Ingegneri vecchio ordinamento e nuovo ordinamento La mia esperienza e la mia opinione in merito. | Ingegneri.info

Ingegneri vecchio ordinamento e nuovo ordinamento La mia esperienza e la mia opinione in merito.

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La voglia di polemizzare credo sia una costante caratteristica del popolo italiano: c’è sempre qualcuno pronto a lamentarsi, a gran voce, per ogni cambiamento, piccolo o grande che si verifica nel nostro paese.

Premetto che la mia opinione in merito all’ordinamento accademico di ingegneria e alla sua riforma si limita *esclusivamente* all’ateneo di Trieste e alla mia esperienza, un iter atipico, potremmo dire a cavallo di due ere.
Ora sono un ingegnere navale specialista (ho fatto dunque laurea triennale e laurea specialistica), ma inziai la mia carriera universitaria nel 1998 con l’iscrizione al vecchio ordinamento quinquennale, all’università di Trieste.
L’impatto non fu dei migliori, soprattutto perché molti professori assumevano (e assumono tutt’ora) un atteggiamento molto ostile nei confronti degli studenti, cercando di scoraggiare subito molti giovani con esami molto duri e impostando le materie in modo completamente teorico (infatti nel biennio i docenti non erano quasi mai ingegneri, bensì fisici o matematici), cosa che risultava molto noiosa e faticosa per il sottoscritto e per molti altri.
Avendo in 3 anni sostenuto solo 5 esami (fra cui la celebre Analisi I annuale e Fisica I) decisi di passare al nuovo ordinamento, per entrare più rapidamente nel mondo del lavoro.
Avendo seguito i corsi di 3 anni di vecchio ordinamento, e poi per due anni i corsi del nuovo ordinamento triennale, posso dire di aver vissuto sulla mia pelle le differenze di insegnamento.
Moltissimi ingegneri laureati con il vecchio ordinamento adorano venire fuori con frasi come “degrado della figura professionale”, “scarso approfondimento”, “studi troppo concentrati nel tempo e quindi mancanza di corretto apprendimento”, e altre idee simili nei confronti degli ingegneri iunior (non “junior” come molti scrivono erroneamente).
In realtà non sanno bene di cosa parlano, visto che non credo siano andati in aula a seguire le lezioni né abbiano sostenuto esami del nuovo ordinamento.

Io vi posso dire obiettivamente cosa è cambiato, nella facoltà di ingegneria dell’ateneo triestino, con la riforma:

1) Alcuni esami si sono snelliti (attenzione, alcuni NON TUTTI!):
ad esempio Analisi II ha esattamente gli stessi argomenti, ma molti meno teoremi, meno dimostrazioni, e gli esercizi sono un po’ più semplici – non venitemi a dire che tutti voi ingegneri V.o. risolvete ogni giorno integrali curvilinei complicatissimi perché sappiamo tutti che quella materia l’abbiamo dimenticata tutti nel giro di pochi mesi).
Molti esami sono rimasti sostanzialmente uguali: sono passati da 90 a 60 ore di insegnamento, e nella compressione di solito di è rinunciato a pochissimo – e mai in qualità, ma in quantità, nel senso che si sono spesso tralasciate lunghe e assolutamente mnemoniche dimostrazioni matematiche, che difficilmente ci lasciano qualcosa di qualificante una volta alle porte del mondo del lavoro.

2) Gli esami sono diventati più numerosi:
ovvero, molte materie del vecchio ordinamento sono state divise in due esami (con programmi complessivi, sia qualitativamente che quantitativamente uguali a prima!), di cui uno magari nella laurea specialistica, così di fatto ricalcando e *ampliando* i programmi del vecchio ordinamento.
Sono state infatti introdotte molte materie completamente nuove, rendendo così di fatto la visione d’insieme più vasta.

Adesso noi “specialisti” dovremmo dire che quelli del v.o. non sono competenti, per esempio, nella costruzione di barche da diporto perché non hanno fatto tale esame?

