La difficoltà di stabilire principi uguali per tutti | Ingegneri.info

La difficoltà di stabilire principi uguali per tutti

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È possibile la reductio ad unum di mille professioni diverse? In altre parole, esiste davvero un terreno comune a tutti i professionisti, che ammontano in Italia ad oltre 2 milioni (e senza considerare tutti quelli che ancora non hanno un albo e che premono per averlo)? È questa, in fondo la scommessa di questo governo, che pretende di poter mettere tutti i professionisti, almeno sotto l’aspetto dei “principi generali”, sotto un unico ombrello, lasciando poi a normative di dettaglio la copertura delle specificità delle singole posizioni. Tuttavia, sono molte le ragioni per credere che non sarà facile arrivare a una qualche conclusione. Le ragioni sono diverse. Intanto perché è molto difficile mettere d’accordo tante voci diverse: gli addetti ai lavori ricordano come negli ultimi trent’anni si siano verificati almeno una ventina di tentativi di creare una leggecornice che comprendesse le varie professioni. In secondo luogo perché forse questo tentativo è davvero arduo, in un mondo che cambia continuamente e dove mutano le singole professioni con un’accelerazione impressionante.  
Non è un caso che già nel governo affiorino visioni diverse. Da una parte il tentativo del ministro Alfano, dall’altra il disegno di legge Siliquini che proprio nei giorni scorsi è stato ripresentato al Parlamento. Già varie categorie hanno cominciato a prendere le distanze dal ddl Siliquini, che è qualcosa di concreto mentre le promesse di Alfano sono per ora vaghe anche se rassicuranti nei confronti dei professionisti. In particolare, è stata criticata del ddl proprio la creazione di un Consiglio nazionale di tutte le professioni, cioè quello che da un certo punto di vista rappresenta un tentativo unificante, almeno sui principi. Già solo questo dimostra quanto sia difficile trovare un terreno comune. E poi, in questo momento, l’attenzione del governo sembra più spostata su ben altri problemi. (a. bon.)  

IL CRITERIO 
DEL CENSO
 
Dopo anni nei quali sembrava essere in via di più compiuta realizzazione il progetto di eguaglianza (quantomeno formale) avuto in mente dai padri costituenti , ci si ritrova a vivere in una società sempre più divisa, frammentata, ingiusta. L’Italia intera è tormentata dall’incertezza del futuro, da nuove povertà, da distanze sempre più abissali tra più abbienti e meno abbienti. La moneta è diventata misura di tutte le cose ed anche metodo e mezzo di discrimine feroce fra le persone.  
Purtroppo, dopo aver preso visione del testo/proposta di riforma dell’ordinamento forense, sembra che la tendenza mercantilista trovi ormai piena cittadinanza anche nell’Avvocatura. Perché non è pensabile altra spiegazione, quando si legge la proposta in merito ai requisiti futuri (effettività e continuità) per permanere nell’iscrizione all’albo professionale ( cfr. art. 20 ex art 19 della riforma , testo all’esame del Senato ).  
Si stabilisce, in pratica, che probabilmente il reddito diventerà il criterio per poter continuare a svolgere la professione forense. Insomma e per semplificare , soltanto chi è figlio di famiglia molto abbiente o di avvocato ricco e famoso potrà aspirare , in futuro, a diventare un professionista autonomo nel campo del diritto.  
Di fatto, non è soltanto uno sfoltire gli albi prescindendo dal merito, ma l’introduzione di un numero chiuso, abilmente mascherato, che privilegia chi è già forte di suo, economicamente oppure per acquisita posizione sociale/professionale/familiare. Di fronte a ciò, non si può tacere.  
Perché è ormai evidente che i vertici dell’Avvocatura nazionale hanno intenzione di portare avanti un disegno di conservazione della casta, usando probabilmente il reddito come criterio di discrimine. Il problema reale sta nel fatto che le classi dirigenti del nostro paese sono incapaci di abbandonare il criterio della cooptazione, come unico strumento di selezione, in palese contrasto con i principi della Carta costituzionale .  
Così facendo , difficilmente troveranno posto nell’avvocatura del futuro coloro che sono mossi da sincera passione , spirito critico ed autonomia di giudizio : invece , sarà la nascita , il ceto , l’appartenenza a determinare chi potrà esercitare o meno la funzione difensiva .  
La più antica professione liberale si affiderà, dunque, al parametro dell’incasso come strumento di espulsione dei soggetti più deboli oppure più autonomi rispetto alle logiche del potere, economico e/o politico .  
Ed allora , si discuta pure come regolamentare l’accesso alla professione , ma non si creino ulteriori momenti di rottura nel tessuto sociale.  
Infatti, adottare l’impostazione cara ai vertici del C.N.F. significa perpetuare l’esistenza di regole feudali. Si deve iniziare , dal basso e dalla periferia , una stagione di lotta, per far comprendere al Presidente del C. N. F. ed a quant’altri che non esiste un pensiero unico sull’avvocato del futuro.  

Tratto da Repubblica 31 Maggio 2010 a firma di: Giuseppe Magarò

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