Rischio sismico dei centri storici italiani: alcune riflessioni | Ingegneri.info

Rischio sismico dei centri storici italiani: alcune riflessioni

Le riflessioni di Carlo Blasi, Ordinario di Restauro Architettonico, a pochi giorni dal terremoto che ha colpito nuovamente il Centro Italia, danneggiando i centri storici

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Dopo ogni terremoto che provoca crolli e vittime, gli italiani sembrano affannarsi solo per trovare i colpevoli dei disastri tra amministratori e tecnici, dimenticando che il loro Paese è naturalmente sismico e che il patrimonio edilizio storico non è in grado di sopportare eventi anche di media intensità.

Una recente ricerca effettuata in Emilia Romagna ha evidenziato come il livello medio della sicurezza sismica dei vecchi edifici, ovvero dei nostri centri storici, è intorno al 35% di quello richiesto per gli edifici nuovi. È vero che il livello di sicurezza degli edifici nuovi è giustamente elevato ed è vero anche che il dato del 35% è approssimato, ma è comunque significativo, perché indica che, se, da una parte, ci sono edifici con una sicurezza maggiore di quella media, per contro è altrettanto certo che ci sono molti edifici con un livello di sicurezza inferiore. Nelle zone storicamente più povere e, in particolare, quelle dell’Appennino, dove gli edifici sono spesso costruiti con pietrame sbozzato e malta povera di calce, il livello della sicurezza è ancora inferiore.

È pertanto facile previsione che, in caso di un sisma di media intensità, un certo numero di edifici subisca gravi danni o crolli, con il conseguente numero di vittime. È altrettanto necessario che la presenza di un rischio sismico diffuso diventi un elemento di consapevolezza comune e non una sorpresa in caso di terremoto. D’altronde non è pensabile che si possano chiudere i nostri centri storici perché a rischio sismico o che si possa intraprendere una attività di adeguamento di tutti gli edifici. La ricerca dei colpevoli appare pertanto più come un’esigenza demagogica che razionale.

Di chi è la colpa? Dei nostri antenati perché hanno costruito case pericolose? Nostra perché non siamo intervenuti rinforzandole adeguatamente? Con quali fondi? Degli amministratori e dei politici che non hanno obbligato i cittadini a farlo? Il populismo è facile, ma chi è disposto ed è in grado di spendere cifre paragonabili al costo di costruzione ex-novo per mettere in sicurezza la propria casa? Chi voterebbe amministratori che spendessero tutto il bilancio per assicurare la cittadinanza contro un rischio ritenuto eventuale rispetto alle esigenze quotidiane? Quale cittadino vorrebbe essere obbligato a mettere le sue proprietà in sicurezza con costi notevoli o essere obbligato a fare verifiche sismiche che potrebbero definire i propri edifici come pericolosi?
Meglio sperare nella buona sorte e che il sisma colpisca altrove.

Le nostre norme non sono irragionevoli. Ad esempio, nel 2003, dopo la morte di ventun bambini in una scuola, è stata emessa un’ordinanza che obbligava i proprietari e gli amministratori di edifici pubblici e privati di importanza rilevante (scuole, ospedali, chiese, uffici pubblici ecc.) a effettuare verifiche della sicurezza sismica. Dopo tredici anni solo una modesta parte degli edifici interessati è stata sottoposta a tale costosa verifica. In ogni caso, nessuna legge ha mai imposto che gli edifici risultati con sicurezza inferiore a una determinata soglia dovessero essere poi obbligatoriamente adeguati e nemmeno definito quale dovesse essere il livello minimo della sicurezza perché un edificio potesse essere utilizzato.

Per comprendere le ragioni di tale situazione, che di fatto contribuisce al permanere di una situazione di incerta sicurezza degli edifici, è necessario fare alcune considerazioni di tipo tecnico.
A parte i costi ingenti di una operazione di messa in sicurezza globale, è, infatti, necessario ricordare che, nella maggior parte dei casi dei vecchi edifici esistenti in muratura, è molto difficile, se non impossibile, quantificare con un numero il livello della sicurezza come si fa per gli edifici nuovi. Ciò può sembrare incomprensibile nell’epoca dei computer e, di fatto, non è facile spiegarlo in poche parole.