Questo alla luce della mia personale esperienza, nella quale ho potuto provare in prima persona ciò che era il vecchio e ciò che era il nuovo ordinamento.
Il grave problema che gravava sulla formazione ingegneristica del vecchio ordinamento, grava tutt’ora sulla nuova struttura didattica (a prescindere che sia laurea triennale o specialistica): il metodo di insegnamento assolutamente accademico e lontanissimo dalla realtà lavorativa industriale.
Si aveva e si ha una buona preparazione per attività di ricerca, o per intraprendere una carriera accademica.
Ma così (noi ingegneri italiani) rimaniamo in un ambito di studio fine a se stesso: professori e ricercatori che generano cloni di sé… in un circolo vizioso che si perpetua da decine e decine di anni, con programmi datati, professori che non sono mai usciti dall’ateneo, e che impartisce una disciplina troppo distante dalla realtà di un industria: moltissimi ingegneri lavorano in uffici tecnici, in produzione di grandi e piccoli linee, in polverosi cantieri, altri si occupano di gestire risorse, organizzare e pianificare tempi e metodi, parlare e mediare a più livelli, con operai, dirigenti, sindacati.
Il mondo del lavoro è, per la maggioranza degli ingegneri italiani, distante anni luce dal mondo dell’università, il quale è sempre stato ed è ancora inadeguato nella preparazione ingegneristica, e rappresenta nel migliore dei casi solo una buona infarinatura per un mondo che è del tutto sconosciuto.
Il lavoro di ingegnere si impara con il tempo, con la voglia di osservare e la curiosità per la tecnica, con dedizione al lavoro, grande umiltà e soprattutto con il buonsenso.

Sono poi incredbili le marcature sulle competenze progettuali che i vecchi ingegneri adorano sottolineare, sentendosi assediati da stuoli di nuovi ingegneri triennali, i quali, si dice spesso, “non hanno le competenze necessarie per…”

Scusatemi, signori: ma un ingegnere elettronico v.o. ha le competenze per realizzare gru in acciaio?
e un ingegnere chimico v.o. per progettare un antenna radiotelevisiva?
e un ingegnere civile per progettare la struttura scafo di una nave?
Sembrano degli scherzi, eppure era proprio così fino a pochi anni fa!

Ci sono ingegneri elettronici che hanno dimensionato strutture per carriponte. Ma non ci sono mai stati incidenti, e non mi è mai capitato di leggere polemiche da nessuna parte, di colleghi ingegneri che volessero sindacare sulle competenze di altri ingegneri di diverso indirizzo i quali, evidentemente, la competenza se la sono soprattutto fatta negli anni di lavoro, non di certo all’università!

Tornando alla mia esperienza personale, dopo la laurea triennale ho trovato lavoro nel giro di due mesi, pur proseguendo con gli studi, un lavoro di responsabile tecnico-commerciale per cui non avevo alcuna preparazione, ciononostante fui selezionato grazie alla mia personale conoscienza di due lingue straniere (tedesco e inglese) e fui rapidamente avviato al lavoro.
Ottenni subito il posto a tempo indeterminato, uno stipendo maggiore di molti colleghi quinquennali (18600 euro annui netti), e nel frattempo continuai a studiare.

La laurea specialistica ha significato altri 18 esami (60 ore di corso ciascuno), che mi hanno dato una panoramica su nuove e vecchie tematiche, ma sempre con un taglio decisamente teorico e secondo me, poco utile e poco spendibile nel mondo del lavoro.
Molti periti sono assai più competenti degli ingegneri, perché beneficiano magari di una lunga esperienza lavorativa. La differenza sta sempre nel singolo, non nel voto di un certo esame, o del titolo o dell’università.
La laurea triennale, a parità di ateneo, dà una preparazione solo leggermente più ristretta della vecchia laurea quinquennale (ma solo di poco), mentre la laurea specialstica frammenta di più e aggiunge alcune materie rispetto alla vecchia quinquennale (ma anche qui, solo di poco).
Ho poi cabiato lavoro, avendo avuto un’offerta molto buona da una grossa azienda multinazionale.

Alla luce di tutte queste considerazioni, ripeto personali, direi cha ha davvero poco senso andare a voler fare tanti distinguo su laureati vecchio ordinamento, triennali, quinquenali, specialisti e non.
Siamo tutti ugualmente impreparati al mondo del lavoro, manca l’umiltà per ammetterlo: uno non può essere un bravo ingegnere appena uscito dall’università, bravi ingegneri si diventerà con gli anni.
La selezione avviene nel mondo vero, quello del lavoro, ed è giusto che sia così, non all’esame di “Analisi I” dove uno deve ricordarsi a memoria la dimostrazione di cinquanta teoremi diversi.

Quello che l’università mi ha lasciato, in otto lunghi e faticosi anni, è la forma mentis e la capacità per affrontare i problemi, ma le conoscenze pratiche e la competenza professionale credo siano legate esclusivamente al mio merito personale e all’esperienza che ho mi sono fatto anche sporcandomi le mani nella grandi linee della fabbrica per cui felicemente lavoro.

Mi auguro che le nuove generazioni di ingegneri saranno più flessibili di quelle vecchie, e passeranno più tempo a creare che non a litigare.

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