La professione di ingegnere in Italia secondo un ‘under 40' | Ingegneri.info

La professione di ingegnere in Italia secondo un ‘under 40′

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Trentacinquenne torinese, Marco Cantavenna si laurea nel 2003 in Ingegneria edile presso il Politecnico di Torino. Dopo aver acquisito come libero professionista un’esperienza decennale nella progettazione e nella direzione lavori con committenti nazionali e internazionali, fonda, a inizio 2014, lo studio associato Cantavenna&Partners con sede in Torino. Lo studio si occupa di progettazione integrata, architettonica, strutturale e impiantistica, di project management e di consulenza specialistica. Nel 2009 viene nominato consigliere della Fondazione dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Torino e dal 2013, in seguito al rinnovo degli organi sociali, ne ricopre la carica di segretario. Nel 2013, in occasione del 58° Congresso nazionale degli Ingegneri, è relatore presso la tavola rotonda “La situazione economica”, moderata da Gianni Riotta, a fianco degli economisti Andrea Boltho e Dominick Salvatore e degli imprenditori Marina Salamon e Francesca Contardi.

Recupero del Podere La Valle a Borgo di Villa Saletta (Palaia, Pisa, 2007), parte di un intervento sull’intero borgo e altri 20 poderi trasformati in hotel e residenze turistiche

A proposito del rapporto che c’è tra Università e professione, relativamente ai suoi esordi lavorativi, come giudica il suo percorso formativo? Quanta distanza c’è tra il dire e il fare?

La distanza tra il dire e il fare non credo debba essere vista negativamente; il passaggio tra lo studio e la professione è un momento di forte crescita personale. Quella distanza si colma facendo pratica, facendo esperienza: oggi li possiamo chiamare stage o tirocini ma la sostanza è che per entrare nei meccanismi della professione è necessario fare gavetta. Chi pensa che la formazione accademica debba essere molto tecnica e pratica commette un grave errore: gli studenti devono acquisire cultura, sviluppare il proprio metodo di lavoro, imparare a risolvere problemi e non banalmente utilizzare un software o imparare una normativa, destinata a cambiare prima che la si possa applicare. Ritengo di essere stato fortunato a essere tra gli ultimi a frequentare il vecchio ordinamento quinquennale. L’università italiana ha cercato di uniformarsi a modelli esteri senza successo e la formula che ne è uscita credo sia fortemente involutiva rispetto al precedente approccio. Non condivido l’iperspecializzazione verso cui si tende, credo anzi che un ingegnere debba essere il più possibile poliedrico e sempre pronto a imparare qualcosa di nuovo.

Che cosa fa per tenersi aggiornato? Che cosa pensa della formazione continua?

Non credo che l’introduzione dell’obbligo normativo dell’aggiornamento della competenza professionale modificherà l’approccio che i professionisti seri hanno nei confronti della formazione. Il regolamento redatto dal Consiglio nazionale per gli ingegneri è molto valido, lungimirante, consente di tenere conto realmente di quello che si fa per curare la propria formazione, non è semplicemente un sistema per contabilizzare crediti formativi. Per restare al passo con i tempi, con la tecnologia, con la normativa, siamo ormai abituati a dedicare un po’ di tempo ogni giorno al nostro aggiornamento e oggi con internet è tutto a portata di mano. Ma il fai-da-te non basta; partecipare ad attività formative su specifiche tematiche ci consente soprattutto di uscire dal nostro guscio, di conoscere, oltre alla materia trattata, altri punti di vista. Inoltre molti colleghi, soprattutto giovani, non sono abituati a frequentare l’Ordine, e credo che ciò sia un gran peccato perché il primo modo per crescere professionalmente è confrontarsi con i colleghi all’interno delle Commissioni.

Facendo riferimento allo specifico ambito della filiera delle costruzioni, compresi gli aspetti normativi e politico-economici, ci illustri tre ragioni per cui vale la pena lavorare in Italia e tre ragioni per cui bisognerebbe gettare la spugna.

La prima ragione per cui vale la pena lavorare in Italia è perché qui abbiamo la possibilità di lavorare in una terra la cui bellezza e varietà sono uniche e fanno invidia al mondo intero. Non è facile lavorare in un luogo dove storia, cultura e paesaggio impongono costantemente vincoli, ma è molto stimolante. La seconda è perché tutta questa bellezza è anche nostra e deve essere tutelata e valorizzata. La nostra generazione è cresciuta con una nuova sensibilità per l’ambiente e sappiamo di avere le competenze per dare il nostro contributo concreto. La terza è perché, pur nella limitatezza delle risorse economiche oggi disponibili, sappiamo che in Italia ci sarebbe tanto da fare.

La prima ragione per cui bisognerebbe gettare la spugna è perché i meccanismi che regolano i bandi di progettazione sono totalmente errati: non garantiscono la qualità e penalizzano pesantemente i giovani impedendo di fatto la partecipazione a gran parte delle competizioni. La seconda è per la burocrazia, perché per quanto se ne dica io non ho ancora ravvisato l’intenzione reale di ridurla. La burocrazia serve a non assumere responsabilità, è amata dalla politica ma soprattutto dai funzionari che la utilizzano come scudo di difesa personale. È osteggiata da noi professionisti perché al contrario siamo abituati ad assumerci tutte le responsabilità del caso, spesso anche smisurate rispetto a quanto viene retribuito il nostro lavoro. La terza è perché siamo troppi, non tanto e non solo in valore assoluto, ma soprattutto in funzione del lavoro che c’è. A dispetto dell’etica siamo in continua concorrenza gli uni contro gli altri, tra noi e con le professioni contigue: geometri, architetti. ecc. La concorrenza estrema sui prezzi delle prestazioni svaluta il valore della professione, riduce la qualità e sminuisce l’importanza della componente intellettuale del nostro lavoro.

Guardando al futuro, qual è il suo sogno nel cassetto?

Progettare e inseguire l’opera che ci può regalare le soddisfazioni che trainano la nostra passione non sono un sogno ma l’impegno di ogni giorno di lavoro. Il sogno nel cassetto è quello di riuscire a fare qualcosa per la categoria, avere la possibilità di dare un contributo reale perché quelle tre ragioni per gettare la spugna, di cui abbiamo parlato prima, possano essere superate. 

L’autore


Luca Gibello

Si laurea presso la Facoltà di Architettura di Torino nel 1996 e consegue nel 2001 il dottorato di ricerca in Storia dell’architettura e dell’urbanistica. Luca Gibello svolge attività di ricerca sui temi della trasformazione delle aree industriali dismesse in Italia ed è stato docente presso il Politecnico di Torino di Storia dell’architettura contemporanea e Storia della critica e della letteratura architettonica. Dal 2004 è caporedattore de “Il Giornale dell’Architettura”, mentre da settembre è titolare del corso di Architettura dei rifugi alpini presso la facoltà di Ingegneria edile – Architettura dell’Università di Trento. Autore e co-autore di libri e saggi, ha svolto il coordinamento scientifico-redazionale del Dizionario dell’architettura del XX secolo (a cura di Carlo Olmo, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 2003). Nel 2011 pubblica il libro Cantieri d’alta quota. Breve storia della costruzione dei rifugi sulle Alpi, primo studio sistematico sul tema e dal 2012 è presidente della neocostituita associazione Cantieri d’alta quota.

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