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Ricostruzione post sisma: Belice 1968, Gibellina Nuova e Burri

In un territorio spopolato e marginale, con piccoli centri rurali ad alta densità edilizia, la ricostruzione punta a valle. Il piano a farfalla per Gibellina Nuova. Tanto spazio, nessuna identità. Gli interventi artistici e la creazione del museo urbano

Il Grande Cretto di Alberto Burri, nelle rovine di Gibellina Vecchia
Il Grande Cretto di Alberto Burri, nelle rovine di Gibellina Vecchia
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Il terremoto del 1968 che colpì la Sicilia occidentale mostrò drammaticamente lo stato di arretratezza di quei territori spopolati dall’emigrazione, in cui vecchi, donne e bambini vivevano in abitazioni in tufo, crollate miseramente sotto i colpi sussultori del sisma. Esauste tracce dell’edilizia siciliana tradizionale di origine araba, sopravvissute all’opulenza barocca delle città seicentesche, con aperture piccole e cadenzate, mura spesse, colori chiari, strade strette per fare ombra e per “accelerare” l’aria. La gravità della distruzione, ultimo drastico atto di un degrado sociale ed urbanistico già in fase avanzata, fece optare per una ricostruzione nelle vicinanze o in adiacenza degli antichi centri; solo nel caso di Santa Ninfa, la nuova edificazione fu sovrapposta alla precedente. I sopravvissuti di Calatafimi e Gibellina migrarono in insediamenti distaccati.

Il caso di Nuova Gibellina

A seguito di una votazione del consiglio comunale sostenuta dal sindaco Corrao, la Nuova Gibellina sorse sul territorio del comune di Salemi, in contrada Salinella, a diciotto chilometri a valle (altitudine di 250 metri) della città vecchia (quasi 400 m.s.l.m.) nelle immediate vicinanze delle proprietà agricole dei gibellinesi (ma i terreni appartenevano ai cugini Ignazio e Nino Salvo, boss della mafia).

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Il piano del nuovo insediamento, ideato dall’architetto Marcello Fabbri, detto a farfalla per la sua forma perpendicolare alla linea nord-sud della stazione di Salemi, ha un disegno chiuso che rifiuta lo zooning, lo standard, le tipologie edilizie e le morfologie urbane “a crescita illimitata”, tipiche del razionalismo e del funzionalismo. Per ragioni di sicurezza, fu imposta una misura urbana metropolitana largamente fuori scala se applicata a un centro di seimila abitanti e una scelta dei tipi edilizi, fino alla distribuzione dei servizi, estranei alla vocazione del luogo e ai bisogni concreti degli abitanti.

Il centro città (il corpo della farfalla) concentra i servizi principali, mentre le ali spiegate sul pendio collinare sono a destinazione prevalentemente residenziale, con case unifamiliari a schiera, in stile anglosassone, contornate da giardinetti presto disseccati dal clima e collegate con i servizi attraverso un alternarsi di vie pedonali, per il passeggio e la socialità, e via carrabili. Una Brasilia in sedicesimo, idealmente abitata da scandinavi.

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L’eliminazione dell’isolato come unità abitativa e della strada come soggiorno urbano indusse la popolazione a trasformare i garage in sedi (abusive) di attività produttive. Le vie pedonali, inutili se pensate come semplice luogo del passeggio, furono disertate, mentre le vie carrabili si trasformarono in improvvisate strade della relazione e dello scambio, senza tuttavia far fronte a tali reali necessità.

Il territorio di Gibellina ha una superficie di quarantacinque chilometri quadrati, di cui uno e mezzo occupato dal centro abitato; una densità di novantacinque abitanti per chilometro quadrato, ogni abitante ha a disposizione circa cinquecento ettari di terra. Per fare che?

L’arte come identità

Per riempire questo vuoto di senso e di funzioni, furono chiamati artisti e intellettuali di fama mondiale come Pietro Consagra, Mario Schifano, Andrea Cascella, Arnaldo Pomodoro, Mimmo Paladino, Franco Angeli, Leonardo Sciascia e Alberto Burri; quest’ultimo si rifiutò di inserire una sua opera nel nuovo contesto urbano e preferì cementificare le rovine della vecchia città mantenendone i tracciati delle vie e dei vicoli. Dall’alto l’opera appare come una serie di fratture sul terreno, che congelano la memoria storica di un paese nel momento della sua fine. Il Grande Cretto è una tra le opere d’arte contemporanea più estese al mondo.

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La città divenne un immenso laboratorio di sperimentazione e pianificazione artistica, in cui artisti e opere di valore riempirono lo spazio urbano. Oggi Gibellina è un museo dell’architettura moderna, con la Chiesa Madre di Ludovico Quaroni, i Giardini Segreti di Francesco Venezia, la Porta del Belice di Pietro Consagra, Piazza XV Gennaio 1968 con la Torre Civica-Carrillion di Alessandro Mendini, il Sistema delle piazze (di Laura Thermes e Franco Purini), il Monumento ai Caduti ecc.

 

Gibellina è diventata opera d’arte, senza essere città, cioè luogo capace di farsi abitare nel suo ambiente mediterraneo, dove la città non può che essere – come è sempre stata – di piccole dimensioni, compatta e ad alta densità edilizia, fondata su un’economia rurale legata al territorio e formata dal tipo edilizio composto dell’isolato, contenitore di case di cortina, case a ballatoio, case verticali, depositi, botteghe, che ospita funzioni molteplici e relazioni tra gli individui, al riparo dallo scirocco e dal solleone.

Leggi gli altri capitoli di “La ricostruzione post sisma in Italia”:
1. Introduzione
2. Messina 1908. La città che visse due volte
3. Belice 1968.
4. Friuli 1976.
5. Irpinia 1980.
6. Umbria-Marche 1997.
7. Puglia-Molise 2002.
8. Pianura Padana 2012.

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