Ricostruzione post sisma: Friuli 1976, l’Orcolat non piega le comunità | Ingegneri.info

Ricostruzione post sisma: Friuli 1976, l’Orcolat non piega le comunità

Il modello Friuli: poteri speciali al commissario straordinario, centri operativi sul territorio, gestione locale dei finanziamenti. Il ruolo dei sindaci e la partecipazione attiva della popolazione. Gemona dov’era e com’era

Gemona, il centro maggiormente colpito dal terremoto del 1976
Gemona, il centro maggiormente colpito dal terremoto del 1976
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In Friuli, le particolari condizioni del suolo, la posizione dei paesi colpiti, quasi tutti su alture, e l’età avanzata delle costruzioni amplificarono i danni dei terremoti del maggio-settembre 1976. Nonostante fosse conosciuta l’elevata sismicità della regione, in particolare della zona tra la pianura ed i rilievi montuosi (il folclore friulano conosce bene l’Orcolat, l’orco che scatena i terremoti), la maggior parte dei comuni gravemente danneggiati, come ad esempio Buia, Gemona ed Osoppo, non erano classificati sismici e non erano quindi soggetti all’applicazione di norme specifiche per le costruzioni.
Una lunga serie di scosse di assestamento continuò per diversi mesi, ma per la forte presenza di militari di stanza in Friuli e la mobilitazione nazionale e internazionale, le operazioni di soccorso e di ricovero degli scampati e di sgombero delle macerie furono rapide ed efficaci.

Il Commissario straordinario e la ricostruzione “partecipata”
La scelta che determinò l’efficienza e il coordinamento dell’emergenza fu la nomina, da parte del Governo, di Giuseppe Zamberletti a Commissario straordinario con poteri speciali per emanare tutti i provvedimenti ritenuti non solo necessari, ma anche solo semplicemente “opportuni”, esercitando sul campo “le funzioni di tutti i ministeri”. In pratica, carta bianca con approvazione parlamentare a consuntivo.
I fondi statali destinati alla ricostruzione furono gestiti direttamente dal Commissario straordinario, in collaborazione con il governo regionale del Friuli Venezia Giulia. Il motore della ricostruzione fu assicurato da 500 miliardi di lire destinati alla ripresa economica, mentre il resto dei fondi fu affidato in gestione alle amministrazioni locali, che effettuarono controlli efficaci e rigorosi sugli standard di ricostruzione.

Per la prima volta vennero istituiti i “centri operativi”, con l’obiettivo di creare in ciascun comune della zona colpita un organismo direttivo composto dai rappresentanti delle amministrazioni pubbliche e private, sotto la presidenza del sindaco, con il potere di decidere sulle operazioni di soccorso, in base alle caratteristiche del territorio e alle sue risorse. Anche nella fase della ricostruzione fu dato potere decisionale ai sindaci, che spesso espropriarono le case e dichiararono interi centri storici monumento nazionale per consentire gli interventi rapidi previsti per le opere pubbliche.

Grazie al tipico spirito di iniziativa personale dei friulani e a un’economia locale caratterizzata da una diffusa competenza in campo edilizio e da molte piccole e medie industrie specializzate nella produzione di serramenti, di mobili e di altri oggetti per la casa, la ricostruzione si trasformò in un potente volano di sviluppo dell’intero Friuli. I proprietari degli edifici distrutti poterono richiedere contributi per la riparazione e per la ricostruzione sulla base di normative ben definite e procedure burocratiche semplificate. La popolazione partecipò attivamente alla ricostruzione del tessuto sociale e urbano, realizzata in poco più di 15 anni secondo il modello “com’era, dov’era”.

Il caso di Gemona, la ricostruzione pietra su pietra
Gemona era ed è il centro più importante di un’area di oltre 3.500 chilometri quadrati a nord di Udine, completamente distrutta dal terremoto del 1976. Ebbe 396 morti, migliaia i feriti e più di 4000 immobili distrutti e danneggiati. Risultò distrutta per oltre il 70%.
Gemona è stata ricostruita in modo filologico e per anastilosi grazie al recupero di tutti gli elementi architettonici non distrutti dal sisma. Il Duomo è il simbolo di questo tipo di intervento: dopo il rilievo fotogrammetrico, quasi 10mila pietre furono recuperate, conservate e catalogate: ogni pietra fu contrassegnata con una lettera che indicava a quale lato della costruzione era appartenuta e un numero progressivo in rosso. Gli elementi mancanti furono rifatti in modo che fossero distinguibili nettamente da quelli originali.

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L’architetto Alessandra Quendolo, che lavorava nell’ufficio tecnico della Fabriceria del Duomo, il cui progetto di ricostruzione nel 1986 fu scelto dalla Soprintendenza, rievoca quella esperienza: “Confrontammo le pietre con le foto per capire a quali elementi architettonici appartenevano.

Analizzammo anche la lavorazione, le finiture e lo stato di usura, perché per esempio una pietra esposta a nord si rovina di più rispetto a una della parte sud, la cappella del rosario aveva molte pietre lavorate a scalpello… Mano a mano, quando trovavamo la corrispondenza segnavamo sui nostri schizzi il codice della pietra. Nel 1988 partì il cantiere. Nel 1995 il Duomo è stato ufficialmente riconsegnato alla città. Non è identico all’originale: si è scelto di lasciare visibile la differenza tra la parte non crollata, che è stata deformata dal sisma, e quella ricomposta. I segni del trauma rimangono.” (fonte: ilfattoquotidiano.it).

Se il criterio “dov’era” è stato in gran parte rispettato, il “com’era” ha dovuto fare i conti con la realtà, non solo per l’impossibilità tecnica di ricreare integralmente le strutture scomparse, ma anche per le aspirazione di tanti che comprensibilmente colsero l’opportunità di avere, sulla base di progetti modesti e restauri approssimativi, una casa più confortevole, a risarcimento non solo della perdita per il terremoto, ma anche della durezza di una secolare vita rurale.

Scheda dell’evento
Data: 6 maggio 1976 ore 21:00; 11 settembre 04.15; 15 settembre ore 10.21
Magnitudo scala Richter: 6.5; 5.9; 6.0
Scala Mercalli: IX-X
Area: media valle del Fiume Tagliamento, in totale 137 comuni nelle province di Udine e Pordenone. Tra cui più colpiti, Trasaghis, Bordano, Osoppo, Montenars, Gemona del Friuli, Buja, Venzone, San Daniele e la frazione di Monteaperta
Vittime: 993
Danni: circa 80.000 senzatetto, 31.000 case danneggiate, 20.000 capi di bestiame perduti, industrie danneggiate al 50%, fuori uso strade, ferrovie e acquedotti

Leggi gli altri capitoli di “La ricostruzione post sisma in Italia”:
1. Introduzione
2. Messina 1908. La città che visse due volte
3. Belice 1968.
4. Friuli 1976.
5. Irpinia 1980.
6. Umbria-Marche 1997.
7. Puglia-Molise 2002.
8. Pianura Padana 2012.

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