazione dell’edificio, e della relativa piastra di fondazione, è fatta in modo che il baricentro della torre e quello dei carichi siano centrati rispetto al baricentro della fondazione. Quindi, al piede, c’è un sistema fondante abbastanza complesso, basato similmente alla Torre Hadid: una piastra di 2,5 m di spessore in calcestruzzo su pali. Il tutto è organizzato in modo tale che vi sia una discesa di carico strettamente centrata e non un lato della fondazione più carico di un altro. Questo è voluto al fine di evitare che se, nel tempo, il terreno reagisse in modo non perfettamente regolare vi fosse una rotazione della fondazione. La torre, perciò, è centrata rispetto al piede, anche se, in realtà, il corpo al di sopra della base è comunque incurvato. Questo fa sì che, da una certa altezza in su, la parte in cui la concavità si sporge in avanti generi una flessione molto importante nel nucleo. Quest’ultimo è stretto, perché deve inserirsi nella pianta rettangolare dell’edificio, molto allungata, in cui la profondità in senso trasversale del nucleo non è sufficiente ad evitare che questo entri in trazione qualora non si intervenisse con qualche artificio. Nel nostro caso, l’artificio è stato quello di inserire della precompressione, o meglio della post-tensione in quanto sono barre tesate successivamente, su tutta la parte centrale del nucleo, in altezza e sulla faccia posteriore. Questa è una soluzione abbastanza inusuale; normalmente, la forma della torre è tale per cui vi sia sempre una compressione del calcestruzzo, in quanto il carico dei solai, da solo, è sufficiente a mantenerlo in compressione. Il motivo per cui non si vuole che vada in trazione, in condizioni di esercizio, è che la trazione del cls significa fessurazione, la fessurazione significa perdita di rigidezza e, di conseguenza, perdita del controllo dell’aspetto deformativo dell’edificio. Per quanto riguarda il carico sismico, invece, il tema non è così spinto. A Milano, per tali edifici abbiamo visto che la condizione sismica è, sostanzialmente, equivalente a quella da vento, ove il carico da vento è stato ovviamente determinato con prove in galleria. Tuttavia, sono 2 condizioni di carico abbastanza simili. Per cui, il sisma a Milano non è dominante, ma è chiaro che, con un edificio condizionato da questa forte flessione da un lato, quando il verso del sisma sia concorde con quello della flessione dovuta alla forma delle torri, le sollecitazioni interne sono molto alte. In ogni caso, il problema è stato risolto con metodi tutto sommato tradizionali: è stata condotta un’analisi dinamica di risposta modale, come si fa in questi casi, e non vi è nessun altro accorgimento particolare al di là della normale logica della gerarchia delle resistenze e della buona ingegneria del cemento armato. Non vi sono particolari dispositivi, isolatori o altri elementi particolarmente spinti.

Per approfondire leggi anche l’articolo: Torre Isozaki di citylife a Milano tutto sulle strutture

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