Stabilimento Italcementi a Rezzato: come nasce il progetto del sito | Ingegneri.info

Stabilimento Italcementi a Rezzato: come nasce il progetto del sito

Conversazione con Pietro Balbis, responsabile architettura e ambiente di Italcementi Group, che ci parla dell'intervento sull'impianto Italcementi di Rezzato (Brescia)

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Tra Rezzato e Mazzano, alle soglie di Brescia, sorge una delle più grandi cementerie del gruppo Italcementi. Una struttura imponente, in attività dal 1964, dove sono stati prodotti per decenni cemento bianco e grigio nell’ordine di centinaia di migliaia di tonnellate all’anno e che, come spesso accade per la grande industria, ha stabilito un rapporto complesso con il territorio circostante.

Da una parte la produzione, il lavoro e il pane, dall’altra le esigenze di tutela della salute, l’impatto della cava e dello stabilimento sul paesaggio, le emissioni nell’ambiente. Contraddizioni apparentemente insanabili.

Recentemente l’impianto è stato oggetto di un’importante operazione di revamping mirato a integrare il progetto originale con soluzioni tecnologiche all’avanguardia. Un ammodernamento indispensabile per rispondere alle necessità produttive e alle istanze del territorio.

Analizzare da un punto di vista architettonico, ambientale e territoriale le vicende dell’impianto di Rezzato, con uno sguardo a prima vista meno pertinente di quello tecnico-ingegneristico, consente di impostare una riflessione sul potenziale delle nuove tecnologie in termini di ripercussioni sull’ambiente e di implicazioni spaziali. L’evoluzione dei processi produttivi ha reso infatti compatibili destinazioni d’uso prima inconciliabili, restituendo opportunità ai territori che hanno scelto di non abdicare alla propria vocazione industriale. Ciò permette di ripensare, riutilizzare e riconvertire i vecchi siti industriali attraverso attività potenzialmente in grado di valorizzare e non negare le caratteristiche ambientali dei contesti in cui sono localizzati. Per ritornare a immaginare queste aree come luoghi, prima ancora che industriali, appartenenti e connessi a sistemi ambientali più vasti.

Questa sembra essere la strada che ha intrapreso Italcementi nell’affrontare le varie e complesse questioni legate al rapporto tra territori e siti produttivi insediati. E delle quali le vicende di Rezzato rappresentano una significativa sintesi.


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L’operazione di Rezzato non è un’operazione di facciata. Nasce dalla consapevolezza che si tratta di scelte essenziali se si vuole continuare a lavorare in questo settore anche nei prossimi decenni. Oggi su questi temi c’è una sensibilità da parte delle comunità locali talmente viva e consapevole che diventa difficile ipotizzare di realizzare un nuovo impianto o ristrutturarne uno esistente, se prima non ci si è guadagnati “sul campo” una solida credibilità.

Rispetto al contesto immediato della cementeria, gli elementi maggiormente impattanti sono l’architettura dello stabilimento e la presenza della cava, questioni affrontate in modo integrato migliorando l’impatto visivo dello stabilimento e recuperando da un punto di vista ambientale le cave.

Visto che ormai le procedure di quasi tutti i paesi prevedono una verifica del consenso a livello istituzionale, si tratta in entrambi i casi di opere che vanno “dimostrate” prima che il progetto entri nella fase esecutiva, per far capire quale sarà il loro impatto. A questo proposito dobbiamo sfatare alcuni luoghi comuni.

Il primo: “la naturalità è un valore assoluto e andare a incidere su di essa significa a priori rovinare l’ambiente”. Certamente la natura è un valore in sé, però, nella mia visione, l’uomo è un “giardiniere” che, se opera bene, può migliorare gli habitat naturali.

Il secondo: “una fabbrica è necessariamente brutta, i luoghi del lavoro sono per forza brutti”. Ci sono importanti esempi che smentiscono questo pregiudizio. A tale proposito mi piace ricordare la figura di Adriano Olivetti, uno dei primi a credere nella possibilità di un’architettura industriale di qualità e a realizzare strutture di grande valore estetico e ancora attuali.

Il terzo: “ciò che è molto grosso o molto alto è brutto”. In realtà il mondo è pieno di realizzazioni che contraddicono quest’ultima affermazione. Si possono realizzare opere in grado di valorizzare l’ambiente senza per forza doverne limitare le dimensioni, come ad esempio ha fatto Norman Foster in una grande infrastruttura, il Viaduc de Millau (Francia).

