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PRINCIPI E CRITERI DI MASSIMA DELLA VALUTAZIONE DI IMPATTO AMBIENTALE....

PRINCIPI E CRITERI DI MASSIMA DELLA VALUTAZIONE DI IMPATTO AMBIENTALE.

CIRCOLARE MINISTERO AMBIENTE 8 OTTOBRE 1996
GAB/96/15326.
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(G.U.
31-10-96, n.256)

PRINCIPI E CRITERI DI MASSIMA DELLA VALUTAZIONE DI
IMPATTO AMBIENTALE.

Per definire compiutamente il quadro logico,
tecnico e giuridico nel quale si colloca la procedura di valutazione
di impatto ambientale e, quindi, individuare i principi che devono
guidarla, occorre muovere dalla constatazione che essa, come risulta,
del resto, espressamente dal preambolo alla direttiva 85/337/CEE,
costituisce uno degli strumenti necessari per realizzare l’obbiettivo
più generale della protezione dell’ambiente e della qualità della
vita
Più in particolare, è stato sottolineato, a livello comunitario,
che la migliore politica ecologica consiste nell’evitare fin
dall’inizio i guasti ambientali, tenendo conto, in tutti i processi
tecnici di programmazione e di decisione, delle eventuali
ripercussioni sull’ambiente, attraverso l’adozione di procedure per
valutare queste ripercussioni.
Coerentemente con tale obiettivo la
V.I.A., per sua natura, non può e non deve essere limitata alla
compatibilità o meno del progetto, di volta in volta oggetto di esame,
con l’ambiente sul quale esso viene specificamente ad incidere.
Una
siffatta restrittiva configurazione dell’istituto appare del tutto
inadeguata alla responsabilità che la CEE ha inteso addossare agli
Stati membri in materia di qualità della vita, responsabilità che va
riferita, evidentemente, al livello sovranazionale, come è, del resto,
confermato dall’art. 7 della direttiva, riguardante, l’obbligo di
circolarità delle informazioni concernenti le ripercussioni ambientali
di progetti nazionali su altri Stati membri.
Sussiste, peraltro, anche
in sede comunitaria, una evidente incongruenza tra la funzione e gli
scopi della V.I.A. e la sua collocazione procedurale a livello di
singola progettazione, ovverosia in un momento in cui un insieme di
scelte di principio appare già definito, laddove sarebbe stato più
logico prevedere la sua applicazione a monte, nella fase di piano o di
programma, per tenere conto, preventivamente, di tutte le alternative
attivabili, come del resto, ora previsto dai decreti-legge n. 64, n.
149 e n. 422 attualmente all’esame del Senato.
La circostanza,
tuttavia, che la valutazione avvenga, nell’attuale quadro normativo,
sui singoli progetti non può certamente alterarne il contenuto, che
rimane quello di stabilire la sostenibilità di quel determinato
progetto dall’ambiente.
Tale apprezzamento, che presuppone anche la
stima della capacità di carico ambientale, non può trascurare, da un
lato, gli impatti cumulativi e sinergici di più progetti, dall’altro,
la ricerca di altre soluzioni, non solo come individuazione di misure
mitigative nell’ambito di quel determinato progetto, ma anche come
alternativa a quest’ultimo.
E ben vero che allo stato attuale della
normativa, in ragione dell’infelice scelta di impostazione di cui si e
fatto cenno, il giudizio di compatibilità ambientale non può avere ad
oggetto ai sensi dell’art. 3, primo comma, del decreto del Presidente
del Consiglio dei Ministri 27 dicembre 1988, i contenuti degli atti di
pianificazione e programmazione, ma ciò sembra significare
esclusivamente che il Ministero dell’ambiente non può, in sede di
V.I.A., incidere direttamente su tali contenuti imponendo prescrizioni
che vadano in contrasto con tali strumenti primari.
Rientra, invece,
nell’ambito di valutazione, proprio della V.I.A., il giudizio circa la
non accettabilità dello specifico progetto, sotto il profilo
ambientale, ove siano ipotizzabili scelte diverse, ancorché la loro
concreta realizzazione richieda un intervento a monte sugli strumenti
di piano e di programmazione in atto.
