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Ricostruzione post sisma: Messina 1908, la città che visse due volte

La catastrofe più grave, la ricostruzione post sisma più radicale e più lunga del secolo scorso è stata certamente quella di Messina. Una città 'raddoppiata' a scapito della sua identità marittima

La Nuova Palazzata (fonte foto: messenium.altervista.org)
La Nuova Palazzata (fonte foto: messenium.altervista.org)
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Nei giorni scorsi abbiamo iniziato un percorso a puntate dedicato ai casi più esemplari di ricostruzione post sisma in Italia: Belice 1968, Friuli 1976, Irpinia 1980, Umbria-Marche 1997, Puglia-Molise 2002, Pianura Padana 2012. Dopo l’introduzione alla serie, entriamo nel vivo dell’indagine con il terremoto di Messina del 1908.

Il caso di Messina: da città marittima a città di servizi
All’epoca del terremoto, la secolare vocazione marittima di Messina si era già indebolita a favore di uno sviluppo urbano a nord e a sud orientato alla terra, con funzioni quasi esclusivamente legate ai servizi e a interventi infrastrutturali come la ferrovia e la carrabile per Palermo. La terziarizzazione aveva trasformato la città da punto strategico mercantile e militare nel Mediterraneo ad avamposto del continente in Sicilia, caratterizzato dall’istituzione dei “firribbotti”.

Gli effetti più catastrofici del terremoto-maremoto furono rilevati nei quartieri antichi e più bassi della zona centrale della città, fondati su terreni alluvionali poco stabili e dove gli edifici erano troppo alti a causa di sproporzionate soprelevazioni, senza un adeguato rafforzamento delle fondazioni. I muri erano troppo sottili in relazione all’altezza, spesso costruiti con ciottoli di fiume o con mattoni tenuti insieme da scarso cemento. I tetti e i solai risultavano eccessivamente pesanti e mal connessi con i muri maestri: per questo in molti casi sprofondarono anche quando le murature esterne rimasero in piedi. Gli effetti furono un po’ meno disastrosi nella parte alta più periferica della città, dove gli edifici erano fondati su terreni più stabili e compatti, e nei quartieri nuovi dove la qualità delle costruzioni era migliore.

La ricostruzione: il piano regolatore Borzì
Esclusa a furor di popolo l’ipotesi, sostenuta da alcuni uomini politici, di ricostruire Messina in altro luogo, il 12 gennaio 1909, il Parlamento italiano deliberava la rinascita sul sito storico della città, ma con le severe prescrizioni dettate da una Commissione nominata dal governo.
L’incarico di redigere il nuovo piano urbanistico fu affidato al dirigente dell’ufficio tecnico comunale, ing. Luigi Borzì, il cui progetto, sull’impronta ideale tracciata dalle linee del piano Spadaro del 1869, fu approvato alla fine del 1911.

A differenza della ricostruzione dopo il sisma del 1784, che, nonostante la distruzione di gran parte della città, non ne mutò minimamente l’aspetto, il Piano regolatore Borzì disegnava una città quasi totalmente nuova, con palazzi di modesta altezza (non più di due o tre piani, anche per quelli pubblici), lunghe strade diritte larghe 14 metri, pianta ortogonale e isolati a scacchiera. L’attuazione del piano si protrasse per trent’anni, prima sotto la direzione dell’Unione edilizia messinese, divenuta in seguito Unione edilizia nazionale; poi, dal 1922, sotto la direzione del Ministero dei Lavori Pubblici.

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Il Piano Regolatore Borzì (fonte foto: messenium.altervista.org)

Il Piano Borzì manteneva l’assetto urbano della Messina pre-terremoto ma prevedeva l’ampliamento della città, con il raddoppiamento dell’area urbana verso nord e sud e lungo i torrenti cittadini. Le mura, che chiudevano Messina verso i Peloritani, vennero sostituite da una circonvallazione che delimita la città vera e propria.