La strategia di progetto

Con tutta la modestia del caso anche noi abbiamo cercato di realizzare un percorso ispirato a questi criteri. Un percorso che – a partire dal rinnovamento dell’impianto di Calusco d’Adda (BG) nel 2004, frutto di una collaborazione con Jorrit Tornquist, artista esperto di percezione visiva e colore, e passando per le esperienze di Matera (2011), dell’i.lab, il centro ricerca e innovazione di Italcementi (2012), e dalla collaborazione con importanti architetti come Richard Meier – si avvicinasse sempre di più all’obiettivo di costruire luoghi di lavoro di qualità e impianti industriali rispettosi del paesaggio nonostante le notevoli dimensioni. E che si è tradotto in operazioni nelle quali abbiamo trattato alcuni degli elementi più critici interpretandoli per quello che sono: manufatti di architettura industriale né da mascherare, né da camuffare.

Per la valutazione dell’impatto visivo di Rezzato abbiamo utilizzato simulazioni tridimensionali, con verifiche fatte da tutti i punti sensibili. Sono stati eliminati alcuni volumi verticali e alcune vecchie ciminiere, scegliendo di raggruppare in maniera più convincente molte delle volumetrie che la tecnologia di processo tenderebbe a disperdere. Sono stati accorpati in volumi unici e definiti filtri, impianti di abbattimento (NOx), sili di omogeneizzazione e soprattutto le componenti della torre di preriscaldo, grande corpo verticale al centro del complesso che, per esigenze principalmente estetiche, abbiamo concepito come elemento gerarchico principale (una sorta di landmark del sito produttivo) leggibile dall’esterno.

Nell’operazione progettuale il colore ha avuto un ruolo importante. Tutti i vecchi volumi visibili dall’esterno sono stati (e sono, visto che i lavori sono attualmente in corso) oggetto di un recupero architettonico basato sulla riqualificazione cromatica, realizzata con rasanti fotocatalitici che mantengono inalterate le tinte nel tempo e riducono in modo importante gli inquinanti presenti in atmosfera. Una scelta a valenza ambientale oltre che estetica.

Il recupero dei siti estrattivi

Accanto alla progettazione degli impianti e alla mitigazione dei loro impatti, curiamo con attenzione anche il recupero ambientale dei siti estrattivi. A fronte della disomogeneità normativa rispetto ai criteri di gestione, abbiamo scelto di estendere a tutti paesi in cui operiamo i parametri di tutela ambientale più elevati, anche laddove le leggi locali non ci obbligano a farlo. Un approccio che prevede l’avvio delle attività di recupero (ricostituzione del patrimonio vegetazionale) ben prima che la cava giunga al suo naturale esaurimento. Si tratta di un’attività che include anche la tutela della biodiversità. Operare in tal senso ha dato risultati positivi, confermati anche da studi scientifici: se gestiamo correttamente il processo di rinaturalizzazione, nel giro di pochi anni possiamo restituire al territorio un contenitore con livelli di biodiversità almeno pari a quelli rilevati nel suo intorno. Un modus operandi che, se esteso alla miriade di cave presenti nelle nostre regioni, innescherebbe sul territorio dinamiche virtuose, trasformando questi luoghi in zone tampone a difesa delle aree protette o in corridoi ecologici tra siti di interesse naturalistico.

Le simulazioni che realizziamo per valutare l’impatto a scala territoriale dei nostri impianti vengono utilizzate anche per gli interventi minerari: al recupero ambientale delle cave dismesse si affianca la progettazione di quelle nuove. Anche in questo caso la cura della sostenibilità non può prescindere da considerazioni estetiche e paesaggistiche.

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L’autore


Paolo Vitali

Nato nel 1971, dopo alcune esperienze all’estero si laurea in architettura al Politecnico di Milano, dove consegue successivamente il dottorato di ricerca in Progettazione architettonica e urbana. All’attività di ricerca sulle forme dello spazio della città contemporanea e all’attività didattica (dal 2012 è professore a contratto presso la Scuola di Architettura e Società del Politecnico di Milano) affianca il lavoro di progettista freelance e pubblicista, con interessi che spaziano dalla progettazione alla grafica, dalla ricerca storica sul “secondo modernismo” (anni cinquanta/settanta) all’architettura industriale. Dal 2010 al 2012 ha diretto la rivista ARK, supplemento trimestrale di architettura dell’Eco di Bergamo, coniugando contenuti riferiti alla realtà locale e attenzione al territorio con riflessioni critiche sui temi del dibattito disciplinare contemporaneo. Ricerca che dal 2013 prosegue sulla pagina culturale del Corriere della Sera (edizione Bergamo). Dal 2014 collabora con il Giornale dell’Architettura.

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