In questo caso, infatti, il
Ministro dell’ambiente ha il potere-dovere di emettere un parere
negativo sul progetto, posto che il suo giudizio non ha ad oggetto i
contenuti degli atti di pianificazione e programmazione, bensì
esclusivamente la sostenibilità per l’ambiente di una determinata
opera, ancorché conforme a tali atti, in comparazione con altre
soluzioni accettabili, restando rimessa alla sede competente ogni
decisione circa scelte diverse.
Una volta affermato un siffatto
principio, va da se che la valutazione di impatto ambientale debba
avere ad oggetto non solo i contenuti tecnici, ma, altresì, quelli
economici del progetto esaminato, essendo di tutta evidenza che, a
parità, ad esempio di ripercussioni ambientali, il parere positivo
potrà riguardare il progetto meno costoso, ovvero, a parità di costi,
quello avente minore impatto ambientale, attraverso comunque, una
analisi dei costi e dei benefici sociali in rapporto ai costi
ambientali.
Ciò, del resto, si ricava non solo dalla logica
complessiva del sistema, quale si è sopra delineata, ma anche dalla
specifica normativa tecnica di cui al decreto del Presidente del
Consiglio dei Ministri 27 dicembre 1988, che prevede l’acquisizione,
in sede di V.I.A. di una serie di elementi significativi.
A tale scopo
vanno richiamati, ad esempio:
l’art. 4, comma 3, (illustrazione da
parte del committente dei risultati dell’analisi economica dei costi e
benefici nonché del tasso di redditività interna
dell’investimento);
art. 4, comma 4, che in ottemperanza, del resto,
ad una precisa indicazione contenuta nell’art. 2 dell’allegato III
alla direttiva CEE, impone la prospettazione delle principali
alternative prese in esame dal committente con l’indicazione delle
principali ragioni delle scelte sotto il profilo dell’impatto
ambientale;
l’allegato III, il quale, con riferimento alle
infrastrutture lineari di trasporto, ovverosia alle opere che più
delle altre sono suscettibili di soluzioni alternative, espressamente
prevede che nella descrizione del progetto debba essere giustificata
la scelta di tracciato, non solo raffrontando la soluzione prevista
con altre alternative, ma evidenziando le motivazioni della scelta in
base a parametri di carattere tecnico, economico e ambientale.
Fattori
questi che danno ragione della pertinenza necessaria del giudizio
ambientale anche a questi elementi.
Un siffatto quadro ricostruttivo,
che appare coerente con i principi informatori della V.I.A. sia a
livello comunitario, sia sotto il profilo concettuale e logico
dell’istituto, non appare scalfito dalla circostanza che, in base
all’art. 3, primo comma, del decreto del Presidente del Consiglio dei
Ministri 27 dicembre 1988, gli atti di pianificazione e programmazione
territoriale e settoriale <<costituiscono parametri di
riferimento per la costruzione del giudizio di compatibilità
ambientale>>.
Tale previsione, infatti non può essere
interpretata nel senso che il potere di valutazione ambientale sia un
potere preordinato esclusivamente a muoversi nell’ambito degli
strumenti primari, e debba limitarsi, quindi alla verifica di
compatibilità delle specifiche soluzioni progettuali con l’ambiente
nel quale, in base alla pianificazione, l’opera sia comunque destinata
a collocarsi, ove coerente con detta pianificazione.
Infatti una
siffatta riduttiva visione della V.I.A. appare inconciliabile con
l’altra previsione, anch’essa contenuta nello stesso art. 3, terzo
comma, secondo la quale il quadro di riferimento programmatico deve
descrivere <<le eventuali disarmonie di previsioni contenute in
distinti strumenti programmatici>>.
Tale indicazione, infatti,
non avrebbe alcuna utilità concreta se non riguardata alla luce del
potere del Ministro dell’ambiente di valutare, in sede di V.I.A., le
possibili soluzioni alternative, anche svincolate dallo strumento di
pianificazione nel quale l’opera progettata si inserisce.

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