Che rapporto c'è tra consumo di suolo e insediamenti urbani? | Ingegneri.info

Che rapporto c’è tra consumo di suolo e insediamenti urbani?

A pochi giorni dall'ok al ddl sul consumo di suolo, una panoramica su come gli insediamenti urbani intervengono sulla fragilità del territorio italiano

insediamenti_urbani
image_pdf

Lo scorso 12 maggio 2016 è stato approvato il disegno di legge sul contenimento del consumo del suolo e riuso del suolo edificato. L’approvazione di questo testo, atteso da molti anni, ha riportato l’attenzione su una tematica in cui l’Italia è sempre stata deficitaria, sulla scorta di una non-pianificazione urbana fatta in modo selvaggio e di problemi di fragilità ambientale del territorio sempre più cogenti. Partendo dai rapporti dell’Ispra, i più analitici rispetto ai temi del consumo del suolo in Italia, abbiamo provato a tracciare una panoramica della situazione sul territorio nazionale, tra consumo di suolo e insediamenti urbanistici.

Leggi anche: Come si misura il consumo di suolo?

Il consumo di suolo in Italia
Secondo il Rapporto Ispra 2015, il consumo di suolo in Italia, pur rallentato negli ultimi anni, continua a crescere in modo significativo: tra il 2008 e il 2013 sono stati persi mediamente 55 ettari al giorno. A livello nazionale il suolo consumato è passato dal 2,7% degli anni ’50 al 7,0% stimato per il 2014, con un incremento di 4,3 punti percentuali. In termini assoluti, il consumo di suolo ha intaccato circa 21.000 chilometri quadrati del nostro territorio.

Cartina geografica

Al primo posto la provincia di Monza e Brianza con quasi il 35% di suolo consumato rispetto al territorio amministrato; seguono Napoli e Milano, con percentuali comprese tra il 25 e il 30%, quindi Varese e Trieste, che sfiorano il 20%.

Il processo di impermeabilizzazione insiste principalmente sulle zone pianeggianti e di bassa collina. Le aree naturali e semi-naturali minacciate sono quasi totalmente situate nelle zone costiere, nelle pianure e nei fondovalle montani.

Quasi il 60% del consumo di suolo tra il 2008 e il 2013 è avvenuto a discapito di aree coltivate (in gran parte seminativi). Il 22% ha riguardato aree aperte urbane e il 19% ha distrutto per sempre aree naturali, vegetate o non.

Le tipologie di consumo
Le tipologie di copertura artificiale in cui si concentra la gran parte della superficie persa in Italia riguardano:
infrastrutture di trasporto: circa il 41% del totale del suolo consumato. Di queste, il contributo più significativo viene dalle strade asfaltate (10% in ambito urbano, 11,6% in ambito rurale e 2,9% in ambito naturale) e dalle strade sterrate (15,5%, prevalentemente in aree agricole);
edifici: il 30% del totale del suolo consumato. Si collocano prevalentemente in aree urbane a bassa densità (11,5%) e in ambito rurale (11,1%). Gli edifici in zone residenziali compatte rappresentano solo il 2,5% del totale del suolo consumato.
altre superfici asfaltate, impermeabilizzate o fortemente compattate o scavate, come parcheggi, piazzali, cantieri, discariche, aree estrattive e serre permanenti: il 28,7% del suolo consumato. Tra queste è significativa la crescita, tra il 2008 e il 2013, delle superfici destinate all’installazione di pannelli fotovoltaici a terra.

Il consumo di suolo e l’urbanizzazione
Nel periodo 2008-2013, l’espansione delle superfici urbanizzate in Italia è cresciuta al tasso di incremento annuo dello 0,06%, corrispondenti a circa 19.400 ettari. Le aree urbanizzate sono molto estese nel Nord-ovest (9,5% della superficie territoriale); seguono il Nord-est con l’8,5%, e il Centro con il 7,6%; sotto la media sono il Sud con 6,1% e le Isole con il 5%. In rapporto alla superficie territoriale, le regioni con il più alto incremento di aree urbane risultano il Veneto, il Lazio e la Lombardia.