Ingegneristicamente, la sicurezza è un rapporto tra la resistenza di un edificio e le azioni che lo possono sollecitare. Tale rapporto deve essere maggiore di uno: la resistenza, con gli adeguati coefficienti di sicurezza, deve essere maggiore delle azioni. Tale metodo di valutazione della sicurezza nasce all’inizio dell’Ottocento quando vengono realizzate le prime strutture moderne in acciaio e in cemento armato e funziona per tali edifici, realizzati con procedimenti controllabili e industrializzati, ma non è utilizzabile per la maggior parte dei manufatti artigianali e delle murature storiche sia per le difficoltà di quantificare il comportamento di oggetti artigianali sia per la presenza di elementi oggettivamente non definibili con numeri. I vecchi edifici in muratura, infatti, non crollano, in genere, per deficienze globali (a parte quelli realizzati con murature decisamente inconsistenti come quelle di molti degli edifici crollati per il recente sisma), ma per carenze locali non quantificabili (travi con appoggi insufficienti, tetti spingenti, resistenze per attrito, canne fumarie, muri male ammorsati, comignoli pericolanti, cornicioni degradati ecc.) che non vengono considerate nei calcoli strutturali. Tali criticità possono essere individuate solo mediante attente ed esperte ispezioni all’interno degli edifici. Definire la sicurezza di edifici con simili caratteristiche con un solo numero è pertanto velletario, impreciso e rischioso.
Giustamente, dal 2008, le norme per gli edifici storici tutelati richiedono per la definizione della sicurezza strutturale degli edifici la redazione di una relazione nella quale i calcoli costituiscono solo l’ausilio quantitativo approssimato di una valutazione più ampia di tipo qualitativo.

Per spiegare quanto questa richiesta sia ragionevole, possiamo ricordare che nella definizione della sicurezza di un edificio nuovo (che non esiste ancora) concorrono due elementi fondamentali:
– le prescrizioni tecniche di come devono essere realizzati tutti i particolari costruttivi e le specifiche sulla qualità dei materiali che devono essere rispettate affinché la sicurezza locale di ogni singolo particolare costruttivo non soggetto a calcolo venga garantita;
– i calcoli della struttura nel suo complesso che controllano la stabilità globale di un insieme di elementi tecnicamente affidabili.

Negli edifici esistenti, ammesso e non concesso che i calcoli e i programmi di calcolo di uso corrente siano in grado di dare risultati sufficientemente approssimati sulla risposta sismica di complessi manufatti artigianali in muratura e legname, certamente non è possibile una verifica delle soluzioni tecniche usate per i singoli elementi costruttivi con un confronto con eventuali soluzioni certificate. Non è possibile per l’eterogeneità delle situazioni esistenti e per l’infinita casistica dei fenomeni di degrado e dissesto. Solo una valutazione di tipo personale, empirica e basata sull’esperienza potrà dare una valutazione qualitativa dell’efficacia di particolari costruttivi non corrispondenti a nessuna norma.
Complessivamente, pertanto, la sicurezza di un vecchio edificio non è definibile con un solo numero, ma è il risultato di una valutazione necessariamente più complessa, che coinvolge l’esperienza di chi la valuta.

Il concetto di sicurezza come numero cade pertanto del tutto in difetto.
Da un punto di vista culturale, dopo duecento anni dall’invenzione della Scienza delle Costruzioni, è una rivoluzione difficile da accettare e da tradurre in norme, che coinvolge anche la definizione delle responsabilità.
Il modo con il quale devono essere valutati i vecchi edifici è paragonabile a quello con il quale un medico fa una diagnosi e prescrive un rimedio: certamente ci si basa su dati quantificati, ma la valutazione finale è personale e non definibile con un numero.
Comprese queste difficoltà operative, appare chiaro come le recenti polemiche sulla necessità di adeguare gli edifici, invece che migliorarli, appaiono demagogiche e prive di un adeguato fondamento tecnico.