Negli anni ’20 e ’30, il piano razionalista di Borzì fu snaturato dal monumentalismo di regime imposto dagli accademici della scuola romana: un’architettura a metà tra Modernismo e Classicismo, coniugata con la ricerca di una tecnologia antisismica, che potesse rappresentare solido riferimento per la normativa edilizia. Il piano Borzì, che doveva vigere per venticinque anni (approvato nel 1911 sarebbe dovuto scadere nel 1936), è durato fino alla metà degli anni Settanta del secolo scorso.

Un intervento specifico: la Palazzata
La Palazzata, massimo orgoglio civico e icona della città, era una cortina di imponenti palazzi in stile neoclassico, ornati da un monumentale colonnato di ordine ionico di fronte al porto e scanditi da 37 porte che mettevano in comunicazione la marina con il resto della città. L’opera fu iniziata nel 1803 dall’architetto Giacomo Minutoli, in sostituzione della precedente, di Simone Gullì, danneggiata dal terremoto del 1783.
La ricostruzione della Palazzata fu controversa e oggetto di polemiche. Il Piano Borzì non ne prevedeva la ricostruzione in quanto tra le prescrizioni della Commissione governativa, c’erano il divieto di costruire “edifici destinati ad abitazioni permanenti in prossimità della spiaggia” e l’obbligo di “una distanza di almeno 100 metri dal ciglio esterno delle banchine o dalla battigia del mare.”
La questione venne cantonata fino al 1930, quando fu bandito un concorso per il progetto di una nuova Palazzata, dimezzata in altezza e larghezza rispetto la precedente e con volumi staccati invece della preesistente cortina edilizia.

Vinse il concorso il progetto “Post Fata Resurgo” del gruppo formato dagli architetti Camillo Autore, Raffaele Leone, Giuseppe Samonà e Guido Viola, che prevedeva undici edifici allineati sul fronte del porto tra corso Vittorio Emanuele e corso Garibaldi.
Il progetto venne ampiamente rimaneggiato: Dei tredici blocchi previsti, furono edificati, come da progetto, solamente quelli più prossimi la dogana a sud e il Banco di Sicilia. La costruzione della Palazzata durò ben trent’anni: prima della guerra, Giuseppe Samonà e l’ingegnere Giulio Viola nella realizzazione della Casa del Popolo (isolato VII) e del Palazzo Inail (isolato VIII) mentre la sede dell’Ina (I e II isolato) e il Banco di Sicilia (III isolato) sono rispettivamente di Giulio Viola e di Camillo Autore. Tra i lavori condotti personalmente da Samonà, dopo il 1945, si distingue la realizzazione della sede dell’Inps (isolato IX).

Nel 1952, durante la realizzazione degli ultimi sei edifici, Giuseppe Samonà fu richiamato a Messina in qualità di consulente per le facciate della Palazzata.
La nuova Palazzata è il segno più marcato dell’ambiguità urbanistico-architettonica della Messina ricostruita: sembra quella di prima, ma non lo è. Quella rottura traumatica tra la città e il mare, il suo elemento vitale trasformatosi improvvisamente in aggressore mortale, non è stata sanata e forse non poteva esserlo, dopo un disastro così grave. Ma sicuramente questo obiettivo non fu al centro della pianificazione della città nuova, proiettata suo malgrado verso una modernità terrestre nostalgica dell’antica identità.

Scheda dell’evento
Data: 28 dicembre 1908, ore 5:20
Magnitudo scala Richter: 7.1
Scala Mercalli: XI “catastrofe”
Area: 600 km2, 76 località della provincia di Reggio Calabria e in 14 della provincia di Messina
Vittime: circa 100.000; comune di Messina: circa 65.000 morti (42% della popolazione); comune di Reggio Calabria: circa 15.000 morti (34% della popolazione)
Danni: distruzione dal 70 al 100% delle costruzioni; case distrutte o demolite: oltre 40.000; gravemente danneggiate e rese totalmente o parzialmente inabitabili: circa 33.000; lesionate: circa 68.000.

Nelle prossime puntate:

Introduzione
2. Messina 1908. La città che visse due volte
3. Belice 1968.
4. Friuli 1976.
5. Irpinia 1980.
6. Umbria-Marche 1997.
7. Puglia-Molise 2002.
8. Pianura Padana 2012.

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