L’espansione delle superfici impermeabilizzate si manifesta nella frangia urbana e peri-urbana di molte importanti città come una commistione di tipologie di uso del suolo diversificate, che costituiscono il cd margine urbano, determinato dalle dinamiche di insediamento; esso può essere costituito da nuovi quartieri o aree residenziali o da un insediamento diffuso a bassa densità dal centro urbano verso l’esterno, conosciuto come urban sprawl, che annulla, di fatto, la distinzione fra città e campagna e rappresenta, ormai, un elemento caratteristico del paesaggio di pianure, fondovalle, zone peri-urbane e fasce costiere. A insediamenti compatti sono associati alti valori di coperture artificiali ed impermeabilizzate e valori relativamente bassi di urbanizzato; a insediamenti diffusi e frammentati corrispondono bassi valori di copertura artificiale rispetto all’uso del suolo urbanizzato.

L’impermeabilizzazione del suolo
L’impermeabilizzazione è la principale causa di degrado del suolo in Europa e comporta un rischio accresciuto di inondazioni, contribuisce al riscaldamento globale, minaccia la biodiversità, suscita particolare preoccupazione allorché vengono ad essere ricoperti terreni agricoli fertili e aree naturali e semi-naturali, contribuisce insieme alla diffusione urbana alla progressiva e sistematica distruzione del paesaggio.

Nelle aree urbane, la perdita di copertura vegetale e la diminuzione dell’evapotraspirazione, in sinergia con il calore prodotto dal condizionamento dell’aria e dal traffico e con l’assorbimento di energia solare da parte di superfici scure in asfalto o calcestruzzo, contribuiscono ai cambiamenti climatici locali, causando l’effetto “isola di calore”.

La rimozione, per la costruzione di edifici o infrastrutture, di suoli agricoli ci priva ancora di più del potenziale del comparto suolo-vegetazione per la fissazione naturale di carbonio (circa il 20% delle emissioni annuali di anidride carbonica prodotte dall’uomo sono assorbite dal suolo). Nel corso di attività edilizie, rimuovendo lo strato superficiale del terreno, dove è concentrata la maggior parte della sostanza organica, parte dello stock di carbonio organico viene rilasciata come gas serra a causa della mineralizzazione, vanificando l’azione millenaria dei processi naturali, responsabili della formazione del suolo.

La densità degli insediamenti
La stima delle densità degli insediamenti riveste un ruolo chiave per la pianificazione urbana, in particolare nel contesto dell’urban shrinkage, il progressivo abbandono, spopolamento e disuso dei centri cittadini in favore di nuovo consumo di suolo nelle zone periferiche e periurbane.

Ripartizione del territorio

Classi di densità delle aree urbanizzate:

1 aree prevalentemente naturali, non costruite o costruite a bassissima densità di edificazione (ad esempio singoli manufatti o piccole infrastrutture), ovvero tutte le zone dove il valore medio di artificializzazione in un’area circostante di raggio pari a 600 metri è compreso nell’intervallo 0-8% della superficie complessiva;
2 aree urbanizzate a bassa densità, dove il valore è compreso nell’intervallo 8-35%;
3 aree prevalentemente artificiali e costruite ad alta densità di urbanizzazione, dove il valore è compreso nell’intervallo 35-100%.

L’artificializzazione del territorio si concentra nella fascia compresa tra i 5 e i 10 chilometri di distanza dai centri urbani maggiori. L’urbanizzazione a bassa densità è caratterizzata dalla copresenza di costruzioni e di aree verdi, che garantiscono una parziale persistenza delle caratteristiche naturali dei suoli interessati ma non sono sufficienti a evitare la compromissione delle aree di frangia periurbana. Mentre gli impatti su queste aree dovuti agli ampliamenti urbani “compatti” sono relativamente contenuti, nel caso dello sprawl una parte consistente delle superfici del margine urbano viene sottratta di fatto all’originaria destinazione d’uso, a causa della frammentazione e trasformazione degli spazi.

Aree urbane compatte e aree urbane frammentate
Indicatori di diffusione e del paesaggio urbano a livello comunale e provinciale

Indicatore Descrizione e significato
LCPI
Largest Class Patch Index
Ampiezza percentuale del poligono di area costruita di dimensioni maggiori. È un indicatore di compattezza.
RMPS
Residual Mean Patch Size
Ampiezza media dei poligoni residui, escluso quello maggiore. Fornisce la dimensione della diffusione delle città attorno al nucleo centrale.
ED
Edge Density
Rapporto tra la somma totale dei perimetri dei poligoni delle aree costruite e la loro superficie. Descrive la frammentazione del paesaggio in termini di densità dei margini del costruito.
IDU
Indice Di Dispersione Urbana
Rapporto tra aree ad alta densità e aree ad alta e bassa densità. Descrive la dispersione attraverso la variazione di densità di urbanizzazione.

