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Rapporti di vicinato: muri di cinta e muri considerati costruzioni

Le disposizioni del codice civile in merito all'identificazione dei muri nei rapporti di vicinato

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Nella terza edizione di “Rapporti di Vicinato“, manuale incentrato su “distanze legali, confini e condominio: tutela e risarcimento; profili civili, penali, processuali ed amministrativi” nei rapporti di vicinato, Riccardo Mazzon si rivolge a un’ampia platea di professionisti: agli avvocati in primis, ma anche a notai, architetti, ingegneri, geometri, magistrati, amministratori di condominio, mediatori, amministratori e dirigenti pubblici. Novità caratterizzanti la nuova edizione sono l’ampliamento dei temi trattati e i focus sui rilevantissimi recenti apporti legislativi, giurisprudenziali e dottrinali; il tutto supportato da schemi, tabelle e formule che agevolano la consultazione e la comprensione e applicazione pratica degli istituti, consentendo altresì rapidi colpi d’occhio concernenti i singoli temi. Il contenuto seguente è tratto dal manuale curato da Mazzon, disponibile per l’acquisto su Shop.Wki.it. Clicca il box sottostante per avere più informazioni sui contenuti.

Muro di cinta

L’articolo 878 del codice civile impone di non considerare costruzione, ai fini del computo delle distanze, il muro di cinta e ogni altro muro isolato che non abbia un’altezza superiore ai tre metri; più specificatamente, il muro di cinta deve:

1) essere essenzialmente destinato a recingere una determinata proprietà, onde separarla dalle altre;
2) non superare un’altezza di tre metri;
3) avere entrambe le facce isolate da altre costruzioni.

In presenza delle anzidette condizioni, non può ritenersi configurabile una violazione delle distanze legali, in virtù della realizzazione del muro di confine. Peraltro, recente giurisprudenza afferma che l’esenzione dal rispetto delle distanze tra costruzioni si applica sia ai muri di cinta, qualificati dalla destinazione alla recinzione di una determinata proprietà, dall’altezza non superiore a tre metri, dall’emersione dal suolo nonché dall’isolamento di entrambe le facce da altre costruzioni, sia ai manufatti che, pur carenti di alcuni dei requisiti indicati, siano comunque idonei a delimitare un fondo ed abbiano ugualmente la funzione e l’utilità di demarcare la linea di confine e di recingere il fondo.

In un caso concreto, ad esempio, il manufatto consisteva in una base in massetti di tufo sormontata sul lato libero da paletti e rete metallica e risultava circondare il fondo del costruttore su più lati e non soltanto su quello in discussione; esso peraltro presentava, per una sua parte, una delle due facce non libera (essendo per tale tratto realizzato in aderenza ad un muro preesistente oltre il confine): la Suprema Corte ha considerato che non per questo tale manufatto perdeva la caratteristica di muro di confine, dotato d’una sua autonoma consistenza ed utilità (sia dal punto di vista funzionale sia da quello della continuità costruttiva ed estetica, considerato nella sua complessiva entità strutturale e quindi anche per il tratto considerato).

Naturalmente, la norma di cui all’art. 878 c.c. attiene ai rapporti interprivati nelle costruzioni, non di cognizione del Giudice Amministrativo; peraltro, in applicazione di detto articolo, la giurisprudenza amministrativa esclude la rilevanza, ai fini delle distanze, di una costruzione (muro di cinta, appunto), avente le caratteristiche di cui alla citata norma del codice: ecco perché, ad esempio, è stato escluso che possa configurarsi un problema di distanza di un nuovo edificio dal confine, quando il muro, per le proprie dimensioni, appare irrilevante, in quanto di altezza addirittura inferiore a quella prescritta dal codice civile.

Muro di altezza superiore ai tre metri

Capita sovente che, al fine di sottrarsi ai limiti di distanza., si tenda a voler far rientrare tra i “muri di cinta” manufatti che in realtà non vi rientrano affatto. In primis, quando il muro di cinta supera, in altezza, i tre metri, tale manufatto va considerato, tout court, costruzione e la regola non subisce eccezioni neppure quando trattasi di muro di contenimento di scarpata o terrapieno naturale; in questo caso, peraltro, i tre metri debbono esser misurati a partire dal piano del fondo sovrastante, ove la diversa funzione del muro di conservazione dei luoghi viene a cessare.

