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Circolare 30/03/1990

Circolare 30/03/1990 - Ministero dell'ambiente - Assoggettabilità alla procedura dell'impatto ambientale dei progetti riguardanti i porti di seconda categoria, classi II, III, IV, ed, in particolare i "porti turistici". Legge 8-7-1986, n. 349 e D.P.C.M. 10-8-1988, n. 377.

Circolare 30/03/1990
Ministero dell’ambiente – Assoggettabilità alla
procedura dell’impatto ambientale dei progetti riguardanti i porti di
seconda categoria, classi II, III, IV, ed, in particolare i “porti
turistici”. Legge 8-7-1986, n. 349 e D.P.C.M. 10-8-1988, n.
377.

1. Il Ministero dell’ambiente ha chiesto di conoscere il
parere del Consiglio di Stato in ordine all’assoggettabilità alla
procedura di valutazione d’impatto ambientale di cui all’art. 6, commi
2 e seguenti, della legge 8-7-1986, n. 349, dei progetti riguardanti i
porti di seconda categoria – classi II, III e IV – ed, particolare, i
“porti turistici”.
Nella richiesta di parere, formulata con nota
11-8-1989, n. 3324, veniva rilevato che un chiarimento sul tema in
oggetto si rendeva necessario in quanto l’art.1, lettera h), del
decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 10-8-1988, n. 377,
ha incluso tra i progetti delle opere sottoposti alla procedura di
valutazione d’impatto ambientale quelli dei “porti commerciali
marittimi”, riproducendo la definizione usata nella direttiva CEE
27-6-1985, n. 377, che però non trova un puntuale riscontro nelle
classificazioni utilizzate dalla normativa interna.
2. Il Consiglio di
Stato, seconda sezione, con il parere n. 851/1989, reso dalla seduta
del 27 settembre scorso, ha rilevato, concordando con la formulazione
del quesito posto, che la denominazione di “porto commerciale” non è
derivata da norme di diritto positivo previgenti alla direttiva del
1985, ma viene tradizionalmente usata per connotare i porti destinati
al ricovero ed approdo delle navi mercantili, che effettuano il
traffico marittimo di merci e/o di persone.
Di contro, l’attuale
ordinamento amministrativo dei porti nazionali, che risale al testo
unico 2-4-1885, n. 3095, suddivide i porti in due categorie (art.
2):
la prima comprende i porti che interessano la navigazione generale
o la difesa (militare) la sicurezza dello Stato.
Sotto il primo
profilo, questi porti sono anch’essi commerciali, come si desume dal
successivo art. 6, secondo comma, il quale dispone che occorrendo per
essi “lavori interessanti il commercio, la competenza nelle spese si
regolerà come nei porti, cui potrà quello scalo essere assimilato”;
La
seconda categoria ricomprende i porti che servono principalmente al
commercio, suddivisi in quattro classi:
1) i porti il cui movimento
commerciale abbia una intensità tale da interessare il traffico
marittimo internazionale ed una estesa parte dello Stato;
2) i porti
il cui movimento commerciale interessi una o più province;
3) i porti
che sono di interesse di una parte notevole di una sola provincia;
4)
i porti (ed inoltre i seni, i golfi e le spiagge) che non risultano
assegnabili (quanto ad estensione territoriale della loro utilità ed a
quantità di merce movimentata) alla tre precedenti classi.
Pertanto,
conclude sul punto il parere del Consiglio di Stato, sia i porti della
prima categoria (se e per la parte in cui non siano destinati alla
difesa militare ed alla sicurezza dello Stato), sia quelli delle
quattro classi della seconda categoria sono da considerare porti
commerciali marittimi, rientranti quindi nella procedura di
valutazione d’impatto ambientale.
Nel medesimo ambito entrano anche le
più recenti innnovazioni tecnico-operative in materia di portualità,
che vengono realizzate che vengono realizzate in conseguenza della
continua evoluzione della tecnica e dei traffici marittimi (i
cosiddetti “terminali” dei materie energetiche – carboni, petroli, gas
-, o di merci varie trasportate in “containers”, ed i cosiddetti porti
industriali, sorti al servizio e per le necessità di importazione ed
esportazione di stabilimenti dell’industria pesante – soprattutto
siderurgia – o di altre industrie massive ed estrattive – potassa,
pomice, soda, cemento ecc. o di industrie chimiche).
Ne consegue,
pertanto, che i progetti delle opere portuali in questione devono
essere sottoposti alla procedura di valutazione dell’impatto