La maggior parte dei comuni italiani di grandi dimensioni (sopra i 100.000 abitanti) è caratterizzata da aree urbanizzate piuttosto compatte (LCPI intorno all’80%); il picco massimo di compattezza si riscontra nella provincia di Napoli; alti valori a Milano e Trieste. Al contrario, risultano più frammentate le urbanizzazioni in aree collinari, medie e soprattutto costiere, e i comuni di livello intermedio, prevalentemente nelle zone centrali della penisola.

L’ampiezza media dei poligoni residui (RMPS) è valutata in ettari e fornisce la dimensione della diffusione delle città italiane attorno al nucleo centrale. Valori elevati di RMPS possono corrispondere a condizioni di urbanizzazione caratterizzate da policentricità o comunque alla presenza di aree di urbanizzazione meno frammentata anche non connessi al centro principale. E’ il caso di comuni come Bari, Catanzaro, L’Aquila, Perugia e Venezia, con oltre i 12 ettari. A livello provinciale, Milano risulta avere il maggiore valore di RMPS (circa 30 ettari), a fronte di un valore del solo comune sotto i 6 ettari.

Per misurare la dispersione del territorio si ricorre all’utilizzo di un terzo indicatore, l’ED, strettamente legato alle caratteristiche morfologiche dei confini urbani, che misura la frammentarietà dei margini urbani, con valori crescenti passando da aree urbane con forma compatta o con confini regolari ad altre con confini più frastagliati. Le aree disperse e frammentate sono maggiormente frequenti nel centro e nel sud del Paese, prevalentemente in aree urbane intermedie, periferiche e ultra-periferiche. Le principali aree urbane tendono, al contrario, ad avere margini più compatti, con l’eccezione di Catanzaro. I valori minori si presentano per le province di Milano e Napoli, caratterizzate da centri urbani compatti all’interno del limite comunale, mentre valori più alti si presentano per L’Aquila, Campobasso, Potenza, Catanzaro e Perugia.

La classificazione delle forme insediative
In base alle caratteristiche del paesaggio descritte dagli indicatori citati, è stato sviluppato un approccio di analisi per poter definire un quadro d’insieme dei diversi processi di urbanizzazione e affrontare il problema del consumo di suolo nei diversi ambiti territoriali. A tal fine, le aree urbane sono state classificate in cinque classi:
1. comuni con un tessuto urbano prevalentemente monocentrico compatto con due sottoclassi:
a. aree urbane compatte che coprono o superano i confini dell’intera superficie comunale (monocentrica satura),
b. aree urbane compatte che occupano solo una porzione della superficie e sono interamente o prevalentemente incluse nel confine comunale (monocentrica);
2. comuni con un tessuto urbano prevalentemente monocentrico con tendenza alla dispersione nei margini urbani (monocentrica dispersa);
3. comuni con un tessuto urbano di tipo diffuso (diffusa);
4. comuni con un tessuto urbano di tipo policentrico (policentrica).

Monocentrica

I comuni a struttura urbana monocentrica con significativa dispersione delle aree edificate all’esterno del nucleo urbano principale (Monocentriche disperse) e i comuni caratterizzati da un tessuto urbano di tipo diffuso (Diffuse), rappresentano le situazioni a maggiore rischio per gli effetti negativi della frammentazione. La maggior parte dei comuni sia del Nord che del Centro Sud si classifica tra le città monocentriche disperse, come Campobasso, Reggio nell’Emilia, Udine.

Una elevata criticità è rappresentata anche dalle aree urbane che superano il confine comunale, classificate come monocentriche sature: Milano, Torino, Napoli, Padova e Monza.

Numerose anche le città monocentriche compatte, rappresentate da importanti centri urbani quali Catania, Cagliari, Firenze, Genova, Pescara, Bologna.

Le città policentriche sono solo una ventina di capoluoghi di provincia, tra cui Venezia, Bari, Taranto, Pordenone, Perugia, Catanzaro.

Infine, i comuni caratterizzati da una urbanizzazione decisamente diffusa sono: Trapani, Fermo, Latina, Ferrara, Lucca, Benevento, molti dei capoluoghi di provincia e delle città maggiori della regione Sardegna (Sassari, Iglesias, Olbia, Carbonia) e della regione Toscana (Arezzo, Grosseto, Lucca, Pisa e Siena).

Cartina classificazione

Copyright © - Riproduzione riservata
L'autore
Che rapporto c’è tra consumo di suolo e insediamenti urbani? Ingegneri.info