Infatti, il muro di contenimento di una scarpata o di un terrapieno naturale non può considerarsi costruzione, agli effetti delle norme sulle distanze, soltanto per la parte che adempie detta specifica funzione (e cioè dalle fondamenta fino al livello del fondo superiore), qualunque sia l’altezza della parete naturale o della scarpata o del terrapieno cui aderisce, impedendone lo smottamento o lo scivolamento: la parte, invece, di detto muro che s’innalza oltre il piano del fondo sovrastante, in quanto priva di funzione di conservazione dello stato dei luoghi e anzi significativamente modificativa di tale stato, rileva autonomamente ed è soggetta alla disciplina giuridica adeguata alle concrete sue caratteristiche oggettive, con la conseguenza che essa, ove non possa essere considerata muro di cinta in quanto di altezza superiore ai tre metri, configura una costruzione apprezzabile come termine di riferimento per la misurazione delle distanze legali.

Muro unito con altra costruzione

Neppure rientrano tra i “muri di cinta” i manufatti uniti con altra costruzione, presupponendo, la nozione di “muro di cinta”, l’esser le due facce dello stesso assolutamente “libere”: sulla base di detto principio, non è stato considerato “muro di cinta”, ad esempio, un muro al quale era stata appoggiata una costruzione; né un muro realizzato a confine per la recinzione della proprietà ma unito – con una platea in cemento realizzata sotto il piano di campagna – ad altro muro, edificato a ridosso ed in corrispondenza di esso. Il principio non risulterebbe intaccato neppure nel caso la costruzione venisse equiparata al muro di cinta da norma di strumento urbanistico (la quale, in tal caso, risulterebbe illegittima).

Si veda, peraltro, in senso parzialmente difforme, con riferimento alla funzione assolta dal manufatto, Cassazione Civile, seconda sezione, n. 2887 del 25 marzo 1987, secondo cui la semplice funzione di appoggio che il muro di cinta possa esercitare rispetto ad una parte accessoria dell’immobile, non imprimendo al muro stesso un accrescimento e consolidamento della sua originaria consistenza, non vale a trasformarlo, ai fini
delle norme sulle distanze, in muro di fabbrica, poiché per la sua identificazione deve farsi riferimento alla funzione prevalente cui esso assolve.

Muro avente funzione diversa dalla delimitazione del fondo

L’articolo 878 c.c. postula, per interpretazione giurisprudenziale pressoché pacifica, oltre che l’altezza non superiore ai tre metri e le “facce” libere, anche la destinazione di delimitazione e difesa del fondo; ne consegue che, per non esser considerato ai fini delle distanze legali, il muro di cinta deve prevalentemente essere destinato alla protezione da possibili invadenze di estranei e quindi alla delimitazione delle proprietà, potendo assolvere a diverse funzioni (ad esempio contenimento e sostegno, quando i fondi confinanti si trovano a dislivello) solo in via secondaria.

È proprio per tal motivo che, in tema di muri di cinta tra fondi a dislivello, è necessario verificare, ai fini dell’applicazione della disciplina sulle distanze legali, se il muro, oltre a delimitare il fondo, abbia la funzione di contenimento del naturale declivio del terreno, oppure se abbia lo scopo di contenere un terrapieno creato (con il conseguente dislivello) artificialmente con l’apporto di terra e pietrame, potendo, in relazione a tali caratteristiche, esser considerato come costruzione in senso tecnicogiuridico e soggetto quindi alle norme sulle distanze legali appositamente previste dal codice civile e dagli strumenti urbanistici locali.

Non potranno, pertanto, esser considerati muri di cinta, ai fini della loro esclusione dal regime delle distanze, i manufatti aventi funzioni prevalentemente diverse, quali la funzione di contenimento di un terrapieno artificiale ovvero la funzione di fabbrica, anche se di completamento; così, per fare un esempio, rientreranno nel concetto di “costruzione” il terrapieno ed i locali in esso ricompresi, avendo il medesimo terrapieno la funzione essenziale di stabilizzare il piano di campagna posto a quote differenti dal fondo confinante, mediante un manufatto eretto a chiusura statica del terreno e potendo, tuttavia, egualmente qualificarsi il riporto di terra volto a sopraelevare il piano di campagna, allo scopo di coprire degli insediamenti edilizi, senza che risulti di impedimento alla ravvisata equiparazione del terrapieno alla “costruzione” la sopravvenuta separazione del muro di contenimento dal retrostante accumulo di terreno, in quanto tale muro è soltanto diretto ad eliminare la pericolosità del riporto, allorché non sia stata rispettata la distanza solonica.

Lo stesso concetto vale nel caso muro che risulti eretto in sopraelevazione di un fabbricato, a chiusura di un lato di una terrazza di copertura di questo, posto che un simile manufatto non si configura separato dall’edificio cui inerisce e resta nel medesimo incorporato.

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