In ogni caso, anche se è oggettivamente difficile definire criteri di sicurezza e obblighi di intervento, è necessario definire procedure che portino ad un miglioramento diffuso della sicurezza.
Senza sperare in interventi miracolosi, in una situazione così complessa, si dovrebbe iniziare con la verifica di tutti gli edifici (iniziando da quelli pubblici dell’Ordinanza del 2003, ma non solo) e per ogni edificio dovrebbero essere indicate in una relazione le maggiori criticità e illustrati i rischi esistenti, in un modo che potrebbe essere simile a quanto imposto per gli impianti tecnici, per i quali esiste per ogni edificio un fascicolo che ne descrive le caratteristiche. Certamente ciò avrebbe un costo, anche per i privati, ed è visto con diffidenza dai proprietari sia pubblici che privati.

Successivamente si dovrebbero incentivare opere di miglioramento per affrontare i maggiori rischi evidenziati nelle relazioni, cercando, negli anni, di eliminare le maggiori criticità con interventi economicamente sostenibili e aumentando i livelli della sicurezza. In molti casi, semplici interventi di incatenamento o di connessione tra gli elementi lignei dei tetti e dei solai possono portare a miglioramenti consistenti. Molto meglio effettuare tanti interventi puntuali, che eliminino le maggiori problematiche di molti edifici, che costosi interventi di presunto adeguamento su pochi edifici.

Per gli edifici di interesse storico, certamente si dovrà prendere atto, e dovranno farlo anche le Soprintendenze, che edifici, anche storici, realizzati con murature estremamente scadenti dovranno essere o demoliti o sottoposti a interventi invasivi, certamente non compatibili con le normali regole del restauro. Decisioni difficili, che imporranno scelte di merito sul valore storico e architettonico dei vecchi edifici, che la cultura del restauro oggi rifiuta: la conservazione totale è una pericolosa chimera. Si dovrà pervenire a necessari compromessi.

Certamente non aiuta, per tali difficili scelte, il fatto che molte Soprintendenze (in particolare quelle che hanno subito danni da sisma o che sono sottoposte a un elevato rischio sismico) siano dirette da persone non adeguatamente preparate nelle questioni tecniche e della sicurezza degli edifici ed esperte solo sugli aspetti umanistici della cultura. Tali situazioni non possono che essere fonte di ritardi e incomprensioni. Il Ministero dei Beni Culturali è ancora carente di competenze tecniche in grado di affrontare le problematiche sismiche degli edifici tutelati; il ricorso alle competenze del Ministero delle Infrastrutture non sempre è risultato positivo. Purtroppo i Corsi di Laurea in Architettura hanno ormai rinunciato a fornire ai propri studenti strumenti e competenze adeguate a svolgere il compito che le norme italiane affidano loro (esclusiva sugli interventi sugli edifici tutelati). Sarà necessario rivedere tali norme riservando tale prerogativa ai tecnici, ingegneri o architetti, effettivamente competenti nelle discipline necessarie per la conservazione e la salvaguardia della stabilità.

Per gli edifici non tutelati gli interventi sono più facili, anche se norme di salvaguardia paesaggistica e norme locali sono spesso di impedimento a interventi risolutivi. Già le Norme Tecniche del 2008 prevedono comunque per gli edifici esistenti in muratura interventi specifici sulle criticità locali, mettendo in guardia sulle facili quantificazioni virtuali globali; le nuove norme, in fase ormai di promulgazione, confermano tale indirizzo oscillando tra la ricerca di una confortante quantificazione e il riconoscimento dell’esistenza diffusa di criticità non quantificabili e quindi sulla necessità di mirare ai miglioramenti puntuali, economicamente sostenibili anche su un alto numero di edifici, piuttosto che a chimerici adeguamenti.
I rischi di un territorio ricco di storia e di edifici storici non potranno comunque mai essere azzerati, anche se la salvezza delle persone dovrà essere affrontata in modo più deciso.

di Carlo Blasi, Ordinario di Restauro Architettonico

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Carlo Blasi

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