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Copertura dei rischi da cambiamenti climatici e assicurazioni “obbligatorie”

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Quando, alla fine del 2012, è stata resa nota la bozza sulle linee strategiche per l’adattamento ai cambiamenti climatici, la gestione sostenibile e la messa in sicurezza del territorio che il ministero dell’ambiente aveva inviato al Cipe, si è voluto aspettare questa primavera per parlare più compiutamente della strategia che il Governo avrebbe adottato entro marzo 2013: nella bozza, infatti, si poneva, fra l’altro, la fine di marzo 2013 come orizzonte temporale massimo entro il quale il Governo avrebbe dovuto adottare – peraltro in ritardo rispetto a quanto oggetto di esortazione da parte della Commissione europea – un disegno di legge per l’introduzione, nel nostro ordinamento, di un’assicurazione obbligatoria per la copertura dei rischi connessi agli eventi climatici estremi a carico di beni e strutture di proprietà pubblica e privata. Ma la travagliata nascita del Governo delle “larghe intese” ha procrastinato anche l’adozione di questo provvedimento, che insieme a tanti altri è finito nel calderone delle “larghe attese”.

Le “larghe attese”

Quando, alla fine del 2012, è stata resa nota la bozza sulle linee strategiche per l’adattamento ai cambiamenti climatici, la gestione sostenibile e la messa in sicurezza del territorio che il ministero dell’ambiente aveva inviato al CIPE, si è voluto aspettare questa primavera per parlare più compiutamente della strategia che il Governo avrebbe adottato entro marzo 2013: nella bozza, infatti, si poneva, fra l’altro, la fine di marzo 2013 come orizzonte temporale massimo entro il quale il Governo avrebbe dovuto adottare – peraltro in ritardo rispetto a quanto oggetto di esortazione da parte della Commissione europea – un disegno di legge per l’introduzione, nel nostro ordinamento, di un’assicurazione obbligatoria per la copertura dei rischi connessi agli eventi climatici estremi a carico di beni e strutture di proprietà pubblica e privata.

Ma la travagliata nascita del Governo delle “larghe intese” ha procrastinato anche l’adozione di questo provvedimento, che insieme a tanti altri è finito nel calderone delle “larghe attese”.

I costi ambientali ed economici

E pensare che si tratta di un argomento di primaria importanza, non solo dal punto di vista ambientale ma anche da quello, strettamente correlato con il primo, economico.

Sotto il profilo ambientale, la cronaca di questi giorni ci ricorda – o, per lo meno, dovrebbe farlo – che ogni anno, puntualmente, soprattutto (ma non solo) fra ottobre e novembre, il nostro Paese deve fare i conti i gravi problemi di dissesto idrogeologico, frutto di anni di incuria e di mancata prevenzione che, insieme ad una cementificazione selvaggia del nostro territorio, hanno reso lo “Stivale” estremamente fragile.

Le problematiche sono sempre le stesse, così come uguali a se stessi sono i rimedi approntati dal legislatore di turno per tamponare gli effetti più devastanti delle catastrofi naturali che si abbattono sul nostro territorio.

Nel corso della seduta al Senato n. 839 del 21 novembre 2012, l’allora Ministro dell’Ambiente Clini ha evidenziato che eventi climatici estremi, in particolare in Toscana, in Umbria ma anche, in parte, in Liguria e nel Lazio, e contemporaneamente eventi eccezionali in Veneto, hanno di nuovo riproposto un tema già emerso un anno prima in occasione di eventi climatici simili: “l’evidenza di una variabilità climatica che si manifesta in particolare con eventi straordinari, soprattutto per l’intensità delle precipitazioni in tempi molto ristretti, che mettono a dura prova territori che sono attrezzati per regimi di piogge diverse e che in larga misura sono stati anche ampiamente usati nei decenni scorsi per insediamenti abitativi e produttivi che spesso sono ubicati in aree già vulnerabili allora, quando vennero insediati e che sono a maggior ragione vulnerabili ora, a fronte degli eventi climatici che si stanno verificando con una frequenza molto ravvicinata”.

La serie storica degli eventi climatici estremi negli ultimi 15 – 20 anni in Italia mette in evidenza:

·  che i tempi di ritorno di questi eventi si verificano con una frequenza molto più ravvicinata di quanto non fosse avvenuto nei decenni precedenti, e

·  la fragilità e la vulnerabilità del territorio nazionale, che risulta esposto a rischi crescenti, “in particolare per quanto riguarda frane e alluvioni, che sono i due eventi indicativi di una situazione di dissesto idrogeologico che ha poi varie altre forme di manifestazioni in termini di degrado del suolo, in questo caso prevalentemente legati all’alternanza di periodi di pioggia intensa e breve con periodi di siccità”, cioè a quei cambiamenti climatici che ancora in molti sostengono essere naturali e non invece causati dall’uomo attraverso politiche ambientali inesistenti.

Sotto il profilo economico, è stato calcolato che i danni sempre più rilevanti che l’Italia subisce quasi ininterrottamente dal 1980 costano mediamente 3,5 miliardi l’anno, con inevitabili effetti significativi per l’economia nazionale: ed è proprio grazie all’analisi ex post dei costi connessi a tali problematiche che il nostro legislatore sembra essersi accorto soltanto ora dell’importanza di implementare politiche di prevenzione, e non solo di parlarne.

Da tempo, infatti, sia a livello internazionale che nazionale, si parla della continua ed urgente necessità di implementare politiche di prevenzione.

A quasi un anno di distanza da quella bozza, con l’inizio della nuova stagione critica (anche) dal punto di vista ambientale, e in assenza di una qualsiasi strategia al riguardo, è venuto il momento di fare comunque il punto (e un’analisi) della situazione, al fine di valutare la bontà, o meno, di quell’idea progettuale.

La bozza di linee guida: i danni e i costi dei cambiamenti climatici

Come s’è fatto cenno, alla fine dell’anno scorso, sulla base di alcune considerazioni, volte in particolare a mettere in rilievo che:

·  le evidenze delle modificazioni del clima richiedono prioritariamente l’aggiornamento dei PAI (Piani di Assetto Idrogeologico), nell’ambito di una più estesa valutazione della vulnerabilità del territorio nazionale ai cambiamenti climatici;

·  l’amplificarsi in intensità e frequenza degli eventi estremi richiede azioni immediate per mettere in sicurezza il territorio;

·  l’attuazione di azioni/misure di adattamento coinvolge settori socio-economici particolarmente dipendenti dalle condizioni meteo-climatiche, e che pertanto è necessario avviare un dialogo strutturato con le parti interessate,

il Ministero dell’ambiente ha inviato al CIPE una bozza di linee strategiche per l’adattamento ai cambiamenti climatici, la gestione sostenibile e la messa in sicurezza del territorio, composta di due articoli. Nel primo si stabilisce che, sulla base del rapporto sullo stato delle conoscenze scientifiche su impatti, vulnerabilità e adattamento ai cambiamenti climatici, entro il 1 marzo 2013, il Ministro dell’ambiente, d’intesa con il Mipaf e il Mef, e sentita la Conferenza unificata, avrebbe dovuto presentare al Cipe la strategia nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici e che entro la fine dello stesso mese sarebbero dovuti essere aggiornati, da parte delle Autorità di Bacino dei distretti idrografici, i Pai, in attuazione delle correttiva alluvioni.

L’articolo, firmato da Andrea Quaranta, Consulente ambientale, environmental risk manager, docente in corsi di formazione e master, è tratto da Ambiente&Sviluppo n.11. Per ulteriori informazioni e per sottoscrivere l’abbonamento prova clicca qui.

 

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