ambientale, a norma dell’art. 1, comma 1 lettera h), del decreto del
Presidente del Consiglio dei Ministri 10-8-1988, n. 377, e dell’art. 6
della legge n. 349/1986, ferma naturalmente l’applicazione della
disciplina transitoria di cui all’art. 1, comma 2, citato.
Sono
soggetti alla procedura anche i piani regolatori portuali, in quanto
ono sia prevista, ai sensi della normativa vigente, la fase della
progettazione di massima ed ove questi abbiano contenuti tali da poter
essere sottoposti al giudizio di compatibilità ambientale con
riferimento al quanto previsto dai decreti del Presidente del
Consiglio dei Ministri n. 377/1988 e 27-12-1988.
3. Non è rilevante,
secondo il parere del Consiglio di Stato, che le funzioni
amministrative concernenti i porti di seconda categoria – II, III e IV
classe – siano state trasferite alle regioni con l’art.2, comma 2,
lettera g), del decreto del Presidente della Repubblica n. 8/1972 (v.
anche art. 88 del decreto del Presidente della Repubblica n.
616/1977). Infatti l’art.2, comma 1, lettera h), del decreto del
Presidente del Consiglio dei Ministri 10-8-1988, n. 377, dispone che i
progetti dei porti commerciali marittimi devono essere inoltrati per
l’espletamento della procedura di valutazione d’impatto ambientale
prima della concessione da parte dei Ministri competenti – ed il
successivo art. 8, comma 5, del decreto del Presidente del Consiglio
dei Ministri 27-12-1988 prevede inoltre che la comunicazione dello
studio di impatto ambientale per le opere di cui all’art. 1, comma 1,
lettera h), del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri
10-8-1988, n. 377, sia resa all’amministrazione competente sentito il
Ministero della marina mercantile.
Diverse considerazioni vanno,
invece, svolte per i cosiddetti “porti turistici”.
Questi, infatti,
secondo l’interpretazione seguita dall’organo consultivo, si
differenziano da quelli commerciali, destinati al ricovero ed approdo
delle navi mercantili, in quanto essi sono destinati – almeno
precipuamente, perché un 25% dello spazio destinato all’ormeggio va di
regola destinato a rifugio anche di naviglio diverso – alla sosta ed
al ricovero (spesso per tempi superiori a quelli della navigazione) di
unità da diporto, nonchè ad attività accessorie alla navigazione di
tali unità.
Opportunamente quindi, secondo il Consiglio di Stato, la
direttiva CEE 27-6-1985, n. 337, ha disciplinato in modo diverso i
“porti commerciali marittimi” ed i “porti turistici”, introducendo i
primi nell’allegato 1 (cioè tra i progetti che debbono formare oggetti
di valutazione), ed i secondi nell’allegato 2 (cioè tra i progetti che
formano oggetto di valutazione “quando gli Stati membri ritengano che
le loro caratteristiche lo richiedano”).
Pertanto, poiché il decreto
del Presidente del Consiglio dei Ministri 10-8-1988, n. 377, ha
assoggettato alla valutazione dell’impatto ambientale tutti i progetti
elencati nel ricordato allegato 1, mentre, per quanto riguarda
l’allegato 2, ha menzionato soltanto le dighe(e, di queste, solo in
quanto d’altezza superiore a 10 m e/o di capacità superiore a 10.000
mc), i porti turistici non possono considerarsi inclusi, allo stato,
tra le opere i cui progetti vanno sottoposti alla procedura di
valutazione di cui all’art. 6 della legge n. 349/1986.
Per quanto
concerne l’identificazione dell’impianto portuale definibile come
porto turistico, potrà farsi riferimento ad una serie di indicatori,
alla stregua di quanto disposto all’art. 2, lettera h), del decreto
del Presidente della Repubblica 15-1-1972, n. 8, quali l’appartenenza
dell’impianto stesso ad appositi piani predisposti ed attivati dalle
regioni, le conseguenti definizioni contenute nelle leggi regionali
ove esistenti, la destinazione di una quota pari al 75% ad unità da
diporto, i contenuti specifici dei progetti stessi ed altri
eventualmente ritenuti rilevanti.
Va evidenziato che tutti gli
interventi a destinazione diportistica da realizzarsi nell’ambito di
porti commerciali preesistenti, anche attraverso l’ampliamento dello
specchio acqueo o la realizzazione di nuove strutture integrative, in
quanto comportino modifiche sostanziali agli impianti esistenti ai
sensi dell’art. 1, comma 2, del decreto del Presidente del Consiglio
dei Ministri n. 377/1988, saranno da assoggettarsi alla procedura di
valutazione d’impatto ambientale.

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